FES, BABILONIA DI LINGUE, CREDO E TRADIZIONI

Al cospetto di Bab Boujloud, tutto passa in secondo piano. Quando si giunge davanti alla porta, dopo aver percorso gli aggrovigliati viottoli che compongono la secolare Medina di Fes e che si perdono e ritrovano come sezioni di labirinto, un senso di soggezione o quantomeno reverenza è inevitabile. Ombelico del mondo, crocevia, punto di ritrovo, partenze e arrivi da più di 500 anni: la zona che si raccoglie attorno al “Cancello Blu”, oltre ad essere annoverata tra i patrimoni dell’Unesco ed essere considerata simbolo del Marocco, è oggi anche scenario di uno dei più importanti festival del mondo.
Il Festival Internazionale di Musiche Sacre, nato nel 1994 come speranzoso appello pacifista allo scoppio della Guerra del Golfo, è lampante esempio di come, attraverso l’arte, religioni e culture diverse possano convivere, cooperare e battere nuovi sentieri comuni.

Le strade della Medina, ogni anno nelle serate tra maggio e giugno, ritornano a essere caravanserraglio: babilonia di lingue, credo e tradizioni. Capita d’incontrare australiani accorsi per assistere a performance di sciamani nordamericani o brasiliani appassionati di canti Hindustani. Coreani che han percorso migliaia di chilometri per godersi uno spettacolo di trance berbera e svedesi “devoti” alla musica scintoista giapponese.
Il festival di Fes vive di diversità, le coltiva, le promuove.

Accanto ad eventi tanto, a volte fin troppo ricercati, quasi esclusivi, anche nomi illustri della musica mondiale.
In presenza di Bab Boujloud, nel corso di vent’anni, si sono esibiti artisti come Ravi Shankar, Joan Baez, Ben Harper, Bjork,  Youssou N’Dour, Miriam Makeba e Salif Keita riempiendo la piazza antistante alla porta di decine di migliaia di spettatori ben più abituati a palchi rock che ad altari consacrati. Uno dei principali pregi della rassegna risiede proprio nello svestire, nel far abbandonare ai propri ospiti i panni indossati quotidianamente; nel fornire tessuti stranieri, sete orientali, drappi esotici.
Nell’aiutare a vedere e sentire il mondo con altri occhi e orecchi.

Inoltre, il Festival di Fes, come purtroppo accade a pochi festival di musiche tradizionali, ha saputo mettersi in gioco e attualizzarsi. Echi della Primavera Araba sono arrivati fino in Marocco e l’urgenza di partecipazione ha colto appieno l’evento. Da un carattere prettamente religioso che ha contraddistinto le prime edizioni, il baricentro si è spostato verso il sociale e il pubblico è divenuto elemento integrante e promotore della rassegna.
Seminari, dibattiti e stage si sono affiancati ai concerti, tanto che il Festival è stato recentemente descritto come una “Davos spirituale”.
Questa capacità di cogliere, comprendere e sapersi rapportare ai cambiamenti in atto è pregio di pochi. Tra queste eccezioni Faouzi Skali è un chiaro esempio. Patron illuminato del Fes Festival e del fratello minore Festival della Cultura Sufi, nonché instancabile promotore del dialogo tra Est e Ovest e paladino dei diritti umani, Skali ha avuto l’indubbio merito di far compiere all’evento musicale un passo successivo.

Oggi la rassegna è un privilegiato punto d’osservazione sul mondo, capace di riflessioni sulla globalizzazione e sull’incontro-scontro tra culture.
E, se dopo 20 anni di gloriosa carriera, il Fes Festival è ancora in grado di rendere Bab Boujloud ideale crocevia, significa che la volontà di collaborazione tra le culture e una loro crescita comune non è miraggio utopistico.

di Marco Canepari

In copertina: Fez, Marocco © Mauro Ventura

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