IN MEZZO SCORRE IL BOSFORO

Doppia identità, due facce, due anime. Ma forse, ciò che rende meglio l’idea di Istanbul, sono le chilometriche campate principali, sospese sul Bosforo, dei due ponti d’acciaio che collegano Europa e Asia. Come fossero davvero capaci di tenere in contatto due Continenti e due mondi “paralleli”, uno su una riva e l’altro su quella opposta. Quei ponti, di poche decine d’anni di vita, han visto ben poco della secolare storia di Istanbul. Ma non è un caso se una delle testimonianze più rilevanti del rapporto tra le due coste s’intitoli proprio Crossing the bridge e sia un documentario di carattere musicale in grado di cogliere e sviluppare le relazioni tra le due sponde.
Come spesso accade, musica e arte in generale sono le prime manifestazioni d’influenze e commistioni.
Le note, in questo caso particolare, da secoli godono e allo stesso tempo devono fare i conti con un “bilinguismo”: è fatto raro che un gruppo di stanza a Beyoglu, ignori ciò che s’ascolta a Kadikoy e viceversa.
Esempi documentati si trovano sin dai primi anni del ‘900, come la tradizionale Arap oyun havasi che trasporta senza troppi complimenti nella Istanbul crocevia, calderone e garbuglio d’identità. Sensazioni incarnate anche in un altro classico Kadifen Kesesi con l’aggiunta importante del tema dell’esilio.
Uno dei più famosi compositori e musicisti turchi, attivo nella prima metà del secolo scorso, è Udi Hrant. Di origini armene, scampato al genocidio del 1915, cieco dalla nascita, è stato comunque capace di legare indissolubilmente il suo nome a quello di Istanbul. Nonostante le poche registrazioni lasciate in eredità, è ancora una delle voci più facili da incontrare ascoltando la radio di una sala da tè cittadina.
Quasi quanto l’inconfondibile “bel canto” di Münir Nurettin Selçuk. Una delle trait d’union musicali più forti tra Oriente e Occidente. Sana dün bir tepeden baktım  è uno dei tanti tributi che ha dedicato alla sua città. La musica turca in generale, non solo solo quella prodotta a Istanbul, non potrebbero però essere quelle che sono senza l’influsso gitano.
Musicisti gypsy erano presenti a Costantinopoli già nel XV secolo come artisti di corte. La musica ottomana è cresciuta grazie all’influenza zigana e anche la belly dance ha acquisito dettagli dalla cultura rom. Non è sorprendente che, ancora oggi, musicisti gitani non fatichino a trovare palcoscenici in città sui quali suonare.
Kemani Cemal è forse l’artista che meglio riassume il contatto e contagio tra musica gypsy e Istanbul. Il suo violino, d’origine tracie, ma adottato dal quartiere rom di Sulukule, ha fatto capolino in decine di locali, lasciando importanti esempi di cultura gitana urbana .
A seguirne le orme la Istanbul Oriental Ensemble: quartetto attivo da più di vent’anni che ha dedicato a Istanbul e al Gran Bazar un album intero. Geci Yarisinda Pazar, ovvero il Bazar di notte, ne è ispirato capitolo.
Gli ultimi 50 anni hanno portato nuovi influssi alla musica turca. Che proprio a Istanbul ha sviluppato alcune delle sue realtà più creative e riconosciute.
A Tarabya, quartiere della parte europea, è nata, negli anni ’80, una scena elettronica divenuta nota in tutta Europa. Ümit Besen, uno dei suoi maggiori esponenti, in Istanbul Soklakari trasporta in note le scure strade cittadine.
Un’altra immagine musicale che ben descrive gli ultimi decenni di Istanbul è l’affermarsi del genere Arabesk. Nato dalla pesante immigrazione degli anni ’60 e ’70 dalle campagne dell’Anatolia verso la città, è divenuto il genere per eccellenza delle classi popolari, trovando in Orhan Gencebay e nel suo progressive, uno dei maggiori interpreti. Uno dei suoi brani più celebri, Istanbul hatırası, è un malinconico racconto d’amore, che ha per pretesto una sbiadita cartolina.
