OCCITANIA: LA FESTA DEL DELFINO

Ci sono ancora regioni in Italia apparentemente incontaminate, culturalmente pure, che conservano un’identità nata secoli fa e ancor oggi capace di svilupparsi.
Regioni periferiche, di confine, minacciate di continuo da ciò che viene considerato progresso, ma che così evoluto non è.
Un progresso che si manifesta sotto forma di linea ferroviaria, di autostrada, di centro commerciale o di complesso abitativo e il cui unico effetto certo è quello di stravolgere i caratteri indigeni di un luogo.
Pensare alle Valli Occitane e, più in particolare, alla Val di Susa, è automatico.
La Valle della Dora Riparia è diventata allegoria di tutte quelle regioni, italiane e non, sospese in un limbo: zone in balia tra un vigoroso passato che ne identifica il presente e un futuro che cerca di farsi prepotentemente strada.
A poco più di cento chilometri di distanza dai luoghi resi loro malgrado popolari dalla faida Tav-No Tav, c’è Borgo San Dalmazzo, cittadina all’imbocco della Valle Stura.
Qui, tra ottobre e novembre, da ormai 9 anni, i Lou Dalfin organizzano uno dei tributi più veraci alla cultura Occitana.

La Festa dei Lou Dalfin, alla sua 23esima edizione, è, infatti, quanto di più appassionato e appassionante si possa trovare legato alle tradizioni della croce di Tolosa.
Lungo il corso di un weekend, il borgo millenario mostra le proprie radici in tutta la loro esuberanza ospitando una festa che non conosce pause.
Tre giorni danzati tra un giro di courenta, un galop di tresso e una catena inglese di gigo.
Tre giorni cantati e suonati dal padrone di casa Sergio Berardo (occitano d’origine controllata) e i suoi Dalfin, dai vicini valligiani invitati a dar voce alle loro memori e dai musicanti delle valli d’Oltralpe.
Tre giorni messi in mostra negli spazi espositivi creati su misura per artisti e artigiani locali, dove trovare apicoltori fianco a fianco di mastri liutai.
Tre giorni che portano indietro negli anni, decenni, forse secoli e che parlano rigorosamente lenga d’oc.
La Festa del Delfino, che dall’ultima edizione può vantarsi del titolo di Uvernada (corrispondente invernale della ben più celebre Estivada francese), è un trionfo d’occitanità.
Identifica una nazione-non nazione senza confini riconosciuti, ma che risale le valli piemontesi, sconfina in Francia meridionale e si allunga fino ai Pirenei.
Identifica un popolo che ha più di un millennio di storia alle spalle, ma non ne ha una ufficiale.
Identifica, soprattutto, una musica: vero motore trainante delle identità valligiane.
Le note della ghironda suonate da Berardo sono uno dei suoni più cari alle genti di questi luoghi. S’insinuano nell’anima come s’inerpicano per le valli. Accomunano, appassionano e… fanno ballare.
Le notti della festa sono tripudio di danze, altro elemento distintivo dell’identità d’oc.

Ballano, ballano tutti e tutti san ballare: dai bambini ai loro primi passi sino ai nonni con bastone al seguito. Tanto che i “turisti di città” si sentono alieni: incapaci d’andare a tempo.
Come affermò Berardo in un’intervista di qualche anno fa: “Musica e ballo hanno scardinato come un grimaldello l’indifferenza per la propria identità e il proprio territorio. Noi non abbiamo diamanti né petrolio, ma note e passi di danza che creano scambio e comunicazione”.
Questa, forse, una delle migliori dimostrazioni del fatto che passato, presente e futuro, se non deturpati, sappiano andare d’amore e d’accordo.

di Marco Canepari

In copertina e nel testo: Festa del Delfino © Marco Canepari

 

 

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