LOS ANGELES: ANGELI E DIAVOLI

Quante volte vi sarete chiesti come si possa andare su un altro pianeta…
Nella West Coast americana è facile: noleggiando una macchina s’impiegano circa 6 ore, 7 a bordo di un greyhound, mentre in volo poco meno di un’ora e mezza. Tanto ci vuole per compiere un viaggio “inter-planetario” da San Francisco a Los Angeles.
Due città agli antipodi, due modi di vivere opposti, due concezioni urbane completamente differenti. Una metropoli ingigantitasi nel corso dei secoli, ma ancora capace di preservare un’immagine cittadinesca (San Francisco) e una megalopoli, un’area urbanizzata senza soluzione di continuità, che s’estende per più di 87000 kmq dando residenza a 17 milioni di persone (Los Angeles).
Dall’alto L.A. è una selva densa e intricata di infrastrutture, costruzioni, carreggiate ed è fin troppo facile immaginarsi la giungla di cemento ritratta dai Guns n’ Roses in ‘Welcome to the Jungle’.
Nonostante la sua babelica realtà (è casa di più di 140 passaporti diversi e 220 lingue) e nonostante la sua deriva corrotta (fino al decennio scorso è stata sinonimo di criminalità, rivolte e scandali) Los Angeles rimane miraggio o specchio per allodole di milioni di persone, siano autoctoni, turisti o inseguitori del sogno americano che è ancora sinonimo di quell’area che s’estende tra il Sunset Boulevard e Beverly Hills: Hollywood.
Non si può quindi non fischiettare ‘California Dreamin’ dei Mamas & Papas che cantano “come sarei tranquillo e al caldo se fossi a Los Angeles”, o ‘California Girls’ di uno dei gruppi losangelini per eccellenza come i Beach Boys o ancora, ‘L.A. Woman’ dei Doors, altri figli celebri della città.
Allo stesso modo, anche mostri sacri “old-time” come Fred Astaire, Barry White e Bill Withers, nonostante le loro origini non californiane, si sono inchinati innanzi al fascino della città degli angeli scrivendone tributi.
Fascino che, ad ogni modo, è da sempre dovuto andare a braccetto con disgusto.
Se infatti esiste una capitale del “dalle stelle alle stalle”, questa è proprio Los Angeles. L’esempio più eclatante, sotto gli occhi di tutti, è quel “Viale del Tramonto” immortalato dall’omonimo film anni ’50, che si snoda da Hollywood sino alla downtown e ad alcune delle strade della prostituzione cittadine. La dicotomia “stelle-stalle”, il “farcela-non farcela” ha sempre caratterizzato la metropoli.
Successo e rovina hanno accompagnato la sua storia, separandone gli abitanti, mettendo barriere visibili e invisibili. Il cosiddetto divario tra poveri e ricchi qui è uno dei landmark.
E la musica s’è facilmente adeguata alla distinzione. Incensando, da una parte, i vincitori. Come gli eroi di celluloide dei Kinks, le star  dei Village People e i “brillanti” dei Liars. E abbruttendo ancor di più i vinti. Tra i quali i junkie (categoria assai popolata quando a fare da scenografia c’è L.A.) di ‘Jane Says’ dei Jane’s Addiction, del ‘Dope Show’ di Marilyn Manson, di ‘Heartattack and Vine’ di Tom Waits o di ‘Brad Logan’ dei Rancid; gli incompiuti di ‘Drinking in L.A.’; i razzisti per vocazione; gli alcolisti e i perduti tanto ben raccontati dai Red Hot Chili Peppers .
La cosiddetta “Capitale del mondo”, sembra, inoltre, essere stata progettata e ramificatasi con concezioni di diversità ben nette. I district (vere e proprie città nella città) si contrappongono l’un l’altro, dando vita a una carrellata interminabile di sinonimi e contrari. Dalle scintillanti colline di Beverly Hills, rese paradiso per wannabe nella canzone dei Weezer e dall’indimenticato (a ragione o torto) telefilm degli anni ’90 si passa alla minacciosa zona afro e latinoamericana di South Central cantata dal compianto 2Pac.
Che, per rimanere in tema, la narra “pregna di drama come una soap opera”. Dalle maestose, sospirate e patinate lettere che compongono la scritta Hollywood e il suo immaginario ‘guardare e non toccare’ descritto nei brani di Madonna, George Clinton e dei Thrills, alle strade di Compton, patria natia del gangsta rap, con tutto ciò che ne consegue.
