PROGETTARE L’EDEN

Tra ovini e bovini al pascolo, memorie medioevali, comunità di pescatori arrampicate su scogliere, beata in quella lentezza e dedizione ai particolari che rendono la Cornovaglia regione unica, si nasconde una delle (numerose) ottave meraviglie del mondo. Ma, a differenza delle altre innumerevoli attrattive che cercano d’arrogarsi il titolo, questa meraviglia é l’unica ad avere il pollice verde. The Eden Project, nomen omen, non poteva essere appellativo più azzeccato per il complesso che sorge a un paio di miglia dalla sonnacchiosa cittadina di St. Austell. Provate a pensare a una foresta tropicale cresciuta nella campagna cornica o a un paesaggio tipicamente mediterraneo sviluppatosi sulle rive della Manica.

Impossibile vero?

Invece, nel 1996, dopo aver concimato e rigenerato i Lost Gardens of Heligans (altro “miracolo verde” nelle vicinanze di St. Austell), Tim Smit, businessman olandese impegnato nel sociale, pose le basi a uno dei primi esempi di green theme park al mondo. Parco a tema capace, negli anni seguenti, di creare un forte legame tra piante e uomini. Il Progetto dell’Eden, sin dalla sua ideazione, è stato qualcosa in più di un semplice parco dei divertimenti. La costruzione o, per meglio dire, semina ha potuto contare sull’apporto di centinaia di lavoratori specializzati “immigrati” con famiglie al seguito. Ingegneri, architetti, giardinieri, orticultori, carpentieri (…), dalla seconda metà degli anni ’90, hanno ripopolato una zona d’Inghilterra tanto caratteristica quanto remota. Inutile sottolineare quanto la rigenerazione locale, concetto tanto caro ai britannici, abbia giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del progetto. Potendo contare su una media di 1 milione e 200mila visitatori l’anno e avendo preso come impegno quello di rifornirsi quasi esclusivamente da aziende, produttori e fattori cornici (dall’energia utilizzata sino al latte dei cappuccini e dei flat white serviti), l’Eden Project dà oggi lavoro a un bacino di 3mila fornitori e ha distribuito, nei primi dieci anni di vita, più di un miliardo di euro all’economia della regione. Ma, quando una realtà raggiunge determinate proporzioni, il locale non è più sufficiente.  a dimensione che l’Eden Project ha cominciato a coltivare da inizio decennio è quella globale. Dal Costa Rica allo Sri Lanka, dal Sud Africa alla California oltre a piante rare e fiori tropicali, anche prodotti equo-solidali e materiali esotici hanno iniziato ad arricchire gli scaffali del parco. Portando l’ambizioso progetto di Sir Smit a diventare quello che forse la Gran Bretagna non sarà mai: un esempio di simbiosi di regni, classi, famiglie, generi e specie diverse. Una delle chiavi di lettura più poetiche del parco risiede proprio nella sua (bio)diversità. Ovvero come, in un angolo sperduto del Regno Unito, possano vivere piante, fiori, insetti e qualche volatile che solitamente hanno per residenza le foreste pluviali dei Tropici o la macchia mediterranea. A primo acchito l’incanto dell’Eden Project è nel ritrovarsi in ambienti lontani migliaia di chilometri, nel provare sensazioni sensoriali lontane migliaia di chilometri, nello sperimentare climi lontani migliaia di chilometri.

Sotto pantagrueliche strutture a cupola d’acciaio e plastica, si distendono due ettari di biosfere molto lontane tra loro: un bioma tropicale in piena regola (con percentuali d’umidità che toccano il 90%) e un perfetto esempio d’ecosistema mediterraneo con tanto di pizzeria. Come cornice uno smisurato giardino delle meraviglie per ogni giardiniere, costituente i ¾i delle dimensioni del parco e rappresentante, con le sue mille specie differenti, un catalogo linneiano in linfa e radici dei climi temperati, dalla pianta del te al girasole. A stupire sono, inoltre, i particolari: come i diversi ambienti e regioni al loro interno, siano stati ricreati a puntino. Avventurandosi nel bioma tropicale, circondati da una giungla impenetrabile, si gocciola di sudore per l’umidità. Colori e odori portano direttamente nel Borneo o in Amazzonia. La vegetazione è talmente fitta e avvolgente che fa perdere ogni contatto con l’esterno, rendendo tutt’uno visitatore e natura. Risiede proprio in questo la sfida più importante vinta dagli artefici del parco. Nell’essere riusciti a far rivivere, fedelmente, un’esperienza oltre che un ecosistema. Nell’aver tenuto lontano quel sentimento di posticcio e sintetico che troppo spesso accompagna i theme park. I quasi 300 milioni di euro spesi per la costruzione, le 140mila radici interrate di 5000 specie differenti, i 5 anni di lavori impiegati prima dell’apertura sono tutti numeri impressionanti, ma non sarebbero andati molto lontano senza adeguate competenze professionali.

