ROMA ANTICA CITTÀ. ORA VECCHIA REALTÀ

Come conclusione al suo Storia di Roma, un certo Indro Montanelli annotò: “mai città al mondo ebbe più meravigliosa avventura. (…) Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo: di avere per capitale una città sproporzionata come nome e passato, alla modestia di un popolo che, quando grida: «Forza Roma!», allude soltanto a una squadra di calcio.

A confronto di una città simile, come rimanere indifferenti? Se lo sono chiesti in tanti nel corso dei secoli. Viaggiatori, studiosi e se lo continua a chiedere chi a Roma ci vive ogni giorno. Ciò che è stata che, spesso e volentieri, non va d’accordo con quello che la città eterna è oggi. E ciò che sarà: capitale con smisurata, ma allo stesso tempo gravosa e facilmente dilapidabile, eredità.

Roma vive di compromessi, oltre che nei tempi verbali, anche nei sentimenti che suscita. Ognuno dei suoi odierni 35 quartieri, può vantare odi in suo onore e, allo stesso tempo, invettive. Indubbio che, ognuno dei suoi 35 quartieri, abbia una storia alle spalle. Alcune risalgono a più di due millenni fa, altre a pochi decenni, ma Roma è sempre stata inesauribile fonte ispiratrice da cui attingere soggetti.

Lo sanno bene i cantastorie che attraverso gli stornelli (genere musicale che a Roma è fiorito, cresciuto e continua a conservarsi) raccontano la città da ormai due secoli. Lo stornello è sempre stato la vera voce popolare. Cantati nelle strade, nelle piazze, nei cortili delle case, rappresentano tutt’ora uno specchio fedele, senza alterazioni oltre alle rime, della quotidianità romana.

Sin dall’800, a Porta San Giovanni, i menestrelli si sfidavano in veri e propri duelli musicali per poter vincere il Festival locale che si teneva, appunto, la notte di San Giovanni (o Notte delle Streghe). Grazie alla manifestazione, la canzone romana divenne colonna sonora di Roma. E Roma sua assoluta protagonista. Che fosse una serenata strappacòre, un motivetto conviviale o una canzone della mala, la città, in un modo o in un altro, faceva sempre capolino.
Uno degli esempi più celebri e storici, scritto negli ultimi anni del 1800 e arrivato ai giorni nostri, è ‘Affaccete Nunziata‘. Canzone amorosa che si crogiola in una nottata “imbrillantata”.

Inizio ‘900 è il vero periodo d’oro della musica capitolina. I palcoscenici traslocano all’interno delle osterie e le canzoni cominciano a inzupparsi di vino e impuzzarsi di fumo. Personaggio simbolo e autore o ispiratore di molte note e parole scritte all’epoca è il Sor Capanna: poeta di strada capace di ritrarre in versi fatti e protagonisti dell’attualità e allo stesso tempo di pungere e criticare i primi malaffari d’Italia (tanto che la sua chitarra verrà requisita dalla Polizia per ben 42 volte).

A godere dell’estro del Sor Capanna è stato in particolar modo l’istrione romano per eccellenza: Ettore Petrolini, che ne ha interpretato numerose opere. Le più famose sono inni alla romanità come: ‘Nannì, na Gita a li Castelli‘ e ‘Tanto pe Cantà’. Un altro stornello dell’epoca sul godersi la vita, ‘La Società dei Magnaccioni‘, è rimasto orfano d’autori per decenni, fino a quando, viene riscoperto e fatto suo da Gabriella Ferri negli anni ’60.
Casetta de Trastevere‘ è invece riflessione amara sulle profonde trasformazioni urbanistiche che cambiano faccia alla città a inizio secolo scorso. Ansie rivissute pochi decenni dopo durante il boom economico. Altro brano “tragico” ma immortale, vincitore di un’edizione del Festival di San Giovanni, è ‘Barcarolo Romano‘ che, nel 1926, introduce come soggetto il Tevere. Soggetto ripreso qualche anno dopo in ‘Pe’ Lungotevere‘.
Poetica e struggente come ogni serenata che si rispetti, il classico del 1932 scritto da Carlo Buti: ‘Chitarra Romana‘. Un’altra serata romana, una chitarra e un amore che “al balcone non c’è più” per uno dei più grandi successi della canzone laziale.

