MUSICA A ZANZIBAR: IL SUONO DELLA SAGGEZZA

Isola delle spezie, delle tartarughe, dei sultani e di spiagge da catalogo agognate per stagioni intere; ma anche isola che per secoli è stata fulcro di brulicanti rotte commerciali e dell’infame di tratta degli schiavi.…Isola o sarebbe più corretto scrivere arcipelago essendo moltitudine d’isole, isolette e atolli, di cui basta sentire il nome per far scattare una serie di richiami e sensazioni inconfondibili.

Il cliché turistico a Zanzibar è quasi d’obbligo, tanto che trovare un angolo o dare vita a uno spunto inesplorato è compito ostico.
Uno dei pochi aspetti ancora non corrotti dell’isola africana è forse quello musicale.
Zanzibar, data la sua natura insulare, è sempre stata crocevia, intersezione di culture e tradizioni.
Dai primi secoli dopo Cristo, l’arcipelago ha vissuto continui avvicendamenti: alle radici Swahili, si sono alternate dominazioni Arabe, Europee, Persiane e Indiane.

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E la musica, di conseguenza come ogni arte, ha attinto a piene mani da ogni nuovo padrone.
Le note sono uno degli elementi che scandisce la vita sulle isole: che si stia camminando nei serpentini vicoli di Stone Town o esplorando una fitta foresta di mangrovie, in lontananza si sentirà con tutta probabilità il suono delle percussioni, il coro di un canto tradizionale o la voce di un violino.
Questa onnipresenza di ritmi e melodie ha portato, dieci anni fa, all’istituzione di un Festival capace di riunire e promuovere tutte le vibrazioni presenti nella regione.

Il Sauti Za Busara (tradotto dallo Swahili: suono della saggezza), in un decennio, è stato capace di superare il canale di Zanzibar, non “isolandosi” sull’arcipelago ma aprendo nuove rotte e richiamando a se musiche e musicisti da tutta l’Africa.

Attorno al Forte Vecchio, costruito dagli Arabi nel XXVII secolo e divenuto simbolo e punto di riferimento della babelica capitale, ogni secondo weekend di febbraio vengono eretti decine di palchi, alcuni dei quali improvvisati. Su di loro, 200 e più artisti danno vita a un’esperienza culturale unica al mondo, in grado di rendere giustizia al tanto sfaccettato quanto speziato passato dell’isola.
Ma i concerti sono solo una delle molteplici espressioni artistiche dell’evento che per 4 giorni incendia la capitale.
Sauti Za Busara vive anche nel chiassoso mercato che riempie ogni angolo della cittadina e che, col suo instancabile vociare, colma i rari momenti silenti dei palchi.
Vive nei costanti tributi alla memoria di Siti Binti Saad e Bi Kidude, muse della musica taarab, che ancora oggi aleggia tra le vie della capitale. Vive nella personalità del Culture Musical Club, meta per appassionati di note, e nel ricordo di Freddy Mercury, che a Zanzibar mosse i primi passi.

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Con l’Oceano Indiano puntinato dalle vele triangolari dei dhow sullo sfondo, e tra le tanto decadenti quanto poetiche abitazioni di Stone Town, il “suono della saggezza” ha contribuito a rendere la musica africana universale e Zanzibar un luogo migliore.
Il Festival non solo richiama migliaia di turisti sulle isole ma, attraverso l’associazione che ne porta il nome, ha sviluppato e promosso l’identità regionale dell’arcipelago.
Negli anni si è mosso in favore del rispetto dei diritti umani, delle pari opportunità tra i generi e della libertà d’espressione sia su Zanzibar che in Tanzania.
Applicando la trasparenza ai propri conti, contratti e assunzioni ha deciso di dare il buon esempio a un’intera regione impantanata tra corruzione e sprechi.
Sauti Za Busara si è via via incarnato nel suo significato.

di Marco Canepari

In copertina e nel testo: Zanzibar © Marco Canepari

 

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