LA VILLE SONORE

Il fascino parigino: quell’entità capace di valicare confini nazionali e continentali, divenendo, nel corso degli anni, decenni e addirittura secoli, ispirazione d’innumerevoli opere. Manna per ogni operatore turistico. Basta il nome, in fondo, per dar vita a suggestioni. Che siano indotti da parole, immagini o filmati, i ricordi prorompono in un’emorragia d’associazioni.
La musica, da par suo, non s’è mai sottratta all’elogio della Ville Lumière e, sfogliandone il libro di storia, si può risalire sino al XVI secolo e alla Rinascimentale “Voulez ouyr les cris de Paris” per incontrare, forse, il primo tributo alla città. Composta da Clément Janequin, la chanson è una colorita recita delle grida, delle strida dei venditori ambulanti parigini.
Quasi due secoli dopo, nel 1802, rimanendo comunque nella preistoria della canzone francese, Marc Antoine Madeleine Désaugiers, in “Tableau de Paris à cinq heures du matin” e “Tableau de Paris à cinq heures du soir”, dipinge minuziosi, a tratti piccanti ritratti di un’alba e di un tramonto nella vita cittadina.
I legittimi nonni e nonne della tanto celebrata chanson française, sono però i chansonnier di fine Ottocento, che, negli ultimi decenni del “Secolo delle Invenzioni”, gettano i semi per la fioritura dei primi anni del ‘900.  Parigi veste in tutto e per tutto i panni di musa e i suoi quartieri e scorci più suggestivi compaiono sempre più frequentemente nei titoli delle canzoni e nei loro testiBelle ville è scenario della cartolina “Belleville-Ménilmontant” di Bruart, Montmartre fa capolino in “Le chat noir” e il Luxembourg è scena per “Les Veuves du Luxembourg” di Montoya. Il mito del Moulin Rouge viene per la prima volta citato nel 1896 da Boukay, mentre Toto La Ripette è il disgraziato protagonista della storia che si dipana dal parco della Rivette alla prigione della Roquette.
I primi del ‘900 sono l’apoteosi della capitale francese. La Belle Èpoque accende nuove sfavillanti luci sulla città e la colma di note. Aristide Bruart, anche nel nuovo secolo, ne è suo più celebre cantore. L’uomo con la sciarpa rossa, immortalato da Tolouse Lautrec, percorre, coi suoi testi, la città da capo a piedi. Ristorandosi a Montmartre e eleggendola a suo rifugio. Il suo stile formerà la chanson réaliste. La prima a trattare dei poveri, della loro condizione e delle loro pene. La chanson acquista quindi carattere sociale e mette sotto gli occhi di tutti i mali parigini. Mali cantati anche da chanteuse come Fréhel (in “Musette”) e Yvonne George. Mali descritti dalle parole di Jean Rodor e musicati da Vincent Scotto come accade per “Sous les ponts de Paris” o “Dans les bouges de Paris”.
Il risultato è quell’ombra malinconica e anticonformista che s’allunga alle spalle d’ogni ricordo della città. Singolare che questa caratteristica non solo sia arrivata ai giorni nostri, ma che sia ancora così netta quando ci si accosta a Parigi. Dal primo dopoguerra in poi, infatti, i suoi artisti han sempre tentato di costruirle cornici fresche e brillanti.
Una dichiarazione d’intenti è nelle parole d’Edith Piaf: “Non mi piacciono le canzoni realiste. Per me sono musiche volgari con tizi che indossano coppole e ragazze che ‘fanno il mestiere’ per strada. Le odio. Mi piacciono fiori e storie d’amore semplici, salute, gioia di vivere e Parigi”.
E così sia: uscita a brandelli dalla guerra, la città viene rammendata dalla grande stagione musicale del secondo dopoguerra. I chansonnier diventano patrimonio nazionale oltre che cittadino. Raccontando storie che nascono e muoiono a Parigi, vengono riconosciuti come uno dei più importanti “patrimoni di Francia”. Sono gli anni di Trenet, Brel, Ferrè, Aznavour e Brassens. Della già citata Piaf, di Barbara e Dalida: eccelse interpreti d’altrettanto eccellenti opere. Sono anni in cui la musica intreccia fitta corrispondenza con poesia, filosofia e teatro, corredando con note, testi scritti per altri palcoscenici.
Sono gli anni che preparano il ’68 e Parigi è più fervente e passionale che mai. Appare così, ad esempio, in “Le coeur de Paris” di Trenet, in “J’aime Paris au mois de mai” d’Aznavour, ne “La Joconde” cantata da Barbara o ancora in “Le prenom de Paris” e “La valse à mille temps” di Brel. Caratteri da inno alla città si trovano in “Rues de mon Paris”, duetto di Gainsbourg e Dalida e in “Valse de Paris” a cui presta l’inconfondibile voce Edith Piaf. Sono gli anni dell’ultimo mito incarnatosi in città. Anni che corrono, come scritto, fino al maggio 1968. Mese topico, che mescola le carte in tavola della storia europea, in maniera tanto violenta, da rendere irriconoscibili colori e figure.
La passione sembra sbiadire. A Parigi s’iniziano a rendere omaggi pieni di nostalgia, per quanto è stata, incensandone solo i trascorsi. Sugli stessi lenti binari sonnecchia la canzone francese, che deve fare i conti con una mancanza d’ispirazione che la costringe quasi all’anonimato, fino ai giorni nostri. Giorni che devono fare i conti con un clima sempre più teso e temperature bollenti. Le banlieue sono le ultime voci della città, pronuncianti parole che si muovono agli antipodi delle lodi di qualche decennio prima. Col loro carico multiculturale d’influenze e realtà, le periferie parigine inquadrano una Parigi inedita, mai svelata prima se non dalle note più scure, tanto detestate da Edith Piaf, della chanson realiste.
Mano Negra (in “Ronde de nuit”), Negresses Vertes (in “Enfer et Paradis”), Mano Solo (in “Metro”) e Mc Solaar (in “Coup d’oeil dans le métro”)non cantano più di un’amore incondizionato verso la propria città, ma di un malessere incandescente, una sopportazione forzata pronta ad esplodere.
Parigi, per ridarsi il trucco, deve perciò fare affidamento sui souvenir che riempiono le valigie degli artisti stranieri in partenza. Una volta a casa, sulla falsariga intrapresa da “classici” come lo swing e il blues parigini di Django Reinhardt e Duke Ellington, come la “Paris holiday” di Henry Mancini o l’Aprile a Parigi passato da Louis Armstrong, uno sterminato elenco di nuovi interpreti, intraprende la sfida di dimostrare originalità a confronto di un tema ormai sviscerato sino al cuore. Il tributo a Parigi smuove e ispira uno dei migliori “ultimi” Morrisey in “I’m throwing my arms around Paris”. Commuove con “Place Pigalle” di Elliott Smith. Agita e urta attraverso i ritmi irregolari di Patrick Wolf e la sua “Paris”. Convince e conquista con l’appello di Jonathan Richman “Give Paris one more chance”. Incuriosisce nella “Paris, les Paris” di Paolo Conte. Sembra dunque inevitabile che il mondo delle note finisca con l’incensare la capitale transalpina. In fondo, il loro rapporto, si perde nei secoli.
E non bisogna stupirsi se anche Gershwin, che di liriche ne era maestro, disse: “Non ci sono altro che due possibili soggetti di canzoni: l’amore e Parigi”.

di Marco Canepari 

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