LUOGHI DA ADULTI E LUOGHI DA BEBÈ

È domenica sera, ho appena messo a nanna i bimbi e finalmente in una quiete e un silenzio insoliti per le mie mura posso ripensare alla giornata appena trascorsa. La mia mente necessita quotidianamente, al calar del sole, di una perversa abitudine: ripensare a quanto accaduto durante il giorno e meditare su quanto potevo fare meglio, o non fare del tutto, certe cose. Mai che mi venga in mente un bel complimento per me stessa, la signorina Rottermayer che abita il mio ego mi punisce sempre, da brava istitutrice tedesca, perché, sì, l’impegno c’è, ma applicandomi potrei dare di più.

Cosa avrò mai fatto oggi di tanto strano? Sono andata all’Ikea.
Di domenica, con un marito, due figli, un passeggino e un carrello. Alle undici del mattino.
E non ci sono andata per fare un giro, ma perché avremmo dovuto acquistare degli scaffali per la stanza dei piccoli. Quindi sapevamo che avremmo dovuto fermarci a prendere misure, fare valutazioni, insomma perdere un minimo di tempo ragionando sul da farsi.
Con questa premessa, forse avremmo dovuto andare da soli, solo noi genitori.
Invece no, perché è un posto così colorato, pieno zeppo di ambienti e oggetti a misura di bambino, un’isola che non c’è dove con due viti e tre assi di legno colorate tutto pare possibile… Perché non portare i bambini? E così, dopo più di tre ore trascorse in mezzo alla bolgia, spintonando a destra e a manca con il passeggino, dopo una sosta per il pranzo e tre tappe al bagno sono uscita dalla mia isola felice con un gran mal di testa, duecento euro in meno nel portafogli, i bambini stanchi e piangenti. Con un mobile in più e una scarpa in meno, dato che il mio piccolo Francesco ha deciso di slacciarsi un sandaletto e di smarrirlo per sempre nei corridoi dell’Ikea. Mea culpa dunque anche per avergli lasciato le scarpine ai piedi e non avergliele tolte subito, conoscendo il suo amore per il “lancio della calzatura”.

Anche oggi ho sbagliato, devo riconoscerlo.
Riconosco tuttavia di avere un’attenuante, il fattore week end.
Lavorando a tempo pieno, le incombenze ordinarie e straordinarie sono relegate al fine settimana.
Dovendo per lo stesso motivo delegare la cura dei miei figli ad altri per cinque giorni su sette, vien da se che io cerchi nel week end di stare il più possibile con loro, senza lasciarli ulteriormente.
Risultato: i bambini vengono con noi anche dove forse sarebbe meglio che non venissero.
Esistono luoghi da adulti e luoghi da bambino, dovremmo farcene una ragione.
L’Ikea, i supermercati, i centri commerciali, i ristoranti: tutti posti in cui sarebbe meglio andare solo se superati i dieci anni di età.
Non è un fattore di discriminazione, solo una semplice constatazione. I genitori eviterebbero di sgolarsi a furia di rimproveri, impiegherebbero la metà del tempo e il doppio del piacere a gestire con calma e tranquillità le loro commissioni, eviterebbero le occhiataccie della gente, mentre i bambini si risparmierebbero stanchezza, musi lunghi, lacrime e nel caso dei più scalmanati anche qualche sculaccione.
Noi genitori dimentichiamo spesso che i nostri amati bambini talvolta possono diventare alquanto invadenti e disturbatori se inseriti nel contesto sbagliato, e che gli altri avventori in un luogo pubblico non hanno l’obbligo di sopportare scenate a non finire.

Il bilancio della giornata si conclude quindi con un proposito: cercare di portare i bambini solo laddove la loro presenza possa essere fonte di gioia, serenità e divertimento per tutta la famiglia (e ovviamente laddove non sia inevitabile).
Niente cene fuori per qualche tempo, a meno che per “fuori” non si intenda all’aperto, senza nulla che possa rompersi e nessuno che possa lamentarsi per gli schiamazzi!

di Giovanna Zanini

In copertina: Carrelli a libero servizio (c) Polycart

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