IL MURO DEL SUONO

Berlino é la sua storia. Suo malgrado, più di tante altre capitali o città, ciò che la rappresenta e l’ha modellata sono stati gli avvenimenti storici per i quali ha fatto da scenario. Calderone inquieto, rovine in trasformazione. Una città innegabilmente simbolo, figurazione d’ideali e ideologie, di idealismi e ideologismi.
Sin dal XVI secolo e dall’istituzione di una delle prima Orchestre di Corte, la Storia s’é manifestata anche attraverso la musica. Ma é secoli dopo, a conseguenza di quei 28 anni di “muro”, che la capitale tedesca ha letteralmente vissuto di note. Fossero tributi, attacchi, preghiere o paure, Berlino s’é trovata sulla bocca e sulla chitarra di tutti. Artisti tedeschi e non. Suonassero pop, rock, elettronica…
Una canzone più di altre é rimasta aggrappata alle memorie del Muro: “Wind of change” degli Scorpions, nonostante l’ambientazione moscovita, é diventata dall’ottobre 1990 l’inno della riunificazione delle due Germanie. Sulla stessa falsariga, nel 1991, Bono degli U2 scrive “Zoo Station”. Usando la tanto favoleggiata stazione metropolitana come metafora della situazione berlinese, tedesca ed europea. Nel 1994 i Pink Floyd danno invece vita a un’amara analisi di ciò che l’unificazione ha portato. “A great day for freedom” riflette le speranze disattese e le disillusioni di fronte al “wind of change” ormai estintosi. Animo cupo e distruttivo che coglie anche Dee Dee Ramone in “Born to die in Berlin”.
Tutto questa insofferenza é provocata da un’attesa sostenutasi per decenni su sogni di libertà e unità. Sogni delusi, risieduti in una città a tratti appassita, autunnale. Resa note, fin troppo realistiche, da “Berlin”, disco e canzone del 1973 di Lou Reed, da “Neukölln”, ebbrezza strumentale di David Bowie/ Brian Eno e da “Suburban Berlin” dei Japan.
Ma Berlino, per poter citare ancora David Bowie, é anche città salvifica. A fine anni ’70, il Duca bianco resuscita, salvato dalla città tedesca. Alla quale non solo dedica una trilogia, ma in cui ambienta uno dei brani più celebri della storia della musica. La tanto decantata vicenda di due amanti divisi dal muro narrata in “Heroes”.
Berlino ispira anche i Sex Pistols, sempre nel topico 1977, che trovano in Germania una via d’uscita al “campo di prigionia londinese” e alla “Holiday in the Sun” passata a Jersey. Note innamorate ritornano invece, qualche anno dopo, in “Summer in Berlin” degli Alphaville del 1984 e in “City of night” di Peter Schilling del ’89.
É però il senso di sospensione dal tempo, la costante che si manifesta in tutte le composizioni a tema berlinese degli anni ’80. Una costante che distingue, ad esempio, “A Berlino va bene” di Garbo, “Alexanderplatz” di Battiato, “Berlin” dei Marillion e il successo autoctono di “99 luftbaloons” dei Nena.
Una costante che recupera le sensazioni disorientanti e incerte del periodo antecedente la Seconda Guerra Mondiale. Quando Marlene Dietrich è cantrice assoluta della città: “Berlin Berlin”, “Ich hab noch einen koffer in Berlin” e l’universale “Lili Marleen” sono tentativi di mascherare un baratro ormai prossimo.
Dall’altra parte dell’Oceano, invece, quando si pensa a Berlino, i toni son ben diversi. Nel 1943, Bing Crosby, canta “Hot time in the town of Berlin”, mentre Little Jack Little e la sua “I’ve always wanted to dance in Berlin” anticipano di qualche mese l’occupazione/ liberazione alleata della città.
Si può dire che Berlino abbia goduto della sua gloria solo nell’ultimo decennio. Anche le canzoni a lei dedicate han cambiato stile e tenore dal debutto del 2000. Un esempio su tutti “Tiergarten” di Rufus Wainwright. Semplice e sincera canzone d’amore ambientata nella zona del Tiergarten Zoo. O “Uberlin” dei R.E.M., e quel senso di redenzione quando si lasciano alle spalle, in una città del tutto inedita, le preoccupazioni della vita di tutti i giorni. Sullo stesso canovaccio si muove anche “Kreuzberg” dei Bloc Party, che si abbandona alle esperienze prime, che una città mai vissuta porta in seno.
Berlino, come a inizio secolo scorso, torna così ad affascinare, lo fa con Paolo Conte che la canta sotto la pioggia. Lo fa con Ian Anderson, che narra delle evoluzioni fisiche e cerebrali di un volatile sopra lo zoo, in “Pigeon flying over Berlin zoo”.
Nel passato più recente, la città diventa sinonimo di una nuova speranza. Nelle parole di “Riprendere Berlino”, gli Afterhours usano la capitale tedesca come metafora di una libertà di cui riappropriarsi. Mentre in “Prenzlauerberg” dei Beirut, nonostante le note tormentate, le parole godono di un finale in crescendo.
In ultimo, Berlino é stata addirittura in grado di scrollarsi di dosso la soma del passato, e apparire, nelle canzoni dei Rakes (“1989”) e degli Is Tropical (“Berlin”), fedele all’immagine disinvolta che assume oggigiorno.

di Marco Canepari

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