GIRO DI TANGO

“Senza le strade ne i crepuscoli di Buenos Aires, non si può scrivere un tango”. Recitava così Jorge Luis Borges ed è innegabile che quella musica agro-dolce, “quell’alleanza commovente tra disperazione e felicità” come la definì Manuel Mujica Láinez, sia l’impronta più nitida lasciata dalla capitale argentina. Se Lisbona è il fado e Rio de Janeiro la samba, l’anima di Buenos Aires dimora nel tango. Nessun’altra musica è stata capace d’incarnare le radici di una cittadinanza quanto la musica dei bandoneonisti.

Radici creole giunte dalle campagne coi gauchos, influenze andaluz direttamente dai conquistadores spagnoli, ritmiche africane retaggio della tratta degli schiavi, storie melodrammatiche di nostalgie d’oltreoceano sbarcate a riva assieme ai migranti italiani, strumenti mittel-europei come, appunto, il bandoneón. Il tango è tutto questo, Buenos Aires è tutto questo. I primi anni del XIX secolo, che scaricarono sui moli cittadini centinaia di migliaia d’immigrati italiani, spagnoli e francesi, foggiarono i vestiti della metropoli e decretarono il debutto del genere. Nei salón, nei cabaret, nei bordelli de la Boca e de la Recoleta, la guardia vieja gettò le basi di una musica che, in meno di due decenni, spopolò in tutto il mondo.

Nomi come Carlos Gardel e Ástor Piazzolla furono e sono tutt’ora ricordati e venerati come eroi nazionali. Il merito fu anche della loro devozione nei confronti della città che li vide crescere artisticamente. Nonostante le origini francesi e italiane, Gardel e Piazzolla hanno lasciato ricordi indelebili a Buenos Aires. Un esempio su tutti è la gardeliana “Mi Buenos Aires Querido”: tango universale e tributo immortale alla città porteña. O la devozione di Piazzolla, tanguero rivoluzionario, che dedicò a Buenos Aires una rilettura, a suo modo, delle “4 Stagioni” di Vivaldi. Ma l’elenco di tangos porteños potrebbe estendersi ben oltre considerando “Sur” di Anibal Troilo o Alberto Castillo, che negli anni ’40, cantò i “Cien Barrios Porteño”. O ancora Piazzolla e il suo tango nuevo di “Buenos Aires Hora Cero” e “Siempre Se Vuelve a Buenos Aires”.

Il tango è stato in grado di conservare il suo status fino ai giorni nostri grazie all’ondata del neo-tango di fine anni ’90. Tango capace, inoltre, di risvegliare dopo un secolo, una passione assopita espressa in vesre (lo slang rio-platense) per milongas e barrios. Tra i più famosi interpreti, senza dubbio i Gotan Project con “Santa Maria (Del Buen Ayre)”, i Tanghetto e i San Telmo Lounge con “Chau, Buenos Aires”. Nonostante abbia riempito pagine, fitte fitte, della sua storia, nonostante il suo mito richiami milioni di turisti all’anno, non solo di tango vive Buenos Aires.

Gli anni ’60 diffusero il rock anche in Argentina e soprattutto nella sua capitale. Tra i precursori ci furono i Manal, Luis Alberto Spinetta che attribuiva alla sua città natia un’anima di pietra e Charly García che, come solista o frontman dei Sui Generis e Serú Girán, è considerato una delle voci più importanti del rock in lingua spagnola. Dichiarato Cittadino Illustre della capitale argentina, García non ha mai fatto mistero dell’amore per la propria città natale e dell’impegno sociale che questo ha sempre comportato “No bombarden Buenos Aires” e “Sweet home Buenos Aires” ne sono esempio. Ma è, in particolar modo, “No Soy un Extraño” a rivelare il profondo legame tra il cantautore e la città. La canzone è infatti un emozionante racconto del ritorno a casa di un esiliato politico e il suo ritrovato sentimento d’appartenenza alla città.

Coi primi anni ’80 la metropoli porteña vide la nascita di una scena musicale vera e propria, del tutto indipendente dal tango. Gruppi come i Sumo, artisti come Andrés Calamaro collocarono la metropoli platense sulle cartine musicali, cantandola con particolari intonazioni. Accanto a loro anche i Soda Estereo che in “La Ciudad de la Furia”, divenuto negli anni uno degli inni alla città, ritrassero una Buenos Aires in posa misteriosa. D’umore completamente opposto i Los Fabulosos Cadillacs. Ancora oggi una delle voci più vive della capitale argentina e capaci d’inquadrare e rappresentare il calderone di tradizioni popolari che Baires nasconde nei suoi quartieri. “Salvador y Los Cordones Flojos” è una delle innumerevoli storie di porteños narrate dal gruppo. Mentre “Arde Buenos Aires” ripercorre lo stile ruggente di “London’s Burning” dei Clash.

Per rimanere sulle barricate, altrettanto capaci d’affermare l’anima agitata che, sin dalla sua fondazione, ha scosso la città, sono gli Attaque 77. Con quasi 30 anni di storia sulle spalle, il gruppo punk ha sempre usato Buenos Aires come location ideale delle proprie canzoni, come in “Caballito de Hierro” e “Buenos Aires En Llamas”. Sentimenti simili anche nelle urla dei Bersuit Vergarabat che sputano sui simboli cittadini dall’obelisco alla Casa Rosada.

Ma, come scritto, Buenos Aires come il tango, oltre ad agra sa essere anche dolce: sa abilmente incarnarsi in ballate più caramellose di un dulce de leche. “La Estetica del Resentimiento” di Pez, “Montiel 134” dei los Tipitos, “El Oeste Cercano” di Antonio Birabent e “En Blanco y Negro” di Silvina Garre sono trasognate visioni cittadine, venute alla luce ascoltando i miti argentini del pop-rock. Tra questi Fito Páez e Joaquín Sabina che di Buenos Aires son diventati, negli ultimi decenni, la vera voce popolare avendola cantata attraverso storie d’amore, speranze e delusioni. Narrazioni ancora pane per i denti delle nuove leve della musica albi-celeste, che usano Baires come scenografia delle più svariate vicende. Dai racconti di un sabato notte passato lungo la chilometrica “Avenida Corrientes” di Prietto Viaja al Cosmos con Mariano, alle rime di strada di Dano & Emelvi fino alla serenata di Cori.
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Più che nei racconti e nei luoghi, Buenos Aires vive però nei suoi personaggi, nei suoi mitiSi ritrova negli attori che ne hanno indirizzato la storia e che hanno influenzato l’immaginario di una nazione intera. Combatte fianco a fianco al revolucionario Gallo Rojo” Ernesto ‘Che’ Guevara. Lotta nella forza pasionaria di Evita Perón, che va ben oltre l’interpretazione di Madonna. Esalta le folle con gli scarpini di Maradona, cantato e ricantato da Manu Chao e da Rodrigo BuenoE commuove con le corde vocali di Gardel. Inarrivabili, quasi chimeriche. Perché, come disse Caruso di Gardel, anche Buenos Aires “ha una lacrima in fondo alla gola”.

di Marco Canepari 

Testo e foto ©Marco Canepari

 

 

 

 

 

 

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