SAMBA PA RIO

La colpa, in fondo in fondo, è tutta di una ragazza. Del suo incedere dolce e ondeggiante, dei suoi passi sulla sabbia di Ipanema, della sua bellezza tanto accecante quanto fugace. Una ragazza capace di sedurre e catturare i desideri di Vinicius de Moraes. Ragazza il cui nome, almeno fino al 1962, era Heloísa Pinheiro, ma dal 2 agosto di quell’anno, la poesia di Jobim (paroliere della canzone) la rese immortale e universale come la Garota (ragazza) de Ipanema.
Ancora oggi la garota è un simbolo. Simbolo di un genere musicale: la bossa nova. E simbolo di una città: Rio de Janeiro.
Inutile sottolineare quanto la canzone abbia attizzato il fuoco del “sogno brasiliano”, quanto sia stata capace d’accompagnare armonie alle immagini di un paese via via divenuto miraggio per desideri di italiani e europei.
Gli anni ’60 son stati forse il primo vero e proprio periodo di una corsa idealizzata al Brasile e a Rio. Corsa ben differente da quella di fine ‘800 che ha gettato le basi alla grande emigrazione d’italiani in Brasile. La corsa degli anni ’60 è stata più sublimata, così sostenuta da canzoni e cantautori impareggiabili nel rendere un sentimento, città e viceversa.
Il già nominato Antonio Carlos Jobim, fu forse il più grande di tutti. Chiamato semplicemente “O Maestro”, Jobim rimane uno dei figli più celebri della megalopoli carioca e la sua arte è sempre stata indissolubilmente legata, stimolata e dipendente dalla città natia.
Samba do Avião è, tra i tanti tributi, quello più ispirato. È un volo immaginario sopra la città e i suoi scorci più e meno conosciuti. Dalle classiche cartoline del Cristo Redentore che allarga le braccia cingendo la baia di Guanabara, alle interminate spiagge di Copacabana e Ipanema, sino ai quartieri meno battuti dai turisti. Mentre il Corcovado viene scelto come scenografia del “per sempre” che dedica alla sua amata nell’omonima canzone ripresa nel ’96 dagli Everything But The Girl.
Ela É Carioca è invece elogio, scritto a 4 mani ancora con Vinicius de Moraes, alle donne di Rio e alla loro inconfondibile bellezza.
L’inno ufficiale della città carioca è però di tre decenni più vecchio. Opera di uno dei musicisti più celebri d’inizio secolo scorso (André Filho), Cidade Maravilhosa è una marcia, o marchinha, del 1935. Portata al successo da Aurora Miranda è divenuta talmente popolare e amata, da rendersi vera e propria metonimia di Rio: per tutta la canzone, il nome di Rio non compare mai.
La città brasiliana è meravigliosa anche per Chico Buarque che in Carioca la riconosce unica, affascinante e tutta sua, nonostante le origini pauliste.
L’amore per la metropoli trabocca anche dalle parole del classico del 1954 degli Os Cariocas, Valsa de uma Cidade e ancora da Copacabana di Alberto Ribeiro & João de Barro, canzone ripresa e riarrangiata svariate volte nel corso degli anni.
Mentre, se Jobim dedicava canzoni alle ragazze di Rio, Adriana Calcanhotto rivede e corregge il tema, rendendo “oggetto” i cariocas di sesso maschile. Sono invece i single ad essere i protagonisti di Solteiro no Rio de Janeiro. Single che sguazzano letteralmente nella vita cittadina, perché, in fondo, Rio de Janeiro è sempre stata sinonimo di divertimento. É dipinta così sin dal 1952, da A Voz do Morro, nella quale Zé Keti canta l’energia della samba che pulsa nelle favelas. Decenni dopo Mc Júnior e Leonardo riportano in vita quell’energia in Endereço dos Bailes dandogli un sapore funk.
L’amore e la voglia di vivere non sono gli unici sentimenti ad essere vestiti da musa ispiratrice. Accanto a loro, la cosiddetta saudade, nonostante le sue origini medievali e prettamente lusitane, è diventata, nel corso dell’ultimo secolo, concetto di largo utilizzo anche nel portoghese brasiliano. Uno dei massimi “esperti”, suo malgrado, è stato Gilberto Gil. Costretto all’esilio dalla giunta militare al potere negli anni ’60, in Aquele Abraço canta gli ultimi ricordi che ha di Rio prima della sua partenza forzata. Ricordi che vanno dai tifosi del Flamengo, alla parata della banda di Ipanema durante il carnevale. Dalle giovani ragazze delle favelas, alla scuola di samba della Portela. Ricordi calorosi e appassionati, come la gente che ha incontrato per le strade, come un figurato abbraccio che la città gli ha dato prima che partisse. Tema politico e di censura anche per una delle più forti e audaci voci femminili degli anni ’70. Gal Costa in Mal Secreto introduce il tema della coscienza cittadina.
Chico Buarque, in Estação Derradeira, porta la nostalgia su binari meno impegnati ma più poetici e, immagini simili, escono anche dalle note di Meu Rio Glorioso di Pery Ribeiro e dalla passeggiata malinconica da Do Leme ao Pontal effettuata da Tim Maia.
Essendo la saudade, nonostante le ben definite origini, sentimento universale, a cantare della lontananza da Rio sono artisti delle più svariate lingue e influenze. Modelli sono stati Barry White e la sua Rio de Janeiro esaltante ogni aspetto della città, James Taylor che ricorda trasognato il fascino esotico brasiliano e i Duran Duran che impersonificano Rio in un’ammaliante ballerina.
Ma anche il mondo francofono non ha saputo resistere al fascino carioca: Dalida, Claude François e Dario Moreno tra gli anni ’60 e ’80 hanno arricchito la lista dei tributi agognando viaggi e traslochi in quel di Rio. A sognare ad occhi aperti sarà anche Ivan Cattaneo nel 1981. Attraverso la voce di Marcela Bella canta i sogni di un Pierrot a tinte verde-oro.
La nostalgia invece scompare del tutto avvicinandosi nel tempo. Gli anni ’90 hanno visto un approccio differente alla città. Rio non viene più incensata a prescindere, bendandosi gli occhi davanti a vizi e difetti. Ma favelas e favelados cominciano a parlare e confessare le proprie tragiche verità come, ad esempio, in Rio 40º di Fernanda Abreu in Zerovinteum dei Planet Hemp o in Carro de Malandro dei Tribo de Periferia.
C’è poi la satira del Grupo Molejo, che deride le carenze carioca e ci sono Gabriel Pensador e Martinho da Vila che in Sou Carioca, Sou do Rio de Janeiro danno vita a un riassunto degli aspetti cittadini, si tratti di samba, di caipirinha o di religione.
Perché, come cantano: “Rio de Janeiro, é mundo inteiro, é Brasil”.

di Marco Canepari

Foto in copertina: Rio de Janeiro ©Lima Andruška
Dal sito Wikimedia Commons

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