WELCOME TO THE JUNGLE

L’anonimo prato di Woodstock o la modesta isola di Wight sono esempi di luoghi resi immortali da festival musicali.
Luoghi che non saranno mai più gli stessi dopo gli eventi tenutisi: diventati meta di pellegrinaggi per appassionati musicali ma presenti anche su guide per turisti generici.
Allo stesso tempo, ci sono festival che non sarebbero quello che sono senza le loro location.
Rassegne, durante le quali, le note passano in secondo piano considerando l’ambiente circostante; durante le quali le note hanno come finalità quella di preservare e migliorare le condizioni dell’ambiente circostante.
Da 16 anni, nel Borneo malese, trasudante umidità, avvinghiato a un intricata giungla e frastornato dall’incessante canto di uccelli tropicali, il Rainforest World Music Festival onora ed esalta la cultura del Sarawak, stato tra i più ricchi artisticamente e allo stesso tempo meno esplorati della nazione del Sud-Est asiatico.

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A solo un’ora o 35 chilometri di distanza dalla città di Kuching, ma già nel fitto della foresta pluviale, concerti, seminari e workshop radunano decine di migliaia di esploratori musicali, che si spingono fin qui per gustarsi artisti dalle più varie provenienze, anche se la parte del leone o, in questo caso, della tigre, la fanno appunto musicisti, danzatori e artigiani malesi.
La manifestazione, senza precisa scadenza ma ogni anno altalenante tra giugno e luglio, debutta il venerdì sera nel più tradizionale dei modi, con la benedizione delle tribù locali che, vestite e truccate di tutto punto, invocano gli spiriti della foresta per il buon esito dell’evento.
Ma, nei giorni seguenti, sembra radunarsi il mondo intero sotto le fronde tropicali: nel corso del weekend decine di artisti (tra gli ospiti di quest’anno anche i pugliesi del Canzoniere Grecanico Salentino) si esibiscono sui palchi, a volte improvvisati, del festival. E se sugli stage principali suonano musicisti del calibro di Inti-Illimani, Warsaw Village Band e Joaquín Díaz, all’interno delle case del villaggio si svolgono lezioni di suling (flauto malese), danze aborigene australiane o percussioni africane.rainforest fest

Nonostante le evidenti difficoltà organizzative legate a un evento di simili proporzioni nella foresta pluviale, il Rainforest Festival è considerato dagli addetti ai lavori tra le 25 rassegne musicali migliori al mondo.

La varietà del programma presentato, la qualità degli artisti, la missione che gli organizzatori portano avanti da quasi due decenni e, soprattutto, lo scenario unico sono i punti di forza di un evento che in pochi anni è passato dai 400 spettatori della prima edizione a più di 30mila dell’ultima. L’introduzione di un numero limitato di biglietti messi in vendita è solo la più recente iniziativa per non corrompere lo spirito della rassegna.
Nel 1997, infatti, il Sarawak Tourist Board assunse Randy Raine-Reusch (rinomato musicista, compositore ed esperto di musiche del sud-est asiatico) per promuovere e preservare la cultura locale organizzando uno spettacolo capace di unire artisti Sarawak e nomi internazionali nel rispetto del tanto attraente quanto vulnerabile territorio circostante.
Sin dalla prima edizione si capì che l’esito dell’evento sarebbe andato ben oltre quanto sperato.
Le annate successive hanno registrato una crescita esponenziale di pubblico, un’estensiva copertura da parte dei media, ospiti sempre più altisonanti provenienti da tutti i continenti e, soprattutto, maggiori disponibilità economiche.
Né il tempo, spesso proibitivo, né l’instabilità politica caratterizzante la regione hanno intaccato l’appeal guadagnato anno dopo anno.
Tanto che oggi la sfida del Rainforest Festival è mutata radicalmente: la prova più dura che la manifestazione ha davanti è quella di preservare se stessa.

di Marco Canepari

In copertina: Malaysia_Borneo_Sabah89 © Jason Jones
Nel testo: Rainforest World Music Festival – Black Umfolosi © Fly Global Music Culture
Rainforest World Music Festival – Kelapang Kelabit Bamboo Band © Fly Global Music Culture

 

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