CANTANDO LA RIVOLUZIONE

Un uomo vicino a me comincia a cantare: “Sono estone e lo sarò per sempre”. Ha in mano una piccola bandiera blu, nera e bianca. Le rotaie del tram stridono, viaggiando a gran velocità sulla costa del Mar Baltico, in marcia verso la capital estone, Tallinn. In uno qualsiasi degli altri giorni dell’anno le nonnine sul tram avrebbero stretto a sé le loro borse e si sarebbero allontanate da quell’uomo emettendo un sonoro sospiro. I bambini avrebbero guardato i genitori, chiedendo: “Perché quell’uomo un po’ matto canta da solo?”.
Ma non oggi. Le nonnine, con il loro abito tradizionale (maglia bianca, gonna di lana a strisce verticali rosse e nere e scarpe di pelle), lo seguono nel canto. I bambini anche, canticchiando e sorridendo. Presto le vie di Tallinn sentiranno la voci di quel tram pieno di canterini che ha tanto l’aria di un carosello arrugginito. La gente per le strade lo saluterà sventolando palloncini: “Lunga vita all’Estonia!”
Eravamo sulla via del ritorno dal “Singing Festival”. Sul tram si stava stretti come sardine. Dietro una folla numerosissima di persone a piedi. Tornavamo da quel Festival che si tiene ogni cinque anni in estate e in cui, per l’occasione, gli estoni si uniscono come mai usano fare e esprimono tutti i loro sentimenti di fratellanza e vicinanza. Veramente una sola volta ogni cinque anni! Il prossimo Festival si terrà fra due anni ma tutti i posti per far parte di uno dei cori sono già stati presi. E’ una cosa seria per gli estoni, un po’ come il calcio per gli italiani e l’amore per i francesi.
Questo non solamente perché quasi tutti gli estoni almeno una volta nella loro vita hanno fatto parte di un coro o perché cantano tutti come Andrea Bocelli, è perché i cori hanno una loro storia, importante, non molto lontana nel tempo. Se visitate Tallinn con una guida, è sicuro che verrete portati a visitare il luogo disegnato appositamente per ricevere le migliaia di cantanti e le centinaia di migliaia di spettatori del “Singing Festival”. La guida racconterebbe sicuramente “Questo è il posto dove l’Estonia ha cantato la sua liberazione dall’Unione Sovietica”. Tutti i Festival musicali estoni, nati nel 1869, sono usciti dagli anni dell’occupazione sovietica malridotti ma rafforzati. Nel giugno del 1988, dopo un concerto affollatissimo alla Town Hall Square, migliaia di estoni hanno marciato verso quel luogo per continuare a cantare. La schiera di persone è cresciuta sempre di più arrivando a contare più di centomila persone che per sei giorni sono andate avanti a cantare canzoni patriottiche.

La terra, la terra dei nostri padre, la terra
che ora è libera, è santa
La canzone, la canzone della nostra vittoria, risuonerà,
presto vedrai un’Estonia libera!

Tõnis Mägi “Alba” (“Koit”)

Quella è stata la prima volta in cui gli estoni hanno potuto esprimersi con canzoni patriottiche e religiose, completamente lasciate da parte dal primo giorno di occupazione. L’Unione Sovietica probabilmente non ne poteva più di ascoltare canzoni patriottiche estoni, cantate per sei notti di fila. Eltsin ha fatto marcia indietro nel 1991 e le truppe sovietiche hanno lasciato il Paese.
Qualsiasi sia il motivo per il quale siamo tornati ad essere liberi, il Festival rappresenta quello che per noi significa indipendenza e tradizione. Ed è una pratica molto sana: parte sempre con una marcia. Decine di migliaia di cantanti indossano il costume tradizionale della loro regione e camminano per ore e ore dal centro della città fino al luogo di incontro del Festival, insieme all’orchestra. Tutte le strade principali sono chiuse al traffico mentre i cantanti, giovani e vecchi, donne e uomini, invadono la carreggiata. Intendo dire, potremmo anche muoverci in automobile – abbiamo addirittura cinque taxi elettrici – ma camminare è più divertente, anche se piove. E quando i più giovani arrivano al punto di ritrovo sono stanchissimi e senza voce per aver urlato il nome del coro e del loro paese ogni volta che qualcuno li guarda sorridendo.  
Ma non sono solamente i cantanti a dover essere in perfetta forma fisica. Gli organizzatori chiedono espressamente alle persone di raggiungere il Festival o a piedi o in bicicletta. Tre anni fa, per la prima volta, è stato aperto uno speciale parcheggio per biciclette. Non usare la macchina ha senso soprattutto per il problema del parcheggio. Si potrebbe incappare in ore e ore di ricerca di un posto per la propria automobile (cosa che porterebbe inevitabilmente a imprecare in russo, la lingua che gli estoni usano quando sono arrabbiati) e poi rischiare di non arrivare prima di Natale!
Si va e si torna dal Festival camminando sulla carreggiata, probabilmente perché è la via più veloce. “C’è più caos per la strada che al Festival”, dice la gente. Questo è vero ma la sensazione di camminare e cantare insieme al tuo vicino, al tuo capo, ai tuoi genitori e ai tuoi amici è talmente bella che ne vale la pena. Si finisce per abbracciarsi tutti con le lacrime agli occhi. Per quelli che conoscono questi freddi popoli nordeuropei può sembrare piuttosto strano. Anche gli estoni lo dimenticano subito. Il giorno dopo il vicino potrebbe guardare male chi parla con un tono di voce troppo alto. Il tram si potrebbe svuotare in un istante se qualcuno provasse solo a intonare una melodia. Per evitare guerre interne, però, la gente cerca di esprimere sentimenti di patriottismo e di amicizia anche più di una volta ogni cinque anni (come vorrebbe invece la tradizione). Gli estoni sono molto bravi a trovare ogni tipo di scusa per cantare. Abbiamo il festival di canto notturno, quello degli uomini, quello de giovani, i festival nei paesini, quelli in televisione, si canta sull’altalena e si canta l’ultimo giorno di scuola. L’importante è farlo insieme.

