IF I CAN MAKE IT THERE…

A leggerne il nome vengono in mente miriadi d’immagini, tante quante le sue abbaglianti luci. Dalla Statua della Libertà ai yellow cab, dal ponte di Brooklyn al logo I love NY, dai murales e graffiti fino alle giostre retro di Coney Island. Ma provate, quel nome, a ripeterlo due volte: New York New York… Ecco spuntare davanti agli occhi Liza Minnelli o Frank Sinatra che si voglia, in vestito da sera, un direttore d’orchestra, trombe squillanti e quel sontuoso pianoforte che introduce la voce del crooner di turno.
New York, dal 1977 o, ancor di più, dal 1981 quando ne è diventata inno ufficiale, vive e rivive in quella canzone. Sinonimo inscindibile e pressoché immortale. Accanto ad essa, l’elenco di brani dedicati alla Grande Mela è sterminato (la stessa “Big Apple” è espressione divenuta celebre per merito di ragtime degli anni ’30.
Il voler attestare a tutti i costi l’appartenenza alla “città che non dorme mai” è divenuto, musicalmente parlando, quasi un genere a se stante. Dal lontano 1894, anno di “Sidewalks of New York” sino a, forse ultimo vero e proprio inno, “Empire State of Mind” scritto da Jay-Z nel 2009 un secolo è stato scandito da canzoni “newyorchesi”. Canzoni che hanno, se ce ne fosse stato bisogno, mitizzato ancor di più la City of Lights.
Le luci alle quali si riferiva Bryan Foy nel 1928, nel primo film interamente parlato, erano quelle di Broadway. Le stesse cercate e ricercate nel 1960 dai Drifters in “On Broadway” o da Judy Garland nel 1966 in “Give my Regards to Broadway”. Ma la “via larga” per eccellenza è solo una delle tante anime di New York, pulsante nel cuore del suo borough più densamente popolato e più piccolo allo stesso tempo: Manhattan.
Isola incoerente, equivoca: isola del toro di Wall Street e delle strade di Harlem, delle boutique di SoHo e delle gallerie d’arte del Greenwich Village. Vero e proprio riassunto dei tratti newyorchesi. È anche luogo chiave della storia cittadina e nazionale. Liberty Island che accoglie la Statua della Libertà cantata tra gli altri dagli XTC e Ellis Island sono metafore dell’immigrazione d’inizio secolo scorso. Mentre il World Trade Center, ricordato in “The Rising” da Bruce Springsteen, è uno dei simboli del presente.
Che Manhattan abbia ispirato e continui ad ispirare è quindi inevitabile. Ella Fitzgerald la cantava a fine anni ’50. In “Manhattan” riprende infatti un classico degli anni ’20, riportandolo al successo. La canzone è una vera e propria camminata per i luoghi più conosciuti dell’isola. Passeggiata effettuata, con occhi ben diversi, anche da Sting in “Englishman in New York”.

