“LASSA PUR CH’EL MOND EL DISA”

Curiosa Milano, curiose le reazioni che provoca in chi la vive: bistrattata, poco tollerata, per la poesia sembra non esserci posto. Annebbiata com’è da lavoro, da ritmi frenetici e cappe  d’inquinamento.
Capita poi di scoprire, ricercando un po’, che invece ha sempre risvegliato qualcosa di intimo nei suoi cittadini, fossero temporanei o dalla nascita. Si scopre anche, che di strofe, ritornelli e note gliene sono state dedicate tante da riempirci canzonieri interi. E si scopre che l’amore-odio nei suoi confronti ha concepito una meravigliosa prole di parole e musica. I primi due esempi, strappalacrime, sono di un milanese doc come Roberto Vecchioni, che nel suo capolavoro “Luci a San Siro”, usa languidamente la città come sfondo al proprio “male di vivere”. E di un livornese in fuga da se stesso, Piero Ciampi, che in “Autunno a Milano”, con eleganza, narra una storia d’amore avvolgendola nella nebbia milanese.
Ci sono poi i “cantastorie” che han dedicato la vita a Milano e l’hanno raccontata per filo e per segno. Usandola come scenografia attiva e passiva, narrandone vicende ed usandone protagonisti reali o verosimili. La scuola milanese degli anni ’60 e ’70 è indubbiamente quella che ha saputo rappresentare meglio la città. Scovandone, nell’ordinario, i personaggi distintivi e idealizzandone i luoghi, tanto da conservarli ancora oggi come cartoline.
Il Cerutti Gino, “mago del Giambellino”, cantato nella ballata di Giorgio Gaber. Il “ragazzo della via Gluck” e le prime periferie nelle parole di Celentano (tanto celebri da avere addirittura una “risposta”, ancora di Gaber). Il Gigi Lamera che abitava dietro a Baggio e “prendeva il treno per non essere da meno”, primattore di Enzo Jannacci, sono esempi d’eroi della canzone milanese attraverso i quali la città viene svelata negli anni del boom economico. Jannacci, Celentano e Gaber, affiancati da altri cantori popolari come i Gufi di Nanni Svampa,  Ivan della Mea, Claudio Rocchi, Ricky Gianco ed Eugenio Finardi: tutti artisti abili nel “riscrivere” e cantare la città del dopoguerra.
Canzonette alla “Balilla”, stornelli d’amore sulla falsa riga di “Porta Romana”, storie di vita come “Ma mi” e leggende metropolitane come “Faceva il palo” della banda dell’Ortica, nelle quali il folcloristico, il tradizionale si colorano di protesta sociale e illuminano le condizioni proletarie.
Verso la fine degli anni ’70, Milano, diventata capitale discografica italiana, sede delle maggiori etichette e studi, gode dell’arrivo d’emigranti di lusso da tutta Italia. La città ospita Dalla, seducendolo tanto, da ispirargli uno dei tributi più romantici. Ma, allo stesso tempo, provoca un “malessere urbano” che la oscura e diventa soggetto del disincanto di “Samantha” e “Poveri bimbi di Milano” di Guccini o della frustrazione di Battiato in “Un’altra vita”. Malessere provato, anni prima, anche da Paolo Conte, che nella sua “Naufragio a Milano” dà voce, disperata, a un immigrato del sud Italia appena affondato in una metropoli senza mare.
Quelli a cavallo tra ’70 e ’80 sono anche gli anni di Alberto Fortis e della rivalità a distanza Milano-Roma, di cui “Milano e Vincenzo” è vero e proprio inno. Fortis, però, non si limita a sospirare la sua Milano, ma la incornicia, letteralmente, nel “Duomo di notte”. A cantare la città, scoprendone un’insospettabile natura mansueta mattutina, un altro suo figlio, Fabio Concato, in “Domenica bestiale”.
Negli anni ’90, Milano, trova nel guardaroba vestiti alternativi. Vinicio Capossela ne traccia ritratto fedele, decadente e poetico in “Pioggia di Novembre”. I La Crus “rivitalizzano” lo spleen metropolitano salvificandolo solo grazie all’amore in “Natale a Milano”. Mentre gli Afterhours, in “Milano circonvallazione esterna” e ne “L’inutilità della puntualità”, non concedono speranze di salvezza, andando a picco con le abiezioni cittadine.
Gruppo che invece ha sempre cercato di sviluppare un suono indigeno sono i Casino Royale, che da più di 20 anni, rovistano nel tessuto urbano per trovare fonte d’ispirazione per le loro musiche. “Io rifletto” e “Milano double standard” sono solo due esempi della produzione più prettamente milanese del gruppo. Attenendosi a questo canovaccio, Milano sembra essersi ancor più avvicinata alla “strada” e l’approdo al mainstream dell’hip-hop, non ha che agevolato la tendenza. Prima gli Articolo 31 con “Milano Milano” (Articolo 31, che già agli esordi, cantavano della loro periferia condita dalle tipiche brutte storie come in “Legge del taglione”), poi a ruota Club Dogo (in “Indecifrabili –  Dangerous”) e Marracash (in “Milano Odia”) svelano una faccia disgraziata. Rap che acquista invece valenza sociale nella canzone-denuncia “Milano Sud-Est” di Oscar White, sull’amianto che riveste le case di Rogoredo e con Dj Gruff in “1500lire” e la Milano degli ultimi.
Accanto a loro, negli ultimi anni, altri protagonisti della cosiddetta scena indie traggono ispirazione dall’anima meneghina. I Marta sui Tubi, siciliani trapiantati, che in “Milano sushi e coca” aggiornano e corrompono la visione di Dalla. I Baustelle, dandy “romantici” un po’ alcolici, un po’ noir in “Un romantico a Milano”. Le Luci della centrale elettrica e “Nei garage di Milano nord”, degna erede del disseccamento degli Afterhours. E infine, unici milanesi del lotto, i Ministri che prendono le mosse dall’attualità, reclamando una nuova liberazione in “Milano non ha scelta”.
Come ultima menzione, quella d’onore per un vero e proprio “riassunto” della storia recente ambrosiana. Attivi da più di 30 anni, con richiami diretti e indiretti alla città in ogni capitolo della loro carriera, gli Elio e le storie tese sono sempre stati in simbiosi con Milano. Da “Zelig – la conesiun del pulpacc”, canzone di metà anni ’80, il loro demenziale ha saputo narrare la città meglio di molte cronache e servizi giornalistici. Ha saputo denunciare e far luce sugli sfregi arrecati da amministrazioni fin troppo “milanesi”. Ha saputo utilizzare il locale per temi e battaglie universali. Esempio topico: “Parco Sempione” e la “pubblica accusa” nei confronti della giunta Moratti, rea d’aver sradicato il bosco di Gioia, una delle ultime oasi verdi nel deserto di cemento milanese, per far posto al grattacielo della Regione.

di Marco Canepari

 

 

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