LA DIMENSIONE UMANA NELLA MOBILITA’ DEL FUTURO

Sono un fanatico della bici che vive a New York City, e sono spesso frustrato per quanto sia difficile andare da un posto all’altro su due ruote. Nonostante la mia città si posizioni regolarmente entro i primi 10-15 posti della classifica delle città bike-friendly degli USA, si rivela difficile usare la bici come mezzo di trasposto quotidiano, come avviene invece con successo in molte altre parti del mondo“.

Mikael Colville-Andersen è un celebre speaker che viaggia per il mondo per parlare di design e mobilità urbana. Durante il suo intervento all’ultima edizione di TEDx Zurich, delinea ragioni convincenti a sostegno della sua tesi: “le città con infrastrutture bike-friendly salvano vite e cambiano il mondo”. In pratica: “le migliori città sono quelle si dimostrano ospitali verso gli esseri umani”.

In seguito alla rapida urbanizzazione tra il 19esimo e il 20esimo secolo, in tutto il mondo è cambiata la percezione delle strade – spiega Colville-Andersen – la strada era un luogo dove la gente si riuniva e socializzava, dove i bambini giocavano, dove le persone vendevano merci. Si trattava di reali spazi pubblici. Da quando le città sono diventate più popolate, e con loro le strade, il problema degli ingegneri è diventato ridisegnare gli spazi affinché fossero adatti all’incremento del traffico metropolitano. Le strade sono diventate così dominio delle auto e di conseguenza un pericolo per le persone”.

A questo processo è seguita una reazione, una fase di rigetto in cui le persone hanno cominciato a mettere in discussione l’uso continuo dell’auto. “É l’età anti-automobile. Che però non si è rivelata una forza capace di invertire la rotta. Ormai le auto si sono affermate come principale mezzo di trasporto”. Nonostante gli sforzi, rimane ancora molto da fare per risolvere le conseguenze dell’uso massiccio delle auto. Colville rilancia: “Traffico e ingorghi? Ancora un dato di fatto. Incidenti automobilistici con gravi danni a conducenti e pedoni? Ancora un dato di fatto. E ancora inquinamento e isolamento sociale”.

Come affrontare il problema e trovare soluzioni? Mettere al centro le persone, e solo successivamente le infrastrutture, é la chiave per un futuro più sicuro e vivibile, anche in città. Lo sguardo alla “dimensione umana” permetterebbe una ri-progettazione della città pensata davvero per l’utente a partire dalle sue esigenze e dalle sue preferenze, da come vive gli spazi e da come si muove all’interno della città. In altre parole intercettare i gusti delle persone, di chi usa la città ogni giorno, per stimolare e indurre comportamenti virtuosi e costruendo su questa base infrastrutture ad hoc.
E questo potrebbe essere il ruolo del design, conclude Colville.

Infrastrutture come soluzioni alle esigenze umane, e non dati di fatto con cui semplicemente fare i conti.
Progettare una città per biciclette e pedoni dovrebbe essere come la progettazione di qualsiasi altro prodotto per la vendita sul mercato: uno spazzolino da denti, un tostapane, uno smartphone. Se ben progettata, un’infrastruttura pensata per l’utilizzo di biciclette porterà spontaneamente le persone ad usarla“.
Se per raggiungere un luogo il percorso più veloce sarà la pista ciclabile, allora la gente userà la bicicletta, qualsiasi temperatura ci sia là fuori.

Abbiamo chiesto anche il parere di Antonella Montagner, designer che progetta e fa ricerca sullo spazio urbano e con una forte passione per la bicicletta.

Potrebbe essere davvero così facile cambiare le abitudini di trasporto della gente?
Uso la bici ogni volta che posso ma vivendo in una zona collinare sopra al lago di Como non è sempre facile usarla al posto dell’auto. Credo che la conformazione del nostro territorio sia spesso un’aggravante nella scelta del mezzo di trasporto quotidiano. Dobbiamo partire dal presupposto che chi ama la bicicletta farà tutto il possibile per usarla anche nella quotidianità; bisogna convincere chi quotidianamente si trova a scegliere l’automobile perché “è più comoda, perché non ho voglia di fare fatica, perché arrivo prima…”. E allora come può diventare la bicicletta un buon sostituto della macchina in zone non pianeggianti? Chi conosce il comasco sa che appena fuori dal centro cittadino il territorio è prevalentemente collinare, fatto di continui sali-scendi, e questo rende difficile l’utilizzo della bici anche se incentivato. Per questo, non credo che basti tappezzare di piste ciclabili le nostre realtà urbane per aspettarsi che le persone possano cominciare da un giorno all’altro ad abbandonare l’uso delle automobili”.

