MOBILITA’ MADE IN USA

Eh sì.
Mi occupo di mobilità sostenibile, e adoro guidare.
Posso gestire meglio i miei tempi, partenze e arrivi, e la cosa che preferisco è passare sotto il telepass ai caselli. Eh lo so, ciascuno ha le sue perversioni che vi devo dire.
In Italia guido un van ibrido, benzina e metano.
La scorsa settimana sono stata negli Stati Uniti, e per la precisione in Texas. Dove la mobilità è un caso a parte.
Gli autobus in Texas sono tanti e sinceramente sottoutilizzati. Un po’ come da noi, ci sono gli immigrati ispanici che non possono permettersi ancora una Camaro, o una Challenger. Che poi sono le auto più diffuse in questo stato di cowboys, dopo i megavan che poco hanno da invidiare ai camion.
C’è perfino una bellissima metropolitana leggera, che collega i centri suburbani al centro di Dallas. Qualche studente, molti immigrati, e tutti gli altri in coda sulla President George Bush Turnpike.
Però quel che non riuscivo a capire era come arrivarci, alle fermate. In queste zone di “sprawl urbano”, le case sono tutte villette monofamigliari, e il paesaggio sembra spruzzato di piccoli edifici un po’ come nei plastici dei trenini di quando ero bambina. Casette, casette, casette, a perdita d’occhio. Ogni tanto, lungo le freeway, capannoni, centri commerciali uno dopo l’altro, catene di ristoranti. E poi ancora casette, casette, casette.
Per farvela breve, me ne stavo a cercare di capire la rete dei mezzi pubblici Dart, e come raggiungere a piedi la fermata, in un paese dove fuori dal centro non esiste il marciapiede ma solo piste ciclabili, quando ho deciso di affittare la macchina.
Ho preso una Tiguan, Volkswagen. Quando la vedo qui in Italia mi sembra un Suv carrarmato, e lì in confronto alle altre sembrava la cinquecento che guidavo appena patentata.
Il Texas è affetto da una malattia gravissima, che si chiama spazio illimitato.
La loro società si è sviluppata negli ultimi centovent’anni, prima il commercio del bestiame, e poi con il petrolio. Le infrastrutture che innervano il territorio sono letteralmente la spina dorsale del paese. Una raggera di freeway, highway, turnpikes (che poi sono le autostrade a pedaggio) a quattro o più corsie per senso di marcia. I cavalcavia e gli svincoli sono i punti più alti dell’intero paese, da cui si potrebbero godere panorami e tramonti incredibili, se non fosse che sei lanciato a sessanta miglia all’ora e intorno a te c’è il traffico dell’ora di punta.


Quattro o cinque corsie, e in America non c’è il divieto di sorpasso a destra. Le auto ti sfrecciano intorno dappertutto, e se è il vostro primo giorno alla guida, vi assicuro che non siete sereni.
Le differenze? Il sorpasso è consentito ovunque, ma è vietato attraversare le corsie, quindi bisogna organizzarsi le svolte a destra e sinistra con ampio anticipo. I cartelli di senso unico sono neri, e riportano la scritta one way sulla freccia che indica la direzione. I semafori, orizzontali, si trovano dopo l’incrocio, e non nella sua prossimità: di solito ce n’è uno per ogni corsia, o direzione.
Le strade non sono coperte d’asfalto, ma di cemento fresato. Se piove non è fantastico, per un europeo abituato all’asfalto drenante.
In prossimità delle scuole c’è un segnale luminoso: blinka negli orari di entrata e uscita delle scuole. In quel momento il traffico intorno agli edifici scolastici deve rallentare obbligatoriamente fino a 20miglia orarie, e non si può usare il cellulare nemmeno con il vivavoce. Prestare la massima attenzione a studenti, autobus, e solo una volta usciti dall’area scolastica, riprendere la guida normale che nei centri urbani è tra e 30 e i 45mph.
Agli stop si fermano tutti. Lo so, che è obbligatorio fermarsi anche qui. Diciamo che qui se i dintorni sono evidentemente liberi noi il cartello rosso con la striscia bianca lo consideriamo un po’ come un dare la precedenza, e ci limitiamo a rallentare. Lo so, che lo fate anche voi, dai.
Ecco, là no. Ci si ferma, anche quando davvero non si vede una macchina nel raggio di miglia. Se non lo fate, state certi che la macchina che non vedevate era quella della polizia, nascosta dietro un cespuglio cento metri più in là.

Emanuela 

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