Nel campionario di attori e scenografie delle note romanesche c’è anche ampio spazio per la delinquenza. Le canzoni della malavita, a Roma in primis, diventano vero e proprio genere musicale con esempi tanto ispirati quanto disgraziati. ‘Gira e Fai la Rota‘ e il suo “scalino di Regina Coeli” ne sono forse simbolo più popolare. Accanto a loro il gioco ben poco amichevole de ‘La Passatella‘ e la vendetta covata di ‘Come Te Posso Amà‘.

Gli anni pre e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale oltre a mettere in ginocchio la città, inaridiscono anche l’ispirazione artistica delle chitarre romane. In eredità lasciano però ‘Quanto Sei Bella Roma‘: una dichiarazione d’amore all’Urbe scritta nel 1934 e resa immortale da Anna Magnani (tra i tanti ad averla adottata).

A riportare lustro alla musica della Capitale sono gli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60. Seconda epoca d’oro della canzone romana, ha visto esibirsi sui palchi cittadini e nazionali alcuni dei migliori artisti nati sulle sponde del Tevere.
Claudio Villa, che verrà sempre ricordato come la voce di Roma, nasce e cresce proprio a Trastevere e a quelle strade rimane legato per tutta la vita. Le sue corde vocali danno voce alla città Eterna come nessun altro. Città Eterna che, negli anni del miracolo economico, si scopre più affascinante che mai. Stregando i suoi ospiti e divenendo scenografia di sogni cinematografici. ‘Roman Holiday‘ ‘Three Coins in the Fountain‘ sono solo due versioni su pellicola, del miracolo romano.

Le canzoni si adattano volentieri al clima glorificante e la lista dei tributi alla città scritti in quegli anni è senza fine. Tra gli autori più talentuosi e conosciuti, un eclettico artista torinese: Renato Rascel. Sue ‘Venticello de Roma‘ e, eccelsa trasposizione del clima della “dolce vita”, ‘Arrivederci Roma‘.

Gli anni ’60 sono anche gli anni delle innamorate ‘Roma Nun Fa la Stupida Stasera‘ e ‘Ciumachella de’ Trastevere’ degne nipoti delle serenate d’inizio secolo. E, sempre gli anni ’60, testimoniano il successo delle più grandi figure femminili legate a Roma. Oltre alla già nominata Anna Magnani, un altro simbolo è Gabriella Ferri.
Figlia del Testaccio, sarà una delle pochi artiste in grado di dar voce sia a stornelli che a canzoni della mala come ‘Le Mantellate‘, commovente descrizione del carcere femminile di via Lungara; d’interpretare tanto accorati appelli amorosi quanto rivalità e campanilismi di quartiere come in ‘Sora Menega’.

Il tramonto del miracolo economico e il debutto degli anni ’70, portano un cambiamento anche nel modo di fare musica. Ad acquistare importanza sono i cantautori e un locale chiamato Folk Studio, che sarà fucina della scena musicale romana degli anni a venire.
Nomi come Venditti, De Gregori, Rino Gaetano, Stefano Rosso, Barbarossa, Locasciulli e Grazia di Michele si sono esibiti sul suo palco e, allo stesso tempo, hanno lasciato ricordi indelebili. Antonello Venditti, ad esempio, è negli ultimi decenni assurto a nuovo cantore di Roma. Usando un pop raffinato ha saputo sia cantare semplici storie quotidiane che innalzare pompose lodi alla sua città natale, venendo per questo anche “canzonato” da un altro romano doc: Corrado Guzzanti.

