A SPASSO CON IL BEBÈ

Il centro commerciale è gremito di gente che si sposta in ogni direzione, difficile predirne i movimenti. Le luci e i colori delle vetrine sono un richiamo continuo, lo sono altrettanto le giostrine sapientemente disseminate all’interno della struttura. La gelateria, onnipresente e incurante dell’alternarsi delle stagioni, dà il colpo di grazia.
Andare a fare compere portandoci appresso i figli assomiglia a un percorso di addestramento per reclute dei marines.
Primo obiettivo: mantenere salda la presa della manina dell’infante.
Secondo: opporre ferma resistenza fisica ai repentini cambi di direzione rispetto al percorso da noi prestabilito.
Terzo: estraniarsi dalla propria realtà corporea quel tanto che basta per ignorare i capricci di qualsivoglia genere e proseguire imperterriti nella selezione dei prodotti da acquistare.
Quarto: mostrare prontezza di riflessi e mente lucida per gestire situazioni potenzialmente pericolose, come l’allontanamento del pargolo dalle sottane materne.
Il quarto obiettivo è il più difficile, quello che rischia di farci bocciare nell’addestramento.
Troppe sono le variabili da mettere in conto: la quantità di persone in movimento, la rapidità dei bambini, le ansie che dimorano nel nostro subconscio, nutrite largamente dalle notizie quotidiane di giornali, radio e tv. E purtroppo, il libero arbitrio di chi sceglie di essere un cattivo.

Altra difficoltà correlata alla precedente è trasmettere ai bambini il senso del pericolo.
Infrangere seppur per brevi istanti, e solo se si rende necessario, quell’involucro di bontà, fiducia, ottimismo e innocenza da cui sono avvolti e permeati i bambini; iniziare a mostrare loro anche la parte meno bella dell’essere “grandi”: la cattiveria, il rischio, la paura.
Alla terza sgridata rivolta a mia figlia perché preferiva nascondersi tra i cappotti piuttosto che stare di fianco a me alla cassa di un negozio di abbigliamento, la mia bimba mi ha guardato e detto: “ma perché mi sgridi così forte? Non ho fatto niente”…
Aveva ragione, non aveva fatto nulla di male, ma io temevo quello che altri potevano fare di male a lei se l’avessi persa di vista. Ho dovuto spiegarle che purtroppo non tutte le persone sono brave, c’è chi sceglie di essere cattivo, e che queste persone potrebbero allontanarla da me, così io resterei sempre senza la mia bambina, e lei senza la sua mamma.
La mia bimba si è fatta seria, mi ha detto: “ho capito, mamma, va bene. Ma perché?”
E qui scatta la risposta del genitore che non sa che cosa rispondere:” Perché è così, fidati”.
Già, perché? Come spiegare ai bambini una cosa che non capiamo nemmeno noi? Come spiegare ai bambini la dicotomia tra bene e male, antica come il mondo? Come crescere dei bambini fiduciosi nel prossimo ma attenti al pericolo che in esso si può celare?
Come salvaguardarne sempre l’incolumità senza riversargli addosso mille e più ansie, spesso anche immotivate?

Lo chiedo a voi, che forse avete una risposta che al momento io non ho.
Non ho risposte, procedo a tentoni e mi va ancora bene dato che l’età dei miei bambini (tre anni la grande, nove mesi il piccolo), non consente ancora loro di spostarsi autonomamente senza la presenza di noi genitori.
Per ora, solo piccoli rimedi pratici e temporanei per la tutela della mia psiche materna, già predisposta a temere sempre il peggio.
Spegnere la tv quando nei telegiornali e nei programmi in generale le notizie di cronaca diventano un bollettino di cronaca nera, ad esempio.
Evitare certe letture, anche romanzi, se fosse il caso, dove storie apocalittiche paiono narrate apposta per turbare gli animi, privilegiando le letture dal contenuto positivo e ottimista.
Stare guardinga ma serena, controllare i miei bambini senza che loro si sentano controllati, cercare di essere presente …e sperare che quel loro involucro di bontà, fiducia, ottimismo e innocenza sia contagioso e sempre ben riposto!

di Giovanna Zanini 

In copertina: bambini © Gabriele Ghinelli

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