Un altro artista, nato a Istanbul, che negli anni ha assunto rango d’istituzione nazionale, è Barış Manço. Originario di Üsküdar, uno dei quartieri asiatici che s’affacciano sul Bosforo, a dieci anni dalla morte è ancora una delle figure più popolari della cultura turca. Con lui emerge e s’afferma il primo rock autoctono e, grazie a lui, la musica anatolica comincia ad essere conosciuta non solo per i suoi valori tradizionali.
Tutta la sua produzione è un tributo alla cultura della sua terra, ma, allo stesso tempo una continua occasione per ricerca e sperimentazione. Come dicono in Turchia: “Frank Zappa è il Barış Manço americano, non il contrario”.
Strettamente legati a Manço, gli MFÖ sono, oggigiorno, uno gruppo tra i più rinomate in patria soprattutto per merito delle partecipazioni a Eurovision. Una delle loro canzoni più conosciute e più tristi, è un pianto d’amore, le cui lacrime vanno a mischiarsi alle gocce di pioggia che cadono sulla città.
Più di nicchia, i Nekropsi, nel 1996, cantano, nel loro stile crudo e asciutto, dell’apatia e l’inerzia che stanno impossessandosi del loro quartiere, Mecidiyeköy. Mentre Teoman, vera e propria pop-rock star dell’ultimo decennio, torna sul tema sentimentale, parlando di una Istanbul autunnale .
Come spesso accade, quando una città possiede una personalità tanto forte, difficile non lasci ai suoi visitatori ricordi indelebili. Difficile anche quei ricordi non si tramutino in ispirazione.A fine anni ’20 Paul Whiteman, accompagnato dalla sua orchestra, è forse il primo, dall’altra parte dell’Oceano, a cantare Constantinople e metterla in note.
Vent’anni dopo, i canadesi Four Lads, scrivono una divertita risposta alla canzone di Whiteman, intitolandola Istanbul not Constantinople, sottolineando il fatto che, nel frattempo, la città era stata ribattezzata. Medesimo titolo usano gli Ska Cubano donando però al brano un testo più poetico e un ritmo in levare. Temi più sentiti vengono accostati a Istanbul negli anni seguenti. Marc Almond, ad esempio, la usa come ambientazione per il sogno a tinte amorose di She took my soul in Istanbul. Tom Waits riceve una telefonata proprio dalla Turchia che gli annuncia il ritorno della sua amata.
I Wax Poetic, gruppo trip-hop newyorchese tra le cui fila ha militato Norah Jones, vanno oltre e dedicano un loro disco alla città. Disco di cui Striptease in Istanbul è probabilmente il migliore episodio.  Mentre i Brazzaville, una delle band americane “sconosciute” più famose, narrano di un saluto al Bosforo da parte di una partente verso la Germania.
Il fascino di Istanbul non risparmia neanche gli artisti italiani. Tra i tributi più rilevanti, quello portato da Franco Battiato nella pacifista Venezia- Istanbul: nelle prime strofe, l’artista siciliano,annotale somiglianze tra la città lagunare e quella sul Corno d’Oro.
Guccini, invece, fa scorrere i secoli a ritroso sino a ritrovare la Bisanzio greco-romana enarrandone personaggi e luoghi.
I Litfiba nel 1985, onorano la città con uno dei loro primi classici  e la rappresentano come realtà sognata e mistica. Uno di tributi “stranieri” più alti offerto a Istanbul, l’ha però composto un artista di Ankara: Fazıl Say, affermato pianista e compositore della capitale turca.
Ispirandosi a vari scorci, colti lungo le sponde del Bosforo, Say, movimento dopo movimento, tesse un’intera sinfonia il cui tema è la città. Abbracciando i propri ricordi, le proprie sensazioni a temi forti come quello religioso e politico nella Turchia contemporanea, il musicista compone una tanto insolita quanto appassionata guida turistica costituita di note.

di Marco Canepari

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