LONDRA: AMORE E ODIO

La simbiosi tra Londra e musica ha secoli sulle spalle, tanto che la prima ha più volte messo lo zampino nella storia della seconda, indirizzandone il corso, modellandone forme e dandole residenza. Non solo il viverla o il visitarla, ma anche il semplice pensiero ha ispirato canzoni in suo onore e disonore.
Dicotomia costante a confronto della capitale inglese: è ormai impossibile considerare le note intente ad esaltarla tralasciando quelle che ne cantano i mali.
Volendo addentrarsi nei meandri della città, tentando di scoprirne segreti e svelarne facce, si potrebbe cominciare calandosi sin nelle sue viscere. Pubblicata nel 1969, “Streets of London” di Ralp McTell, è ancora uno tra i più realisti e disincantati ritratti londinesi, diventatone suggestivo inno. Innegabile ispirazione per i Pogues che, negli anni ’80, sono stati passionali cantori dei vicoli cittadini più celati. “Dark street of London” e “Transmetropolitan” sono illuminate Lonely Planet dell’ultima Londra o della Londra degli ultimi. Immigrati, mendicanti e vagabondi sono i protagonisti delle strade che, una guida turistica tradizionale, non schiuderà mai.
Considerato il gruppo anglo-irlandese, non si può evitare di risalire la corrente degli anni di qualche lustro per rintracciare nei Clash i padri morali di una feroce denuncia sociale portata alla città. I Clash e il punk inglese più in generale, si sono sempre riempiti bocca e strumenti con attacchi e denunce. Tralasciando le scontate “London calling” e “London’s burning”, da menzionare “First night back in London” e la sua chiosa conclusiva: “appena tornato a casa, chiamo subito Heathrow per un biglietto last minute per il Borneo”. “White man in Hammersmith palais” é invece feroce attacco alla superficialità dei giovani della capitale, mentre “Guns of Brixton” é figlia del clima balordo creatosi alla fine degli anni’ 70, in una delle zone più irrequiete della città, causato da recessione e intransigenza delle forze dell’ordine. La canzone sarà anche futura colonna sonora della rivolta del 1981.
Sempre odorante di punk e anch’essa ambientata a Brixton, “London dungeon” dei Misfits, è narrazione diretta di una disperata notte rinchiusa nella prigione del quartiere. Un’altra prigione, quella di Wormwood Scrubs, compare in “Down in the tube station at midnight”, uno dei singoli di maggior successo dei Jam. In cui, un feroce pestaggio, è spunto per un’immersione nelle profondità di una stazione della “tube”: nei suoi rumori, colori e odori. Il gruppo di Paul Weller ha spesso usato Londra come protagonista, per lo più corrotta, delle proprie opere. Uno dei manifesti della decadenza cittadina e nazionale è senza dubbio “Carnaby Street”. Sufficienti le prime strofe: “Dà un’ occhiata alla via, non sembra più la stessa, ricorda com’era grandiosa” o ancora “la via è uno specchio del nostro paese, rappresenta l’ascesa e il crollo della nostra nazione”.
Il disincanto è lampante anche in “Fake plastic trees” dei Radiohead. Nella quale, lo spunto per cantare di mistificazione e artificiosità, è Canary Wharf, neonato quartiere Mecca della finanza inglese e progetto che sembra esser stato partorito da un’equipe di chirurghi estetici piuttosto che architetti.
Ma la città britannica viene anche limitata a mera scenografia: ad esempio di storie d’amore in divenire, come in “Bar Italia” dei Pulp, disperate, in “Half a person” degli Smiths, o catartiche come quella di “Brompton oratory” di Nick Cave. Di scelte di vita, in “London” sempre di Morrisey e gruppo e “It could be you” dei Blur.
E viene, finalmente, esaltata. Da sue figlie e figli celebri. Da Adele in “Hometown glory”, traboccante di nostalgia per la sua amata hometown. Dai Blur, che la glorificano per la sua unicità in “For tomorrow” e la decantano lungo tutto “Parklife”. Da Cat Stevens narrante le piccole gioie quotidiane che ritrova camminando per Portobello Road.
Dagli Small Faces capaci d’innalzare un pomeriggio a “Itchycoo Park” a esperienza eterea. Esempio seguito alla lettera, anni dopo, dai Saint Etienne che, in “London belongs to me”, trasformano una passeggiata in Regent’s Park, in un idillio. Singolarmente, data la congenita realtà metropolitana della capitale, l‘ispirazione bucolico-urbana è comunque risultata sempre popolare tra gli artisti inglesi: ad esempio anche la coppia folk, John e Beverly Martyn, sorprende con una descrizione quasi pastorale di “Primerose Hill”.
Accanto agli autoctoni, anche un plotone di cantautori turisti o trapiantati sotto la Union Jack è stato abbagliato, ammaliato o accecato dalle luci cittadine. Esempi sono Lord Kirchner, uno dei primi caraibici con valigie colme di ritmi calypso a sbarcare nel ’48 in Gran Bretagna. La sua “London is the place for me” è un levare politically correct in onore dell’ospitalità londinese e della città che lo ha accolto. Caetano Veloso, che a Londra ha vissuto da esiliato forzato, descrive invece la ricerca di un significato alla sua situazione, trovandolo solo liberando lo sguardo nel cielo e sfuggendo all’ombra del Big Ben. Sulle prime miserabile è anche la condizione del protagonista di “A foggy day (in London town)”, canzone di Gershwin degli anni ’30. Ma quando tutto sembra irrimediabile, un’inaspettato incontro, illumina la scena, portando il sole sopra Londra.
Amore e odio, esaltazione e processi, piante di plastica e spazi verdi incontaminati. Londra ha sempre vissuto d’opposti. Forse per questo solo un’altra metropoli come New York, ha saputo stuzzicare così numerose scintille artistiche infiammando tante opere.
Una summa, se si vuol trovare, può essere scovata in “Waterloo sunset” dei Kinks. Tanto personale, quanto universale. Tanto celebrativa quanto malinconica. Una Londra solitaria, una Londra ultima capace di ritrovarsi e non dover cercare altro oltre a se stessa.

di Marco Canepari 

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