Dal Laurel Canyon, una delle culle della controcultura anni ’60, che ha ospitato artisti come Jim Morrison, Frank Zappa e Joni Mitchell, reso eterno da quest’ultima con le sue impegnate ‘Ladies of the Canyon’ alla, fin troppo stereotipata, (San Fernando) Valley e le sue, di contrario, ragazze facili.
O ancora dalle colline rigogliose di ville e stili di vita fastosi di Bel-Air, come non ricordare, a riguardo, il telefilm del cosiddetto Principe, fino alle spiagge aperte tutto l’anno di Santa Monica rese musica dai Bedouin Soundclash e immagini da Baywatch.
Persino nello sfuggire alla città ci sono due stili o vie di fuga opposte: spiagge e strade. Ci sono la seduttrice ‘Malibu’  delle Hole e la ‘Redondo Beach’ di Patti Smith e i loro amori alla deriva. Mentre ben altro tipo d’amore vivono i Sonic Youth percorrendo la ‘Pacific Coast Highway’, Tom Petty che in ‘Free Fallin’ allarga l’orizzonte, inoltrandosi sentimentalmente a ruota libera lungo gli asfalti losangelini, o gli America e Tori Amos dedicano anima e cuore al viaggio sulla ‘Ventura Highway’. Ma anche senza scendere nel particolare dei singoli neighborhood, Los Angeles ha sempre dovuto fare i conti con stelle e stalle, alti e bassi e soprattutto carezze e schiaffi artistici. Da una coast all’altra, Randy Newman se ne innamora da cima a fondo, tanto, tanto più di New York. E anche un’altra newyorchese, Lana del Rey ha trovato in Los Angeles il Paradiso.
Senza contare le dichiarazioni d’amore alla città rivolte dai suoi abitanti. Una delle più intense è quella composta Elliot Smith in ‘Angeles’.
Senza compromessi anche i Best Coast e ritornello docet: “abbiamo l’Oceano, abbiamo le ragazze, abbiamo il sole, abbiamo le onde, questo è l’unico posto per me”. Fino ai Decemberist che se ne gustano addirittura i difetti.  Il rovescio della medaglia è rappresentato, invece, da chi non può evitare di presentare il conto alla città per le sue ombre.
Come i 10000 Maniacs che non riescono a chiudere gli occhi davanti alla disperazione che ne colma le strade. Loro, Los Angeles, non sono in grado di chiamarla “sogno”.
Critiche come se piovesse anche dai Distillers. Mentre è proprio odio sviscerato verso la fiction di tutti i giorni in scena a Hollywood in ‘Burn Hollywood burn’ dei Public Enemy e ‘Hollywood Liar’ di Grace Jones.
C’è chi poi, mai e poi mai, a Los Angeles ci vivrebbe. I Death Cab for Cutie ad esempio cercano di far cambiare idea ad amici in procinto di trasferircisi. Chi ne ha detestato i primi giorni passati, appena trasferitosi come, l’ormai “classico”, Billy Joel. Loudon Wainwright, infine, la ritrae addirittura grigia e piovigginosa.
Su un punto pero son tutti d’accordo, detrattori e fanatici, avversari e sostenitori: il suo fascino notturno.
Come la città sappia trasformarsi e sia in grado di trasformare quando ne vengono accese le luci, aperte le porte dei locali, suonate le note nei club.
Gli inni alla nightlife della megalopoli californiana sono ormai una costante della musica americana e non, tanto da rendere orgoglioso qualsiasi Angelenos. Uno dei tributi più celebri è una canzone, di quasi vent’anni fa, cantata da Sheryl Crow. “Tutto ciò che voglio è divertirmi prima di morire”: inequivocabile dichiarazione d’intenti. Al suo fianco decine e decine di brani, dal danzereccio ‘Hollywood Swingin’ di Kool & the Gang, allo swing sfumato di ‘Hollywood Nocturne’ della Brian Setzer Orchestra. Dal closing time narrato da Ryan Adams in ‘Goodnight Hollywood Blvd’ alle atmosfere elettroniche di ‘Midnight City’ degli M83, sino al primo pezzo composto da dei Red Hot Chili Peppers ancora in fasce: ‘Out in L.A.’ .
Il succo però, la summa, la morale alla città che ti permette d’essere tutto, perchè per lei rimani irrilevante. In cui puoi essere tutto, purchè continui ad essere uno dei tanti, l’hanno forse scritto i Sublime nel 1996. Quella ‘What I got’ che nel ritmo, nelle parole, nella voce ha la soluzione a uno dei dilemmi americani contemporanei…Los Angeles.

di Marco Canepari

In copertina: Los Angeles circus ©  â–ºCubaGallery

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