Di Marian Männi, traduzione di Elena Roda 
Nota: Marian Männi è una giornalista freelance estone. E’ specializzata in tematiche della società europea e sta conducendo una ricerca sul giornalismo analitico e la sua audience.  Il suo sito personale è http://marianmanni.eu/
Immagini:  Ants Liigus

SINGING REVOLUTION

A man next to me started singing: “I’m Estonian and remain Estonian.” He held a small blue-black-white flag in his hand. The tram was squeaking by the shore of the Baltic Sea, towards the centre of the capital, Tallinn. Any other day of the year grandmothers would have grasped their shopping bags and stormed to the other side of the tram with a long sigh. Children would have pulled their parents’ sleeves, whispering: “Why is that crazy man singing alone?”
But not today. The grandmothers, who wore national folk clothes (white shirts, vertically striped red-black woollen skirts, and leather shoes) joined in instead. Children hummed along smilingly. Soon, the streets of Tallinn could hear the whole tram-full of people singing like a rusty carousel. The pedestrians waved back with balloons: “Long live Estonia!” We were on our way back from the singing festival. The tram, packed as a tin of sprats (hence a crowd of pedestrians beside the tram) came from the national singing festival, that is held every fifth summer. This is the only time when Estonians feel united and brotherly feelings come out. Really, the only time.
The next festival will take place in two years. The registration for choirs was already finished one week ago. It’s as serious business as football for Italians or making love for French.
But not only because almost every Estonian has belonged to a choir or because they all have a voice of Andrea Bocelli it also has historical roots. And not from far. When you come to Tallinn and for some reason would like to pay for a guided tour, you will surely be taken to the singing ground specifically designed to receive thousands of singers and hundreds of thousands of viewers for the Singing Festival. The guide would say “This is the place where Estonia sang its way to freedom from the Soviet Union.”
The all-Estonian Song Festivals, the tradition that dates back to 1869, was also emerging through the years of occupation embattled but energized. In June 1988, after a crowded concert on Town Hall Square, thousands of Estonians marched to the Song Festival grounds to continue singing. The crowds grew for six nights, and at the end there were more than 100,000 people singing patriotic Estonian songs.

The land, the land of our fathers, the land
that will become free now, is holy
The song, our victory song, will toll on,
soon you’ll see a free Estonia!

Tõnis Mägi “Dawn” (“Koit”)

It was the first time under the occupation when Estonians could sing patriotic songs, as well as religious that had been missing since the beginning of the occupation. The Soviet troops probably couldn’t bear any more minute of Estonians singing patriotic songs six nights in a row. Yeltsin gave up on us in 1991. The troops finally left. Whatever the reason for our freedom, singing festival is a symbol of independence and heritage. And a very healthy one. It always starts with a march. Tens of thousands of singers wear a national costume from their region and walk for hours from the central city to the stage along with the orchestra. All the main roads are closed, while singers, young and old, women and men, invade the cars’ territory. I mean, we do have cars – even five electric taxis – but walking is fun. Even if it rains and by the time the youngest marchers have arrived to the stage they are exhausted and have lost their voices by screaming their choir’s name and hometown every time someone smiled at them.
But it’s not only the singers who have to be fit. The organizers ask people to come to the festival on foot or by bicycle. Three years ago a special bicycle parking lot was opened for the first time. It simply makes more sense. Even if you manage to find a parking space after hours of swearing in Russian (our Eastern neighbours have a better variety of words to use in anger), you can be sure not to arrive home before Christmas. Maybe it’s because they get used to marching on the car roads quickly, people tend to walk back home on the roads as well. “The queue is worse than in the singing festival,” Estonian saying goes. It’s true. But the feeling of singing with your neighbours and employers, parents and ex-lovers is worth it. You end up hugging everyone with tears in your eyes. For those who have ever met those cold northerners, it’s hard to imagine that sight. Even Estonians forget about it soon. The next day the neighbour will give a deadly look for speaking too loud. The tram will empty around you as soon as you release a single note.
To avoid civil war, the feelings patriotism and friendliness are released more than once in five years (how it should be according to the tradition). Estonians are talented when it comes to finding excuses to sing. We have night singing festival, men’s singing festival, youth singing festival, local singing festivals, singing festivals on television, singing on the swing, singing at the last day of school.
As long as it’s together.

Editor’s note: Marian Männi is an Estonian freelancer. She is specialized in social issues in Europe and is now researching analytical journalism and its audience. Follow her on http://marianmanni.eu/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *