OLTRE IL CONFLITTO: IL JERUSALEM INTERNATIONAL OUD FESTIVAL

Può uno strumento musicale riuscire dove politica e diplomazia hanno miseramente fallito?
E può uno strumento musicale sostituirsi a discorsi, promesse e finte buone intenzioni avvicinando e accomunando due popoli in perenne conflitto?
Nonostante i tentativi concreti, purtroppo la risposta a queste domande è ancora un secco no, perché la parola “pace”, riguardo al conflitto israelo-palestinese, è ben lontana dal poter essere pronunciata.

Ma, se dal 2000, a Gerusalemme, ogni novembre riesce a svolgersi il Jerusalem International Oud Festival, almeno una speranza è lecito averla…
L’oud, soprannominato il Sultano degli strumenti musicali e caratterizzante i suoni provenienti da Medio Oriente e mondo Arabo da almeno 5000 anni, s’è caricato sulle spalle un peso proibitivo: riconciliare israeliani e popoli confinanti.
Nonostante quindici anni fa gli organizzatori del festival si promisero d’esplorare e promuovere la musica etnica israeliana, ben presto si accorsero che sarebbe stato impossibile non allargare lo spettro anche alle influenze arabe e orientali.
L’oud venne presentato per ciò che era: uno strumento capace d’andare oltre agli ultra-militarizzati confini, posti di blocco e muri di cemento armato.

Uno strumento che poteva ascoltarsi in un club di Tel Aviv, come in un caffè di Ramallah: accomunante le culture del Vicino Oriente.
Con la benedizione della Confederation House di Gerusalemme, edificio assurto a luogo d’incontro culturale, e grazie al duro lavoro di Effi Benaya, israeliano d’origini egiziane, fervido seguace del multiculturalismo musicale, il Festival aprì i battenti durante i giorni della seconda Intifada, riuscendo comunque ad ospitare una dozzina di concerti d’artisti Arabi e accogliere quasi 500 appassionati musicali provenienti indifferentemente sia dalla East che dalla West Bank.
Da quella prima edizione, l’evento ha goduto di un crescente interesse da parte del pubblico arrivando a toccare le 18mila presenze del 2013 e diventando sempre più sinonimo di collaborazione e riconciliazione.
A questo riguardo, non è un caso che la Confederation House, scenario dove si tengono i concerti della manifestazione, sia proprio costruita a cavallo del confine israelo-palestinese.

Il Festival, nel corso delle sue 15 edizioni, ha stoicamente resistito e superato tutte le crisi susseguitisi nella regione, trasformandosi in oasi di pace incontaminata da rivendicazioni, militarizzazioni e proteste.
La coesistenza tra le culture è l’unico dettame che gli organizzatori hanno imposto alla rassegna: in questo modo artisti provenienti da Israele, Palestina, Iran, Egitto, Pakistan e India (per citare solo alcune origini) si esibiscono fianco a fianco, collaborando lungo le due settimane di concerti che animano a inizio novembre il centro culturale della capitale contesa.
Allo stesso modo, anche il programma presentato è sinonimo di commistione ed eterogeneità.
Spaziando fra tributi a virtuosi dell’oud come l’egiziano Abdel Halim Hafez, a periodi storici lontani secoli come il periodo d’oro spagnolo (a cavallo tra il XI e XIII secolo), fra rievocazioni di grandi personaggi della cultura ebraica come il rabbino sefardita Yosef Hayyim alle più recenti manifestazioni musicali del liuto, il Festival porta in scena mondi ed epoche che difficilmente verrebbero a contatto, creando un legame artistico capace di dimostrarne la vicinanza.

Purtroppo però, il successo della manifestazione e l’atmosfera fuori dal tempo e dalla storia che permea le sale della Confederation House, sembrano non aver fatto breccia tra le barriere mentali che gli uomini hanno costruito.
Tanto che, ogni anno, sono ancora numerosi gli artisti, sia Arabi sia Israeliani, che rispondono negativamente agli inviti degli organizzatori, mentre altri non hanno mai potuto accettarli a causa della mancata concessione del visto da parte delle autorità israeliane.
Questa è l’ennesima prova che la pace, in determinati contesti, fa sempre paura. Limitare e ridurre il potenziale di un evento come il Jerusalem International Oud Festival significa non voler permettere alla musica d’esprimere appieno la propria forza e di conseguenza significa perdere, volontariamente, l’ennesima occasione per dare speranza a una regione disgraziata.

di Marco Canepari

In copertina: Hand in Hand – Muslim Quarter, Jerusalem © Stefano Corso

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