BRACCONAGGIO

Il fenomeno del bracconaggio: una pratica con radici lontane, dal 1992 reato perseguibile penalmente.
Storicamente legato alla presenza in alcuni territori di una grande quantità di animali selvatici e all’esigenza di soddisfare esigenze alimentari, è ancora oggi un fenomeno diffuso. Secondo la LIPU, la lega italiana protezione uccelli, ogni anno sono milioni gli animali selvatici vittime del bracconaggio.
La legge quadro n.157 del 1992 stabilisce che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale.  Ogni Regione ha poi adeguato la propria normativa in materia venatoria definendo la durata della stagione e introducendo violazioni amministrative ad hoc. Dunque, solo chi esercita la caccia con regolare licenza di porto di fucile e nel rispetto delle norme di legge può prelevare, mediante l’abbattimento, i capi di fauna selvatica cacciabile nel numero consentito; mentre ogni altra forma di uccisione o cattura di animali selvatici è considerata bracconaggio.
Ma quali sono i legami di questo fenomeno con il territorio? Questo lavoro di tesi, indaga proprio questa relazione concentrandosi su due aree della Sardegna. Il Sulcis campidanese e il Sarrabus. Un’indagine, questa, che lascia spazio anche ad una riflessione più ampia di natura sociale e culturale.

Il fine dell’analisi è stato quello di individuare e mettere in rilievo i principali nessi geografici di tale pratica, ovvero i fattori che hanno legato questa specifica attività antropica a questo specifico territorio. Per questo, il tema è stato affrontato secondo un’ottica storico-geografica. Come primo aspetto è stato dato spazio ad un inquadramento del termine stesso di bracconaggio, poiché se questo attualmente è di agevole definizione, sulla base della più recente normativa in materia venatoria, viceversa esso storicamente è un concetto fluttuante, mobile, plastico. I suoi contenuti, infatti, sono il prodotto storico della cultura che li esibisce, via via funzionali a logiche precipue di una regione o di un’epoca, siano esse sovversive e criminali o minoritarie e localistiche.
Dopo aver così approfondito le modalità attraverso cui la società contemporanea distingue ciò che è lecito e ciò che non lo è in materia cinegetica, la ricerca ha compiuto un’analisi sintetica dei profili sociologici dei bracconieri, al variare dei contesti storici e geografici in cui vanno contestualizzati.
A seguito di questa prima parte generale, il lavoro si è concentrato sul caso di studio, ovvero l’attualità del fenomeno della caccia di frodo, in particolare l’uccellagione, nella Sardegna meridionale. Di questa sono state riprese le origini, le evoluzioni storiche in relazione ai vincoli sempre più stringenti delle normative, nonché si è analizzato come tale fenomeno illegale si radichi nella Regione tramite un denso sistema di relazioni sociali, una complessa struttura produttiva ed un legame sapiente col territorio.
In effetti, su un piano concettuale, lo scontro-confronto tra ragioni degli uccellatori, capacità mediatrice e dialogica dell’apparato politico locale, ed infine ambientalismo ed Autorità giudiziaria, rappresentano i termini della questione globalizzazione.
Il bracconaggio, in questo senso, diviene il casus su cui si compiono riflessioni di più ampio respiro riferite alle reciproche causalità di queste due scale di riferimento.
Gli approdi di tali riflessioni, che inevitabilmente portano a ragionare anche sui concetti di sviluppo e sottosviluppo, non forniscono un quadro semplice e lineare di questo incontro e confronto, che oltre ad essere politico ed economico è anche sociale e culturale. Si crede tuttavia che tali discordanze geografiche non solo possano e debbano ricomporsi, ma anche, come è tipico dei momenti di crisi e passaggio, generino nuove opportunità.

Di Isabella Capurso
Tratto dalla Tesi di Laurea “Il bracconaggio nella Sardegna del Sulcis e del Sarrabus: un percorso storico-geografico” di Isabella Capurso

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