IL “DIVERSAMENTE TEATRO” COMASCO

Il rapporto tra linguaggio teatrale e disabilità ha una storia di lunga data.
Già il termine catarsi, introdotto da Aristotele, deriva da Katharos, puro: liberazione dell’individuo da una contaminazione che danneggia o corrompe la natura dell’uomo.
Il teatro come terapia nel corso degli ultimi decenni ha trovato una collocazione molto importante, teatroterapia o drammaterapia, applicate a percorsi di riabilitazione o di cura. Ma il palcoscenico è sempre terapeutico: per chiunque lo pratichi, professionisti e non, permette una messa in discussione fisica, non solo mentale.
Vite e punti di vista diversi filtrati attraverso il proprio corpo. Sempre più associazioni e compagnie, in Italia e non solo, hanno intuito le potenzialità di questo mezzo per esplorare e utilizzare le diversità come un territorio multiforme, nel quale è possibile dare vita ad un’esperienza performativa con un alto potenziale creativo e sociale.
Performances spesso realizzate in un incontro artistico tra attori abili e diversamente abili, con potenziali diversi, ovviamente, ma il più possibile “autentico”, senza alcun pregiudizio assistenziale o caritatevole.
Questa “utopia possibile”, come viene chiamata dai responsabili della compagnia svizzera Danz’abile, ha trovato il suo spazio anche a Como che ha visto nascere, qualche tempo fa, anche un primo festival di Teatro dell’incontro, la rassegna “Uno sguardo altrove” organizzata dall’associazione Luminanda, per creare ponti e sinergie tra le varie realtà che a livello locale, nazionale e internazionale si occupano di arte e disabilità.
Le compagnie e associazioni partecipanti, Mops_DanceSyndrome, Compagnia Giullari di Gulliver, L’isola che non c’è, per citarne alcune, non sono le uniche presenti nel nord Italia e Canton Ticino, ma danno un’idea di quello che sempre più si sta radicando sul territorio come esperienza artistica reale.
Stefano Bresciani, responsabile dell’attività teatrale dell’associazione “L’isola che non c’è” di Cassina Rizzardi ci descrive le loro attività come “ludico-terapiche, che favoriscono e sviluppano  l’integrazione fra i diversamente abili e i normodotati: i due 
mondi si incontrano e interagiscono, migliorando le possibilità di inserimento sociale e 
lo sviluppo della proprietà di linguaggio e gestuale dei disabili, nonché educando i normodotati ad un approccio disinibito e costruttivo con i loro compagni svantaggiati.”
Purtroppo l’attualità di questo articolo nasce dalla fine di un’avventura, quella della compagnia dei “Ragazzi in gamba”, nata undici anni fa, all’interno dell’oratorio di Breccia, nella periferia di Como.
La passione per il teatro di donne e uomini che da sempre gravitano intorno alla realtà della filodrammatica locale, sarte, scenografi e registe, affiancati dai genitori dei ragazzi coinvolti, ha permesso negli undici anni di vita dell’associazione la produzione di sei spettacoli: in scena giovani attori con sindrome di Down, affiancati da ragazzi più giovani, normodotati, desiderosi di intraprendere un percorso teatrale.
Un teatro più rivolto al teatro e meno alla terapia, un teatro diversamente teatro, legato ad un contesto amatoriale, ma capace comunque di trasmettere emozioni e di mettersi in discussione, migliorando se stesso anno dopo anno.
Un’esperienza lontana da quelle di rilievo e prestigio internazionale, come quella del film indiano “Maa” di Fatima Beevi, interamente realizzato da disabili o di Antonio Viganò con Oiseau Mouche, ma al tempo stesso vicinissima a queste, come intenzioni ed entusiasmo. Dopo undici anni di lavoro i coordinatori del progetto hanno deciso di lasciare, una scelta dovuta al tempo che è passato e alla stanchezza che inizia a farsi sentire. Quelli che erano dei giovani attori sono diventati “attori adulti”, secondo una delle responsabili, Carla Antonucci, maestra in pensione: “Per loro non è più il tempo delle fiabe”. E proprio con una fiaba hanno concluso il loro percorso pochi giorni prima di Natale, “Piccole ali”.
E’ un peccato vedere la conclusione di un’esperienza dopo tanti anni di spettacoli e soddisfazioni, forse è maturato il tempo per un salto di ambizione, verso un teatro con linguaggi diversi, meno fiabeschi e più rischiosi. I Ragazzi in gamba non sono più ragazzi, ma in gamba hanno ampiamente dimostrato di esserlo.

di Davide Marranchelli 

In copertina: immagini da http://is.gd/MzPlXN e http://is.gd/WwtUHo

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