Ci sono alternative?
Si potrebbe piuttosto incentivare all’utilizzo di biciclette a pedalata assistita di modo che anche chi non è allenato possa facilmente raggiungere dislivelli importanti. O ancora lavorare nella direzione della multi-mobilità; percorsi in salita da fare in automobile (o quando possibile con autobus), parcheggi scambiatori fuori dalle porte cittadine e bici pieghevole al seguito”.

Ma oltre alla conformazione dei territori un’altra aggravante è la poca sicurezza delle nostre strade…
Molte sperimentazioni sono state fatte per risolvere il problema, ma due strade sono per me possibili. Due strade a prima vista molto lontane una dall’altra ma che potrebbero coesistere.
Una prima strada è l’utilizzo dello shared space sperimentato soprattutto nel nord Europa. Lo shared space, ovvero “spazio pubblico condiviso”, consiste nella condivisione delle stesse carreggiate urbane da parte di automobili, biciclette e pedoni, con pochissime o nessuna linea di demarcazione a separarli e senza nessuna forma di segnaletica (semafori, cartelli…). Quello che succede in luoghi come questi è ben visibile nel filmato“.

A prima vista può sembrare il caos; ma se osserviamo bene il filmato vediamo che essendo una situazione potenzialmente più pericolosa, rispetto all’utilizzo delle carreggiate separate, tutti gli utenti della strada prestano maggiore attenzione rispetto all’ambiente circostante e si spostano a velocità notevolmente ridotte rispetto ai contesti normali. Il rischio percepito è infatti maggiore e, di conseguenza, ogni utente della strada alza il livello di attenzione verso gli altri automobilisti, ma anche verso i pedoni e le biciclette. Tali spazi risultano essere pensati, soprattutto, per le fasce più deboli della strada, in quanto gli automobilisti, sono indotti a prestare maggiore attenzione. Questi schemi di condivisione dello spazio urbano, si sono rivelati efficaci nel ridurre l’incidentalità in molte città europee.
Molti autisti indisciplinati storceranno il naso ma lavorare sul concetto di rischio può indurre a comportamenti migliori. Pensiamo ad esempio ai semafori lampeggianti. Di notte, in alcune aree urbane, i semafori vengono disattivati e, al loro posto, entra in funziona il segnale arancione lampeggiante. Studi hanno dimostrato che il segnale a intermittenza funziona meglio rispetto al semaforo fisso; l’intermittenza arancione, infatti, aumenta la percezione di pericolo e, nell’avvicinarsi ad un incrocio, gli individui agiranno in maniera più cauta. Inoltre, la luce fissa può contribuire a causare colpi di sonno, viceversa, l’intermittenza può aiutare la mente a non addormentarsi“.

Dove invece non c’è abbastanza spazio per creare spazi condivisi?
Spesso le nostre strade non si adattano a carreggiate così ampie da poter far convivere molti mezzi di trasporto contemporanemante. Penso ad esempio alle strette strade statali che costeggiano il lago di Como, frequentate abitualmente dai ciclisti sportivi, ma estremamente insicure. Per rispondere a questo problema bisognerebbe progettare percorsi alternativi che permettano ai ciclisti di muoversi più velocemente e in sicurezza. Ne è un esempio il progetto Cykelslangen Bike Lane voluto dalla municipalità di Copenhagen“.

Cykelslangen Bike Lane

Un ponte/rampa permette ai ciclisti si attraversare in maniera sicura una parte della città molto congestionata in maniera facile, veloce e sicura; inoltre la sopraelevata permette anche di godere del panorama cittadino. Perché, a partire da questo esempio, non pensare a una rete di percorsi, magari fatti di rampe e ponti che permettano di vivere il panorama e pedalare in sicurezza lungo i rami del Lago di Como? ”.

di Giulia Cattoni

In copertina: Bicycle Snake © Claus Tom Christensen
Nel testo: The new bike bridge cykelslangen in Copenhagen © Miss Copenhagen

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