IF I CAN MAKE IT THERE #2

Per decenni, dagli anni ’70 in poi, il Bronx è stato un’etichetta, una nomea più che un semplice quartiere. Una parola adottata da decine e decine di lingue e indicante, senza mezzi termini, un luogo famigerato, malfamato, un ghetto.
L’unico distretto con il “The” davanti, per distinguerlo dal resto della città. Perchè, come diceva Kenny ‘Doppia K’ Kirkland in una scena di Beat Street (film culto per gli appassionati di hip hop): “questa non è New York, è il Bronx!”.
Desolazione e delinquenza a braccetto, capaci d’influenzare giudizi e oscurare quanto di buono uno dei borough più vivaci di New York avesse da offrire.
I turisti, ancora oggi suggestionati dalla mala-reputazione, difficile s’inoltrino per le sue strade, se non per porre tributo alla “Scala del baseball”, lo Yankee Stadium (e magari per ascoltare l‘inno di una delle franchigie più famose del mondo), o per avventurarsi tra i 18mila animali dello Zoo e le piante del vicino giardino botanico. Difficile anche, il Bronx, riceva i riconoscimenti che merita per essere stato motore della cultura afroamericana e latina di fine secolo scorso.
Qui l’immigrazione africana, latinoamericana e caraibica hanno determinato un susseguirsi di scene musicali, stili e influenze con pochi pari. Latin jazz, hip-hop, disco e soul son solo alcuni dei generi nati o cresciuti in simbiosi con le street & avenue del quartiere.
È quindi inevitabile attribuire un posto d’onore nella storia della musica più recente proprio alle strade che si dipanano a sud dei piloni della Cross Bronx Highway, ovvero alla parte più disgraziata del borough, quella che i registri definiscono come distretto più povero d’America.
Viene così rappresentato il South Bronx. Messo in scena da De Niro in Bronx Tale del 1993. Cantato nel 1986 dai Boogie Down Production e da Bruce Spingsteen in Lost in the Flood.
Zona che ha visto i primi passi, musicali e non, di Africa Bambaataa. Isolati dov’è nata la “Jenny” più famosa della musica latina e dov’è cresciuta Regina Spektor.
In poche parole, quel South Bronx, terra di nessuno, lontano 80 block da Tiffany.
Ancor più lontana di 80 block, ma tanto vicina al Bronx caratterialmente è Brooklyn. Altra città a se stante in seno a New York e a sua volta disgregata in decine di enclave etniche, è sempre stata uno degli argomenti preferiti da trattare per gli artisti.
Quasi obbligatorio d’altronde, quando ad ispirare ci sono luoghi come Coney Island, il ponte di Verrazzano, il Brooklyn Bridge, Prospect Park o il quartiere di Dumbo.

Chi sotto un sole cocente, chi coperta dalla prima neve, chi attraversandola su struggenti vagoni notturni, chi invece cantandone le strade. Chi costretto a lasciarla dopo delusioni amorose, chi in partenza perché ridotto sul lastrico. Chi ci fa ritorno in astinenza () e chi col cuore infranto.
Brooklyn s’è ritrovata ad esser narrata con addosso ogni capo del proprio guardaroba e con ogni acconciatura possibile. Da quella placidamente folk di Al Stewart, alla retro di Tony Visconti, dalla prettamente pop di Dion DiMucci sino a quella hip-hop e feroce di Ol’ Dirty Bastard.
Ma c’è anche chi le ha dedicato la carriera, elevandola costantemente a musa ispiratrice. Tra i tanti vanno nominati i Beastie Boys, figli illustri del borough che ad esso son rimasti legati dagli esordi agli ultimi anni di attività. O Jay-Z, proveniente da uno dei block più miseri del distretto, al quale però ha sempre fatto ritorno per trovare ispirazione.
Se non fosse abbastanza, accanto alle visioni d’insieme, ci sono inoltre fotogrammi caratteristici ad aver incendiato l’immaginazione dei musicisti.
Uno su tutti: Coney Island. Il cui cantore per eccellenza, Lou Reed ha ambientato storie divenute intramontabili. Come quella di Candy in Walk on the Wild Side o quella della Coney Island Baby. Al suo fianco David Bowie che ritorna bambino in Slip Away e dei romantici Ramones che si ritrovano innamorati davanti alle giostre più mitizzate del mondo.
Un altro trademark di Brooklyn, immortalato e reso immortale da fotografie, film e canzoni è l’omonimo ponte, ormai secolare, le cui campate si spingono oltre l’East River, ovvero sino al punto di partenza di questo articolo: Manhattan.
Concludendo quindi il giro turistico in note di New York ascoltando, nuovamente, la voce di Frank Sinatra, suo crooner per eccellenza, e una serenata immaginifica ispirata a quelle arcate. Come scritto, accanto a chi ha rovistato nel locale per dare un senso alla città che non dorme mai, c’è chi ha riassunto la Grande Mela in un’unica opera. Chi ha tentato di rendere universale una propria idea di New York.
Bob Dylan è forse l’esempio più efficace: in Talkin’ New York del1962, ancora nel pieno dei suoi giorni folk, racconta il benvenuto e l’arrivederci dato alla città. A tentare l’impresa anche gli immancabili Beastie Boys, che scrivono una lettera aperta alle loro strade. O gli LCD Soundsystem e una delle più incisive odi al classico rapporto d’amore-odio verso una metropoli. Stesso argomento ripreso, pochi anni dopo da Gil Scott-Heron in New York is Killing Me.
Grandmaster Flash, invece, ne tratteggia una versione da giungla metropolitana in The Message mentre gli U2 ne rivelano una visione tra il magico e lo stregato.
A una città come New York non si può però risparmiare una chiusa romantica. A scriverla chi a New York non c’è nato, ma nonostante questo, ha saputo mostrarne in maniera vivida e fedele una faccia. Quella di chi, magari seguendo quando Sinatra cantava in New York New York, ha provato ma alla fine non ce l’ha fatta.
Fairytale of New York, scritta da Shane MacGowan e i suoi Pogues e cantata fianco a fianco con Kirsty McCall, non è solo una delle canzoni natalizie per eccellenza, ma è forse anche la favola più disperata e speranzosa mai scritta.

di Marco Canepari

 

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