ALBANIA: AL DI LA’ DEI PREGIUDIZI

Dici “Albania” e già ti guardano male. Aggiungi che ci andrai con una bambina di pochi anni e muovendoti solo con i mezzi pubblici ed entri direttamente nella categoria degli incoscienti. Andare a scoprire l’Albania è anche un modo per mettere alla prova un bel po’ di pregiudizi che si scontrano contro la realtà di un paese sicuro e un popolo cortese e affabile. E accorgersi che i 200 chilometri che la separano dalla costa pugliese è come se non ci fossero.
Atterri a Tirana (l’aeroporto è dedicato all’albanese di nascita Madre Teresa che, prima di legare la sua vita ai bambini indiani, si chiamava Anjeza Gonxhe Bojaxhiu) e ti imbatti in una sorta di colonia: tutti, ma proprio tutti, parlano qualche parola di italiano, nelle edicole puoi trovare il meglio (e il peggio) della nostra editoria, perfino i simboli dei partiti politici sono copiati da Roma.
E puoi fare la surreale esperienza di viaggiare tra Kucov e Berat a bordo di un affollato all’inverosimile bus con scritto Bergamo sul parabrezza (perché da Bergamo è arrivato usato). Se decidi (giustamente peraltro) di evitare i panini del nostrano Mkolonat, puoi mangiare per pochi lek ottimi piatti di pasta in ristoranti dove i camerieri amano intrattenersi con te sfoggiando la loro cultura calcistica ma soprattutto la straordinaria conoscenza di personaggi del sottobosco televisivo italiano, con una particolare predilezione per i talent-show.
Ma l’Italia la ritrovi anche nella struttura urbana di Tirana, costruita dagli architetti fascisti poco prima dell’annessione dell’Albania al regime, durata 4 anni tra il ’39 e il ’43. Al centro c’è Piazza Skanderberg (l’eroe nazionale vissuto nel ‘400, il simbolo che ora è sulla bandiera albanese, l’aquila con due teste su sfondo rosso, era della sua famiglia) è un’enorme e caotica spianata. Qui si affaccia il Museo di Storia Nazionale, che rinuncia a dedicare adeguato spazio (ed è una reazione di rigetto che si trova dappertutto, anche nell’atteggiamento di rimozione delle persone) alla storia più recente, ovvero a quel regime comunista che – soprattutto sotto Enver Hoxha – ha trasformato l’Albania in una sorta di inaccessibile fortezza, isolata dal mondo e dalla modernità. Nessuno poteva guidare un’automobile, la storia è stata sistematicamente cancellata (soltanto due le città che mantengono intatte alcune zone, Berat e Girocastro, oltre ad un ricco sito archeologico come Butrinto, dove ricordano addirittura con un cartello una vacanza di Romano Prodi, pochi mesi dopo la caduta del suo governo nel 2008) e – ed è l’aspetto più curioso – le coste sono state punteggiate di bunker militari, piccoli funghi in cemento armato (imperdibili i portaceneri -souvenir in marmo che ne ricordano la forma), che dovevano accogliere con armi e proiettili nemici immaginari e naturalmente mai arrivati, come se il Mediterraneo fosse il deserto dei Tartari.
Ora alcuni di questi bunker, graffitati, sono uno dei simboli di una “liberazione” che naturalmente porta con sé contraddizioni a non finire. Tante città, Tirana su tutte, ha riscoperto il colore sulle facciate degli edifici come antidoto al grigiore della seconda metà del Novecento. Il turismo – soprattutto slavo – ha poi fatto il resto. Tra luoghi stupendi e spiagge da urlo (vedere, per credere, quella di Dhermi) nascono senza controllo e senza regole scheletri di alberghi mai finiti, edifici crollati (per difetti di costruzione) ancora prima di essere finiti. Non sono rari escavatori che asportano tratti di roccia a picco sul mare per fare spazio a finte spiagge di sabbia finissima. Cosa che da noi è (o almeno dovrebbe essere) degna del codice penale. E’ un turismo che mischia una scarsissima cultura dell’accoglienza (alberghi mediamente mal fatti e poco curati, tutti uguali) con tutto il repertorio di villaggi e villaggetti, discoteche, bar con musica a tutto volume.
In questo panorama di sorprese bellissime e di luoghi rovinati ci portiamo due ricordi che sintetizzano luci e ombre di questa terra. Al largo di Ksamil, paese turistico nel sud, ci sono tre  piccole isolette verdissime. Puoi raggiungerle in pochi minuti con un pedalò, quando ci arrivi ti senti una sorta di Robinson Crosue, in mezzo alla natura più selvaggia e bella. Invece se sposti qualche ramo ti imbatti in un’incredibile discarica con un’enorme quantità di rifiuti. Poco più a nord c’è un’altra (brutta) località di villeggiatura tutta palazzoni e nessuna identità come Himara. A  pochi chilometri c’è una delle fortezze di Ali Pasha Tepelena, un violento governatore che ad inizio ‘800 aveva conquistato gran parte dell’Albania. Da lontano è un affascinante castello arroccato sul mare in un baia stupenda: un’attrazione notevole, sia storica che artistica. Ci puoi arrivare soltanto in taxi. Poi ti incammini per qualche centinaio di metri verso l’ingresso. Ma dove ti aspetti ci siano biglietteria e bookshop trovi solo una porta in legno chiusa. Senti gridare dalla strada e un ometto che si sbraccia. E’ il custode, ti chiama per darti le chiavi del castello e per dirti: “Aprite voi e poi chiudete perfavore. Io vi aspetto al bar del paesino”. Salute, Albania.

di Michele Roda

Fotografie: Alessandra Fasola

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