Sono però gli angoli più singolari a infiammare la creatività. Gli artisti scavano nel locale, nei singoli quartieri per trovare la vera anima di “Gotham City”. Nancy Sinatra e Lee Hazlewood nella loro “Greenwich Village Folk Song Salesman” ritraggono il Greenwich Village, quartier generale della Beat Generation anni ’50. La zona viene svelata anche da Bob Dylan in chiave polemica in “Positively 4th Street”. A pochi isolati di distanza, Chelsea: diretto concorrente del Village come “residenza d’ artista” dagli anni ’60 ad oggi, viene descritto da Joni Mitchell in “Chelsea Morning”. Nella 23esima strada, precisamente al 222 West, si trova lo storico Chelsea Hotel. Indirizzo di musicisti, scrittori, registi, artisti tra i quali Mark Twain, Frida Kahlo, Charles Bukowski, Bob Dylan, Janis Joplin e Allen Ginsberg è reso immortale da Leonard Cohen in “Chelsea Hotel no. 2” e da “Chelsea Girl” di Nico.
Nella 54esima strada c’è, ancora oggi, l’edificio che una volta era lo Studio 54, mecca della dance a cavallo tra i ’70 e gli ’80 come cantavano Kid Creole and the Coconuts in “Dario (Can You Get Me Into Studio 54)”.
Mentre, a sole 5 strade di distanza, si apre Central Park, reso indimenticabile nella sua versione autunnale da Billie Holiday in “Autumn in New York”. Il limite nord del parco è rappresentato dalla 110ma strada, che è anche, come canta Bobby Womack in “Across the 110th Street”, una sorta di confine o porta d’entrata per Harlem: uno dei quartieri più autentici, difficili e vitali della città.
Ispiratore, nel suo piccolo, di decine di canzoni, Harlem sin dai primi anni del secolo scorso è divenuto uno dei centri culturali newyorchesi. Dal 1920, grazie al movimento della Harlem Reinassance, la comunità afroamericana residente da vita a nuove correnti artistiche, nutrendone altre. Ad esempio il jazz e lo swing crescono nei suoi teatri e nelle sale da ballo, mentre si può dire che l’hip-hop getti alcune sue radici nelle strade di Harlem.
Inevitabile, quindi, che il quartiere sia sempre stato meta di pellegrinaggi di musicisti, aperti a ogni ispirazione. Da Nat King Cole con “Harlem Blues” del 1958, nella quale una storia d’amore finita male è capace di cambiare i connotati al quartiere, passando per la danzereccia “Harlem Shuffle” di Bob & Earl e per la rosa dagli occhi neri come il carbone della “Spanish Harlem” di Ben E. King sino agli U2 e alla loro “Angel of Harlem” scritta in onore di Billie Holiday trent’anni dopo.
Nei dintorni, tra la 59esima e la 60esima Strada, si stendono le campate di uno dei più celebri ponti al mondo. Indimenticabile dopo “Manhattan” di Woody Allen, ma già degno di nota sin dal 1966 grazie a Simon & Garfunkel e alla loro “The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)” il Queensboro Bridge collega Manhattan all’area più multietnica del mondo: il Queens.
Il Queens, ancor più di Manhattan, è una collezione di facce, personalità e fisionomie. Ogni quartiere ha la sua minoranza etnica predominante. C’è la consueta “Little Italy”, Corona, dove sono ambientati le bambinate di un’altra canzone di Simon & Garfunkel: “Me and Julio Down by the Schoolyard”. C’è la zona irlandese di Rockaway Beach nel tributo al surf da parte dei Ramones. Stessi luoghi presenti anche in “Tunnel of Love” di Knopfler e i suoi Dire Straits.

C’è Hollis, area maggioranza afroamericana e incubatrice della cultura hip-hop, dove nacquero i Run D.M.C. “Christamas in Hollis” è un raro esempio di “rap natalizio”. Mentre “Queens Day” è la classica canzone rap, old school corredata da catene d’oro, droga e soldi che canta la strada e come sopravvivervi. Ci sono poi gli alveari popolari di Queensbridge, confusione di etnie e origini, nei quali è cresciuto Nas, uno dei più famosi rapper degli ultimi decenni. Nas che riflette la sua realtà in bilico in “A Queens Story”. E c’è Jamaica, a prevalenza caraibica, da dove viene 50 Cents, il rapper in cima alla lista di Forbes prima dell’arrivo di Jay-Z. “Ghetto Qu’ran”, uno dei suoi primi successi, si colloca anch’essa in quel genere “di periferia” che ha scelto il Queens come soggetto naturale.
Sembra solo il rap, con i suoi canoni e i suoi linguaggi, sia stato in grado di rendere piena giustizia al distretto. E, in fondo, è un risultato quasi scontato considerando la fucina di artisti e gruppi sempre in attività per le sue strade. Tra di loro anche gli storici A Tribe Called Quest che in “Give Me” tessono le lodi della vita “a modo loro” rispetto a quella comoda del mainstream.
Storie molto simili, che riflettono condizioni marginali, quasi di frontiera si ritrovano più a nord, oltre l’aeroporto di LaGuardia e l’East River. Storie che portano ancora in primo piano la strada e quella periferia che a New York sembra non finire mai. Il Bronx.

di Marco Canepari

Immagini: ©Marco Canepari

 

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