DA MILANO ALLA CAMARGUE. E RITORNO

Il turista, prima di essere un soggiogato alla macchina fotografica è un tourista, un personaggio che fa il tour, il giro. E per girare, non c’è dubbio, ci si muove, non c’è scampo. Come? Basta chiedere.
La strada più bella per andare in Camargue, ci dicono, partendo dalla Milano che già svende in vetrina le uova di Pasqua, è quella più lunga, che passa per un numero primo e indivisibile di paesini, sparsi nel sud della Francia, quel sud che rimane al sole pur schivando il mare e dandolgi la schiena; un Sud maculato di borghi arrocati come i gargoyle delle proprie chiese, rappresi sulla punta di colline, oppure di villaggi con le membra distese e allungate che riposano in valli spruzzate di alberi da frutto. Passandoci, sembra la Toscana o l’Umbria, verrebbe da dire, o forse sembra semplicemente il Sud della Francia. I viali alberati, con i platani chini ad arco sullo zenit della carreggiata, formano gallerie chiaroscurali in cui l’automobile si inserisce come il filo di una cruna arborea. Gallerie che ci ricompensano del precedente, lunghissimo, costoso Traforo del Frejus, imboccato per errore. Dall’ultimo viale alberato sbuca, come un sipario, il borgo di Apt. Nelle stradine, il sabato, nelle vie che si diramano come nervature scorrono le bancarelle, e la cittadina trasuda di mercato.
Dopo il verde di Apt, l’Ocra di Rustrel. Questa Ocra, cosa sia, nessuno lo sa bene, visitando Rustrel, ma di sicuro tutti sanno cosa fa; crea canion friabili di terra rossa, gole che il vento ha scavato senza spigoli, con curve morbide che paiono onde verticali, questa non contudenza crea un parco naturale, con un ingressino defilato, in cui si passeggia tra bosco e quelle macchie rosso tramonto di sinuose sculture eoliche commissionate al vento chissà da chi, chissà da quanto.
Prima o poi, più poi che prima, arriviamo in Camargue.
La Camargue, se all’anagrafe è una penisola, in realtà è un’isola. Non lo è geograficamente; ma il paesaggio cambia in modo così radicale che è impossibile non sentirsi in un ambiente diverso, separato dalla placenta provenzale a cui pur sussegue senza interruzioni sulla carta. Acqua, Fenicotteri, Campi, Cavalli, la Camargue è fatta di linee. Gli animali che pascolano liberamente, chi nell’acqua chi nell’erba, sono gli unici segmenti verticali del paesaggio, che sembra aver fatto dell’orizzonte disteso il suo leit motiv geometrico. Tutto è piatto, acquatico, disteso. Tutto si allunga, si stiracchia, persino il Piccolo Rodano, che essendo un fiume è disteso per forza, sembra più piatto del solito. Forse è il vento impenitente a spianare tutto, a dare al paesaggio qualcosa di lunare, di onirico. Come ci sei andato in Camargue? In tanti modi, una volta arrivato. La Camargue ti aiuta ad attraversarla diversamente. In bicicletta. A piedi. In macchina, ma quando vai in macchina quasi hai fretta di scenderci. A cavallo; che da puledri sono bruni come la terra, e da adulti diventano bianchi come le nuvole, solo che stanno nel cielo verde dell’erba e non in quello celeste, quelle macchie bianche a quattro zampe che sbucano dai campi come grossi fiori candidi e flosci, la testa abbassata, a brucare, e poi la testa su, quando sono bardati dagli uomini, a cavalcare nelle passeggiate che portano fino allo stagno dove i fenicotteri pascolano anch’essi. E l’altro animale della Camargue, il Toro, invece, è bruno, quasi nero; a differenza degli altri tori, che hanno le corna inclinate, il toro della Camargue ha le corna che puntano verso il cielo, cosicché quando insanguina l’arena romana di Arles, cadendo nella corrida le corna non puntano a terra bensì verso i piedi del colpevole col mantello, addobbato a festa, che lo sovrasta alla fine di in un gioco impari. In Camargue si dorme in belli agriturismi; o in roulottes di legno parcheggiate nel giardino di una fattoria, perché la Camargue è la terra dei fenicotteri, dei tori, dei cavalli, dell’acqua e dei gitani, che qui eleggono il loro re e la regina in un giorno di maggio.
Ma la Camargue è anche un parco naturale.
Un parco ben gestito da una politica conscia delle proprie risorse paesaggistiche e del valore economico del turismo; e non, come il fantastico Gian Antonio Stella insegna da noi, una politica sordomuta ai profili collinari e ai resti archeologici, che governa evidentemente – salvi i quotidiani eroi- cittadini altrettanto ottusi.
Quando ce ne stiamo andando, dalla Camargue il vento soffia fortissimo verso l’Italia.

di Giulia Barcaro

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