TAHITI TRA DANZE, MUSICHE E COLORI

Sud Pacifico, Oceania e Polinesia… Luoghi tanto remoti e idealizzati che sembrano materiale per desideri, documentari o mete all’occhiello d’agenzie viaggi. Invece, in un’area che occupa quasi un quinto del mappamondo, vivono poco più di due milioni di persone, discendenti di un popolo con quattro mila anni di storia alle spalle. I polinesiani sono anche gli eredi di una tradizione, di rituali ed espressioni artistiche ancora oggi poco conosciute, ma non per questo minori.
Anzi, ogni luglio, da ormai 130 anni, un Festival rende giustizia alle arti polinesiane, offrendo ad artisti provenienti da più di mille isole, palchi sui quali esibirsi. Per un mese intero, a Papeete, capitale della Polinesia Francese e maggior centro abitato dell’isola di Tahiti, si svolge l’Heiva I Tahiti, che sin dal nome è una dichiarazione d’intenti: “hei” può essere tradotto con riunire, mentre “va” indica i luoghi comunitari.

Dalle Hawaii alla Nuova Zelanda, l’arte è infatti sociale, ad appannaggio di tutti. In particolar modo la musica, le danze e i canti a essa legati hanno sempre rappresentato qualcosa in più che semplici manifestazioni folkloriche. Fino al diciannovesimo, ad esempio, la Ori Tahiti (una danza tradizionale) era una delle espressioni più incisive e brillanti della cultura dell’arcipelago polinesiano. Però, nel 1819, sotto pressione dei missionari protestanti che s’erano ripromessi d’educare gli isolani, la Corona Inglese proibì di praticarla in ambienti pubblici. Se da una parte i sudditi di Re Giorgio vedevano nascosti nei movimenti e nelle parole messaggi sovversivi, dall’altra i missionari condannarono la loro carica erotica e amorale. Tanto che canto e danza divennero pratiche clandestine. Così, quando sessantanni dopo i Francesi presero possesso di parte della Polinesia cacciando Inglesi e missionari, i locali colsero subito l’occasione per reclamare il diritto a rappresentare ed esibire la propria cultura.

Dal 1881, il 14 luglio non è unicamente sinonimo di Presa della Bastiglia, ma anche il giorno in cui i Polinesiani riconquistarono la loro tradizione. Luglio è quindi stato ribattezzato “mese delle festività” e l’Heiva s’è trasformato in qualcosa in più di una semplice rassegna, ma un modo per affermare la propria identità. Dalla prima all’ultima settimana del mese, competizioni tra cori polifonici (himene), musicisti (in particolar modo percussionisti), atleti e soprattutto danzatori rendono le tradizioni locali anche emulazione.
Arricchite da costumi floreali unici, onnipresenti ghirlande d’ibisco, uno scenario da sogno ad occhi aperti e una simbologia che richiama leggende narrate da secoli, le gare sono il modo in cui gli abitanti di Tahiti ricordano la propria storia.

L’isola si colma quindi di spirito polinesiano, riportato in vita anche da maestri di tatau (tatuaggi) e da artigiani che lavorano materiali particolari ed endemici come il pandanus, il corallo e le conchiglie.
Se per visitare Tahiti attirati dalle sue spiagge e onde servono ben pochi incoraggiamenti, l’Heiva Festival si permette qualcosa in più, richiamando i visitatori con la ricca identità polinesiana. Perché l’evento e i suoi attori sono capaci di far uscire l’isola dalle tele di Gauguin e renderli ritmo, movimento e colori in carne e ossa, o meglio, in musica e danza.

di Marco Canepari

In copertina: © Matarevaphoto

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