Eden- foresta

Anche inoltrandosi in ambito architettonico, la meraviglia sboccia sin dall’essenza dell’opera. Disegnati da Nicholas Grimshaw, affermato architetto modernista inglese, le 8 cupole, anima del parco, sono un raro esempio di suggestiva funzionalità, considerandone sia forma che materiali utilizzati. Costituite da due distinte ossature d’acciaio, ragnatele composte da celle esagonali e triangolari nelle quali sono stati fissati cuscini di Etilene TetrafluoroEtilene (ETFE), le strutture sono leggere ed efficienti. Pesando meno dell’1% di una opera in vetro di pari volume e maggiormente isolanti e resistenti, le costruzioni hanno proprio come punto di forza, oltre al profilo geodetico, il polimero creato dall’americana DuPont. I tre stati di EFTE che costituiscono ogni singolo cuscino, godono infatti di una caratteristica unica: sono isolanti termici regolabili. A seconda dell’aria presente a dividere gli strati, può essere controllata la temperatura all’interno dei biodi. In un giorno freddo i cuscini verranno gonfiati per fornire maggiore isolamento mentre, in una giornata calda, sgonfiati. Dover “incapsulare” più di 2 ettari e allo stesso tempo ospitare quasi 1 milione e mezzo di visitatori l’anno è una sfida che solo opere eccezionali possono permettersi d’affrontare e l’Eden Project può attribuirsi questo aggettivo, essendo, a detta del Guinness dei primati, la serra più grande del mondo.

Sottinteso quindi, come ogni parco dei divertimenti che si rispetti, anche il Progetto dell’Eden è capace d’impegnare una giornata intera di un suo ospite, nonché di metterne a dura prova la suola delle scarpe. Dai parcheggi che, in luogo dei classici appellativi stile battaglia navale, sono divisi con nomi di frutti (come prugna, mela, arancia), sino ai biomi gli ospiti sono “costretti” a percorrere chilometri, tanto che negli ultimi anni è stato introdotto un servizio navetta tra le varie attrazioni. L’inevitabile camminare non è però l’unica attività interattiva che si può compiere. La possibilità d’esplorare, conoscere e, letteralmente, vivere il regno vegetale è lo scopo principale e punto di forza del progetto. L’Eden Project non è infatti nato solo per mostrare e mostrarsi, ma ha una missione primariamente pedagogica. Sostenibilità è parola d’ordine da insegnare ai bambini delle scuole in gita tanto quanto ai giovani accorsi per un concerto e ai professionisti alla ricerca di un team-building alternativo. Per farlo, nel 2005, è stato costruito un learning center con nome ad hoc: The Core (il nocciolo/il torsolo). Il cui compito è quello di diffondere i messaggi del progetto rivolgendosi a una scolaresca elementare come a dottorandi e professionisti dello sviluppo sostenibile. In contemporanea esposizioni, meeting e congressi hanno rafforzato la reputazione del progetto, che ha raggiunto scala mondiale dopo essere stato scenario di “007 – La morte può attendere” e del Live 8 del 2005. Il decennale dell’inaugurazione, festeggiato nel marzo di due anni fa, ha permesso un’analisi e un tirare le somme sull’attività del parco. Da ciò che, fino al 1996, era una cava a diventare (usando le parole del New York Times) “l’ottava meraviglia del Mondo”, il passo non è breve e, soprattutto, 13 milioni di visitatori dall’apertura delle porte, non s’improvvisano. Ma, nonostante non sia rimasto esente da critiche (la collaborazione con Rio Tinto ed EDF ad esempio), i maggiori successi del centro sono stati ottenuti nel campo della conservazione e sostenibilità.

Eden-concerto1

Oggi come oggi l’Eden Project è una charity: un’impresa sociale non a scopo di lucro. Progetto che vive grazie agli introiti degli ingressi, delle donazioni ed in grado di preservare il suo mero valore economico. Come detto dal suo creatore “questo dimostra, una volta per tutte, che sostenibilità non riguarda sandali e cotolette vegetali, ma una corretta prassi commerciale e i valori dei cittadini del futuro”. Da qualche anno il centro si è, inoltre, lanciato in operazioni “espansionistiche”. È diventato una meta ambita per grandi eventi, in particolar modo concerti e spettacoli. Sul palco delle Eden Sessions hanno suonato musicisti del calibro di Brian Wilson, Oasis, Sigur Rós, Amy Winehouse, Pulp… Inoltre, il 2009, ha segnato il via libera alla costruzione di una centrale geotermica e conseguente fracking. In evoluzione è anche il laboratorio pratico relizzato all’interno del bioma tropicale e formato da sempre più numerose passerelle sospese e piattaforme d’osservazione. Mentre è in dirittura d’arrivo l’ampliamento, in stile college, del Core. Che sarà in grado d’ospitare un vero e proprio Master in Sostenibilità in partnership con la Anglia Ruskin University. Purtroppo però, nonostante numeri, risultati eccezionali e scenari lussureggianti d’inizio decennio, oggi come oggi la situazione non è più così “rose e fiori”. Il 2012 è stato un anno difficile anche per la green economy del centro. Le Olimpiadi londinesi, il maltempo e la recessione hanno tenuto lontana dai biomi una buona fetta di visitatori, causando la perdita di 70 posti di lavoro e incidendo in negativo anche sul bacino regionale. L’Eden Project ha comunque vinto, ancora, il British Travel Award come attrazione ricreativa dell’anno. Simbolo del legame che, dopo più di un decennio, è riuscito a crearsi tra il parco e la popolazione britannica. Simbolo e speranza che i tanti messaggi disseminati hanno fatto germogliare qualcosa. Perché, citando l’incipit del business plan dell’opera, “senza piante, non ci sarebbe vita sulla Terra”.

di Marco Canepari

 

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