LA POLITICA DI FAMIGLIA

Il 24 e 25 febbraio torneranno ad aprirsi le porte dei seggi elettorali italiani.
A prescindere dai risultati, la certezza è che finalmente ci sarà l’epilogo delle carrellate di tribune politiche, comizi, interviste, che da più di due mesi affliggono canali tv, quotidiani e mezzi di comunicazione in generale.
In questo contesto, si inseriscono inevitabilmente paralleli approfondimenti su temi che paiono attraversare stile meteora le menti dei nostri politici solo quando cercano consensi a destra e manca, e che fanno presa su noi, povera plebe esposta alla loro mercé, perché ci toccano da vicino. Tra tutti, le politiche familiari e la mancanza di legislatura su coppie di fatto e coppie omosessuali.
Discussioni sciorinate in salotti televisivi da rappresentanti più o meno conosciuti e qualificati di questa o quest’altra categoria. Incredibile peraltro notare quanto la sovraesposizione mediatica di tali argomenti (trattati appunto spesso con la leggerezza estrema di una news di cronaca rosa) non si traduca poi in concreti propositi nei programmi elettorali dei partiti in corsa. Qua e là si rinviene sporadicamente qualche accenno alla riduzione dei tagli all’istruzione, o qualche pallida iniziativa per aumentare gli asili nido, nulla però che paia poter cambiare sostanzialmente un sistema che non rappresenta più il nostro Paese e le nostre famiglie in evoluzione.
Si parla di lavoro, e tutti promettono tagli alle tasse e incentivi per le imprese. Nessun accenno al lavoro femminile, alla tanto agognata flessibilità per conciliare figli e professione. D’altronde, nel 2013 abbiamo ancora bisogno delle quote rosa per costringerci ad avere un numero minimo di donne in Parlamento…Chi parla della disparità di trattamento economico tra uomo e donna, e del declassamento professionale consentito dalla legge ogni volta che si rientra dal congedo di maternità? Più asili nido…servirebbero, se fossero più accessibili economicamente (anche quelli comunali) e non costringessero le famiglie a un secondo mutuo, oltre a quello per la casa. Aumento dell’obbligo scolastico. Chi spiega a un operaio come pagare i libri di testo dei figli che cambiano ogni anno?
Tutti pronti a difendere la famiglia, quando si tratta di contrapporla a situazioni su cui non si è riusciti ancora a legiferare. Ma non a sostenerla con adeguate soluzioni al passo coi tempi.
I temi più scottanti dell’attualità sociale riguardano i figli: adozioni anche per single e coppie di fatto, e fecondazioni assistite. Non voglio dare giudizi di sorta sulle suddette intricate questioni, per motivi di rispetto. Temi così fondamentali della vita umana meritano una accurata riflessione prima di esprimere un’opinione che abbia valore. Ci sono considerazioni di tipo sociale, etico, politico, religioso, psicologico e pedagogico che si intrecciano e da cui non si può prescindere. E ci sono poi le mille sfaccettature delle esperienza personali di ciascuno. Di chi i figli li ha, e sa quanto valgono, di chi non li può avere, e sa quanto pesa il dolore di questa mancanza. Troppi aspetti per arrogarmi il diritto di sbandierare una presa di posizione piuttosto che un’altra.
In questo articolo io vorrei solo condividere una domanda a cui, da mamma, non riesco a trovare risposta.
Durante i dibattiti citati precedentemente, è emerso spesso un tema collaterale, una condizione che all’estero è per molti una consuetudine. Quella condizione per cui una donna, in salute e nel pieno delle sue facoltà psichiche, decide di mettere il suo utero a disposizione di chi non può avere figli naturalmente, portando in grembo un figlio al posto loro. Sono chiamate madri surrogate, o madri in affitto, le definizioni sono tante.
Ma io non posso evitare di soffermarmi sulla prima parola: madre.
Il fatto che una donna “ospiti” un ovulo non suo, fecondato da uno spermatozoo a lei sconosciuto, non modifica ciò che avviene biologicamente:l’embrione si sviluppa nel suo utero. Il feto cresce nel ventre di questa donna, si nutre di ciò che lei mangia, sente la sua voce, cammina con lei, dorme con lei. Questa donna vedrà il piccolo nelle ecografie, ascolterà il suo cuore, subirà i suoi calcetti, non riuscirà a dormire, avrà problemi di digestione man mano che il pancione cresce. Avrà le gambe gonfie e probabilmente, passato l’ottavo mese, non riuscirà più ad allacciarsi le scarpe da sola. Perché un figlio cresce dentro di lei. E dopo nove mesi di contatto viscerale, sarà lei a partorirlo. E subito dopo a privarsene, per consegnarlo ai genitori “ reali”.
Basta un ovulo sconosciuto a definire non tuo un bambino che cresce dentro di te, che nasce da te? Basta a far passare tutto quanto descritto sopra in secondo piano? Non so, ripeto ancora che non voglio esprimere giudizi né su chi sceglie questa via (che in Italia non è comunque consentita) né per chi decide di mettere il proprio corpo al servizio della felicità di una coppia in difficoltà.
Voglio solo condividere con altre madri queste spontanee e credo legittime domande da donna e madre. Madre di una bimba di due anni, che dà senso ogni giorno alla mia esistenza. E madre da sette mesi in attesa di un altro piccolo esserino che cresce dentro di me, che mi dà un sacco di calci e che non mi permette più di allacciarmi le scarpe da sola. Madre che non potrebbe privarsi di tutto questo, perché non sarebbe una madre.

di Giovanna Zanini 

In copertina: Botero, Famiglia

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