Molto vicino per temi trattati e stile, Luca Barbarossa, che nell’81 porta a San Remo la struggente ‘Roma Spogliata‘, mentre nell’86 canta della Montmartre de noantri di ‘Via Margutta‘. Mentre Francesco de Gregori è l’esponente di quella generazione che più rimane legato folk. Da sempre menestrello con argomenti politici, ha spesso collocato Roma e i suoi abitanti al centro dei suoi testi. Tra le innumerevoli opere romane, ‘Per le Strade di Roma‘ è una carrellata di fotografie della capitale: dai gabbiani che calano sulla Magliana ai ragazzi sognanti che escono dalle scuole.
Anche loro impegnati, anche loro prettamente cantautori: Rino Geatano e Stefano Rosso possono essere tranquillamente definiti figliocci del Sor Capanna grazie alla loro sottile e ficcante critica sociale.

Altri artisti romani del finire anni ’70 sono entrati di diritto nella storia artistica romana e italiana senza aver mai calcato il palco del Folk Studio. Tra di loro l’eccentrico “re dei sorcini”: Renato Zero. Habitué del Piper Club (storico locale romano agli antipodi del Folk Studio) e tanto cipria e pailettes quanto attento e attivo per i diritti civili. ‘Casal de Pazzi‘ è un suo crudo ma lirico ricordo pasoliniano e tributo alla suburbia romana degli anni ’80.
O Claudio Baglioni, in grado di trasformarsi da prodotto commerciale a cantautore abile nel ricreare le diverse atmosfere capitoline come quella del mercato di ‘Porta Portese‘. Forse però, il più “romano” di tutti è un artista nato in Libia a fine anni ’30: Franco Califano. Il Califfo è stato una delle immagini più veraci della Capitale e, nonostante tutto, rimasto uno dei suoi simboli.

L’ondata cantautoriale più recente, quella riversatasi sulla città negli anni ’90, ha nuovamente mutato la faccia di Roma. Da Daniele Silvestri a Max Gazzè, dai Tiromancino a Niccolò Fabi la città Eterna non è più soggetto di canzoni, ma scenografia, elemento aggiunto.’Lasciarsi un Giorno‘ a Roma di Niccolò Fabi e ‘Roma di Notte‘ dei Tiromancino ne sono dimostrazione.

Per una città che ha sempre adorato crogiolarsi nel glorioso passato, nell’irripetibile storia, negli indimenticabili ricordi e nelle onnipresenti rovine, è il presente a fare più paura. Roma, negli ultimi anni, non è stata risparmiata dalle critiche come è accaduto in precedenza. Non è più l’intoccabile caput mundi a cui tutto è perdonato.
Già negli anni ’30 Luciano Martelli scriveva che Roma non era più la città delle borgate e borgatari, osti e osterie ma, le più recenti amministrazioni, hanno definitivamente rotto il meccanismo che s’era inceppato e l’Urbe ha cominciato a fare i conti con chi, nonostante ci appartenga, allo stesso tempo la soffre.

Sulle orme di ‘Mamma Roma Addio‘ di Remo Remotti hanno preso le mosse canzoni come ‘Il Cielo su Roma‘ dei Colle der Fomento, ‘Ribelli a Vita‘ degli Assalti Frontali o ‘Questa è Roma‘ di Amir: chiare dimostrazioni di come l’idilliaca città dipinta negli anni ’50 appariva così grazie alle lenti colorate indossate dai turisti-artisti in viaggio di piacere.

Lenti comunque messe da artisti non di primo pelo, ne facilmente impressionabili come Dean Martin o Elvis PresleyVic Chestnutt e Bob Dylan. Artisti ben felici di farsi condizionare, in positivo, da un breve soggiorno per tessere le lodi di una città come nessun’altra al mondo. Una città i cui ricordi migliori rimarranno nella scene di Fellini e nelle note di Nino Rota.

di Marco Canepari

Foto in copertina: Castel Sant’Angelo (Roma) ©Michela Medda 

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