BACCO E TABACCO: COSTI E BENEFICI

Non bastando i rincari sulla benzina, l’introduzione dell’IMU e l’aumento dell’IVA. Con la conversione del decreto legge 216 del 2011 nella legge n.14 del 24 febbraio 2012, la così detta legge Milleproroghe, anche per i tabacchi è stato previsto un aumento. E se per i fumatori italiani questo rappresenta l’ennesimo aumento del tabacco tutti i lavoratori autonomi tirano un sospiro di sollievo.
Infatti il rincaro sui tabacchi sostituisce l’annunciato aumento delle aliquote contributive gravanti sui lavoratori autonomi e al contempo garantisce il sostegno finanziario, per un totale di 15 milioni di euro, per le pensioni a favore dei lavoratori precoci ed esodati.
Ma non è finita: l’incremento finanzierà con tre milioni di euro l’Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi di Milano.
Quindi per questa volta le motivazioni sono quantomeno più che sentite e soprattutto attuali!
Attualmente, come nel caso del carburante, già analizzato in un precedente articolo, le tasse che compongono il prezzo delle sigarette e dei tabacchi sono l’IVA, le accise e poi il guadagno del tabaccaio e della casa di produzione.
Facendo un esempio su un pacchetto di sigarette dal costo di 4,20 euro i costi si suddividono così: 2.45 euro di accisa, 73 centesimi di IVA, 42 centesimi al tabaccaio e 60 al produttore-distributore. Quindi facendo i conti circa il 75% del prezzo delle sigarette va allo Stato.
Come ha dichiarato Gianfranco Polillo, Sottosegretario all’Economia, “le accise sul tabacco danno un gettito superiore a quello previsto con la manovra per l’Ici, per un totale di 14 miliardi di euro di entrate annue, anche se in lieve calo, mentre da quello che abbiamo previsto in manovra per l’Ici entreranno 11 miliardi”.
L’entrata derivante dalla vendita dei tabacchi è sicuramente una voce importante per il bilancio dello Stato, che giustifica l’aumento dei prezzi (che comunque nel corso degli ultimi non è aumentato tanto quanto gli altri paesi europei) anche con una questione etica fonte di dibattito da sempre: il rapporto tra regolamentazione pubblica dei prezzi di alcuni prodotti (come alcol, tabacchi e sigarette), proibizionismo, antiproibizionismo, salute e redditività per lo Stato.
Di fatto le scelte dei singoli cittadini, se poco salutari come in questi casi, ricadano sul sistema sanitario nazionale, aggravandone le spese di gestione.
Per questo lo Stato, mantenendo “alti” i costi di tabacchi ed alcolici compie una scelta compromissoria: con le tasse su questi prodotti “dannosi per la salute” ne riduce (o almeno ci prova) il consumo e contemporaneamente ci guadagna un gettito utile al finanziamento dei servizi offerti al cittadino, tra cui, per esempio, la sanità, le pensioni e l’Orchestra Sinfonico.
Questo giro di entrate però da vita ad un circolo vizioso che sminuisce sempre più l’autonomia finanziaria delle funzioni dello Stato, i soldi delle sigarette serviranno a pagare le pensioni, gli alcolici avrebbero dovuto coprire l’inserimento di diecimila docenti e altro personale nelle scuole, questo perché nessun “organismo” riesce a essere totalmente indipendente da altre fonti di reddito.
Concludo con una precisazione: perché per le accise sugli alcolici ho usato il condizionale? Perché evidentemente la lobby dei vini in Italia è ben più potente di quella dei tabacchi per cui l’emendamento approvato lo scorso 6 marzo è stato rimandato alla commissione Affari Costituzionali e Attività Produttive della Camera e da li è sparito, finito in un dimenticatoio.
La prossima volta cercherò di scoprire che fine ha fatto l’emendamento, che era già stato approvato e pronto per entrare nel Dl Semplificazioni, e dove sono stati trovati i soldi per i diecimila nuovi dipendenti della scuola pubblica.

Lucy

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