SAN FRANCISCO: FIORI NEI CAPELLI

Se stai andando a San Francisco, assicurati di mettere dei fiori nei tuoi capelli”.
Anche se frettolosamente tradotte in italiano, anche se prive del supporto della musica e della voce del compianto Scott McKenzie, quelle parole rimangono uno degli incipit più famosi della storia della musica.
Strofa che riporta indietro di mezzo secolo a diecimila chilometri di distanza, sulle sponde della Baia per eccellenza, dove si aprì una delle pagine culturali più importanti della storia contemporanea.
A metà degli anni ’60 critici e storici musicali si scomodarono a identificare e definire il San Francisco Sound. Un sottogenere del rock, fortemente legato alla contro-cultura in pieno corso, che nella Bay Area aveva stabilito il proprio quartier generale.
Dopo cinquant’anni quel lustro, che dal 1965 arriva agli albori degli anni ’70, è ancora la fotografia più nitida e sgargiante della città.
Nell’immaginario collettivo Frisco vive nel ricordo di quel periodo: nella cultura psichedelica che si impose nella regione, diffondendosi poi nel resto del Mondo.
Di canzoni scritte in quei giorni, aventi per tema o per ambientazione la città si perde il conto. Eric Burdon e gli Animals, nel 1967, cantano un tributo molto “british” alla città, che divenne in un batter d’occhio un classico. Nancy Wilson, in ‘I’m Always Drunk in San Francisco’, descrive senza mezzi termini l’atmosfera libertina che si respirava negli anni dell’ormai inflazionata flower-power.
Mentre Otis Redding, appena giunto dalla sua Georgia, rimane abbagliato dal fascino della Baia, alla quale tributa un successo immortale con un attacco, per così dire, intramontabile: “Sittin’ in the morning sun/ I’ll be sitting when the evening comes”.
L’anno di grazia 1967 vede anche la pubblicazione, da parte di Richie Havens, di ‘San Francisco Bay Blues‘: forse la cover più ispirata del classico anni ’50. I Flower Pot Man tornano invece alle atmosfere sognanti ed eteree più caratteristiche del periodo in ‘Let’s Go to San Francisco‘. Canzone che, qualche mese dopo, viene tradotta e “italianizzata” dai Dik Dik.
Per chiudere la leva del ’67 non si può evitare di menzionare uno dei brani, pubblicato in quell’anno, che ha maggiormente ispirato la protesta della controcultura. Vero e proprio inno anti-conformismo, il testo muove una sagace critica sociale allo sviluppo della suburbia borghese e perbenista letteralmente inscatolata in ‘Little Boxes‘.

Il mito di San Francisco, della Baia e della sua esuberanza culturale non può però essere circoscritto solo al movimento hippie. Nonostante la recente nascita della città, divenuta tale solo nella seconda metà del ‘800, Frisco, sin dai primi anni del secolo scorso, ha affascinato e provocato artisti di tutto il mondo.
Il primo genere a manifestarle i propri sentimenti fu il Blues.
Memphis Minnie, icona del guitar-blues di Memphis, canta un viaggio con meta ‘Frisco Town‘ nel 1929. Nel 1942, Arthur Big-Boy Cudrup scioglie delusioni amorose nel Delta blues di ‘Mean Old Frisco Blues‘.
Buddy Guy, leggenda del Chicago Blues, racconta il suo primo incontro con la città in ‘Hello San Francisco‘. E Lowell Fulson, celebre blues-man della West Coast, in ‘San Francisco Blues‘ si sfoga in un languido lamento. Ma è forse il ‘San Francisco Bay Blues‘ di Jesse Fuller, ripreso poi da decine e decine di artisti, da Eric Clapton a Janis Joplin, a rendersi portavoce ufficiale di tutte le sventure amorose capitate nella Baia.
Perché è innegabile: San Francisco sa anche essere una delle capitali della malinconia. Il suo vestirsi di nebbia e foschia ha da sempre condizionato animi e umori degli abitanti. E quindi inevitabile Glenn Campbell la definisca lonely townnel suo successo del 1969. I Green Day invece accolgono con un sarcastico “benvenuti in Paradiso”. Gli American Music Club popolano la Bay d’anime perdute. E, se non bastasse, le Sleater Kinney in ‘Jumpers’, cantano un tributo a tutti i suicidi e aspiranti tali del Golden Gate (il secondo scenario di suicidi al mondo).
Allo stesso tempo però, c’è chi senza San Francisco non riesce a vivere. I Journey in ‘Lights‘, ad esempio, cantano la nostalgia per la Baia, affascinante amica lontana. Baia che si trucca da amante per Chris Isaak, che ne sospira i giorni e le notti passate in ‘San Francisco Days‘.
Sulle stesse note si muove la celebre ‘I Left My Hearth in San Francisco‘. Celebrato brano scritto nel 1954 da George Cory e Douglass Cross, portato al successo anni dopo da Tony Bennett & Judy Garland, denso di malinconia e rimpianti per aver lasciato la West Coast cercando fortuna a New York.
Un altro artista che ha lasciato il proprio cuore a San Francisco è John Lee Hooker, mostro sacro del blues, che nel 1997 in ‘Frisco Blues‘, riprende ed aggiorna il tema. I Magnetic Fields si chiedono invece quanto debba essere bella la Fog City, se è in grado di far rimandare il ritorno a New York all’amata/o.
San Francisco si scopre così tentatrice. Sirena che incarnatasi nelle ‘San Francisco Girls‘ stuzzica i Fever Tree durante la Summer of Love. Dieci anni dopo sono i Village People, in pieno boom disco, a cedere a richiami lascivi. Gli Of Montreal, infine, trascorrono una luna di miele ad alta gradazione alcolica in un albergo cittadino.

C’è quindi chi non vede l’ora di tornarci e chi di scappar via. Chi si fa ammaliare e chi la rigetta. Chi la dipinge in odi pop a tinte pastello come i Belle & Sebastian in ‘Piazza, New York Catcher‘ o i Decemberist in ‘Grace Cathedral Hill‘. Chi la sbrana con accordi punk come i Rancid nei storie di strada di ‘Tenderloin‘. C’è chi per narrarla sceglie metriche rap: ad esempio la RBL Posse e gli Zion I. Chi addirittura la lingua norvegese.
Forse però, chi meglio l’ha compresa e di conseguenza descritta. Scovandone nelle sfumature, nell’intimo, un significato incondizionato, è stato Jack Kerouac. Massimo esponente della Beat Generation precorritrice del movimento hippie. Nel 1960, nel suo terzo album di spoken words, inserisce un profondo inventario di facce, temperamenti, suoni e odori dell’undergound di San Francisco.
Kerouac svela segreti, scopre difetti, accentua caratteri e inorgoglisce qualità. Scopre al mondo quella che diventerà, pochi anni dopo, la “everybody’s favorite city”

di Marco Canepari

Photo credits: © Fabio Migliorati

 

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