IL ROCK SI SUONA SUL VULCANO FUJI

Se non uno shock culturale, è di certo una sorpresa scoprire quanto siano “rock” i giovani giapponesi.
Da decenni, il mercato del Sol Levante è uno dei più fiorenti per la musica del trittico chitarra-basso-batteria e, non è un caso, se uno dei suoi maggiori festival si svolga proprio in Giappone.

Dal 1997, quando sui pendii del vulcano sacro si tenne la prima sventurata edizione del Fuji Rock Festival, orde di ragazzi si riversano sotto i palchi della manifestazione, per celebrare il più importante evento musicale open-air del Paese asiatico.
Sin dal suo debutto apparve subito chiaro che la prima rassegna all’aria aperta giapponese sarebbe andata oltre l’ambito delle semplici note. Il Fuji Rock Festival, nel 1999, dopo una fugace apparizione sul lungomare di Tokyo, traslocò sulle montagne circondanti il resort di Naeba, a quasi 200 chilometri a nord della capitale, e via via è divenuto fenomeno culturale e sociale del Giappone odierno.

Smash, la società organizzatrice, non si è limitata ad offrire al pubblico un cartellone che affianca, alle nuove realtà nipponiche, i maggiori nomi del rock internazionale e artisti di generi molto più ricercati, ma ha anche puntato fortemente sulla sostenibilità e sull’impegno civile dell’evento. Fuji Rock Festival s’è ripetutamente reso megafono per messaggi ambientalisti e contro il nucleare, prima e dopo la tragedia di Fukushima, e può inoltre arrogarsi del titolo di festival “più pulito” al mondo: le attenzioni destinate alla raccolta e al riciclo dei rifiuti sono encomiabili, tanto quanto la ‘semplice’ pulizia dei gabinetti e dei prati attorno ai palchi.
La cura del paesaggio diventa, in questo caso, processo collettivo: la manifestazione ha nel proprio motto il suo punto di forza, “let’s do it together”.
Chi compra un biglietto per la tre giorni di musica e arte a tutto tondo, non è solamente spettatore di una rassegna culturale, ma parte attiva: responsabile in prima persona di ciò che accade nell’ambiente circostante. Tanto che parole chiave del progetto sono “indipendenza”, “cooperazione” e “rispetto della natura”.Fuji Rock festivaL

Questo anche perché è il luogo in se che rende il Fuji Rock qualcosa di unico.
Inerpicati sui nebbiosi 1500 metri del monte Takenowo, nascosti nella fitta foresta dei suoi pendii, troneggianti sulla valle circostante, i 15 palchi del festival costituiscono un mondo a parte, quasi un regno incantato distante anni luce dalla frenesia cittadina giapponese.
Regno in cui la musica rock e decine di altre discipline artistiche hanno incondizionata libertà d’espressione.
La pluralità di palati e passioni è un altro dei punti fermi al centro dei pensieri degli organizzatori. Un esempio su tutti è quanto accade sul White Stage, palco dichiaratamente “genre-free”, sul quale vengono suonati i più distanti generi musicali per soddisfare i gusti di una platea di 10mila e più spettatori.

Purtroppo sembra che i kami (le divinità shintoiste) non abbiano mai apprezzato appieno tutti i buoni propositi e l’impegno messi in campo da organizzatori e pubblico e il Fuji Festival ha sempre dovuto fare i conti con l’inclemenza del tempo.
Pioggia, temporali, tempeste fino ad arrivare a tifoni hanno fatto costantemente visita all’evento, tanto che sin nel suo debutto, nell’unica edizione effettivamente svoltasi sul Monte Fuji, la manifestazione venne terminata con un giorno d’anticipo per il passaggio di una tromba d’aria, solo dopo però uno stoico e storico concerto dei Red Hot Chili Peppers.
Ad ogni modo, sembra che tutti gli spettatori, che ogni settembre affollano il Naeba Ski Resort, non si facciano scoraggiare troppo dalle previsioni meteo.
Forse perché sanno, che dopo aver respirato l’atmosfera del Festival, due, tre o anche quattro gocce d’acqua s’asciugano facilmente.

di Marco Canepari

In copertina e nel testo: Fuji Rock Festival ’13 © Tomokazu Kitajima

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