SMART CITY EVENT: INTERVISTA A CARLO RATTI

“Pensate a quanto, 20 anni fa, fossero diverse molte delle cose che facciamo ora”.
È ingegnere, architetto e gli piace inventare il futuro. Carlo Ratti è direttore di SENSEable City Lab al MIT di Boston.
Intervista a uno dei keynote speaker di Amsterdam City Event 2014.

Che la vera smart city si faccia avanti. Ci sono così tante definizioni della città del futuro. Lei in quale smart city crede?
“Credo fortemente in una città nella quale le tecnologie siano al servizio delle persone, noi le chiamiamo città Senseable. Il termine Senseable ha doppia connotazione, significa sia di buon senso sia ‘capace di sentire’ . Penso che questa definizione sia il modo migliore di esprimere la nostra visione che è proprio focalizzata sulla componente umana più che su quella tecnologica”.

Come spesso accade per le nuove invenzioni, specialmente quelle tecnologiche, ci sono molti oppositori di questo ‘nuovo’ mondo connesso e tecnologico. Come risponde lei a questi criticismi?
“La nostra idea è solamente un’altra conseguenza di quei processi rivoluzionari di digitalizzazione che sono avvenuti nell’ultimo decennio. Pensate a quanto , 20 anni fa, fossero diverse molte delle cose che facciamo ora, senza Facebook, iPhobe, Google Maps, senza Google stesso. Cambiamenti simili stanno facendo capolino nello spazio urbano. Abbiamo bisogno di studiarli per essere in grado di capirli e indirizzarli!”.

Potrebbe raccontarci qualcosa in più rispetto a SENSEable City Lab?
“Senseable City Lab è nato nel 2004. A quel tempo le nuove tecnologie promettevano grandiose trasformazioni negli ambiti della comunicazione, trasporti e manifattura. Quello che abbiamo fatto noi è stato immaginare come questi sviluppi possano avere un impatto sugli studi urbani e come l’interazione, mai avvenuta in precedenza, tra digitale e fisico possano avere effetti sul modo nel quale capiamo, disegniamo e viviamo la città. La convergenza tra bit e atomi che ora è una realtà. I nostri progetti si focalizzano sempre sui problemi della città reale, dall’energia al traffico, dalla gestione dei rifiuti a quella dell’acqua. Sappiamo che i sensori e le tecnologie digitali trasformeranno velocemente le nostre città in ‘computer all’aria aperta’. Le informazioni che possiamo raccogliere nella città attorno a noi possono aiutarci a capire la città, disegnarla e gestirla. Attraverso questi strumenti, sviluppiamo strategie per migliorare la vita dei cittadini”.

Allo Smart City Event 2014 di Amsterdam persone da ogni parte del mondo discuteranno e parleranno della città di domani. Qual é il suo consiglio? Cosa dovrebbero tenere ben presente?
“Mai cercare di predire il futuro!”
Nel 1900, il 4 dicembre, il Boston Globe pubblicò un articolo di Thomas F. Anderson nel quale l’autore immaginava come sarebbe stata Boston nel 2000. Il titolo era “Boston alla fine del ventesimo secolo” e descriveva la visione di una città dove i marciapiedi si muovevano e i dirigibili alzarsi sulla città. Le predizioni di Anderson erano grandiose e ottimistiche tanto che, a sua detta, Boston nel ventunesimo secolo sarebbe stata così bella che la parola ‘bassifondi’ sarebbe stata eliminata dal vocabolario locale.
Questo tipo di descrizioni, guardando indietro, sono abbastanza comiche. Concetti sulla città del futuro sono molto vari, si passa da quelle lugubri e squallide di H.G. Wells a quelle della Boston metropolitana che splende, alla Metropolis di Fritz Lang. Metropolis. Tim Hartford ha scritto per il Financial Times che ‘Niente è più datato della vecchia fiction di fantascienza’.
All’ombra di tale grandioso cimitero di idee, un esercizio come quello di predire IL FUTURO DELLA CITTÀ si confronta con la domanda urgente: è possibile sfuggire a un simile destino? Come possiamo evitare i mucchi di scarto delle visioni urbane? Noi sosteniamo fermamente che nell’atto del disegnare il futuro sia centrale. L’assioma di Alan Kay suona quindi vero: ‘Il modo migliore di predire il future è inventarlo’.

Carlo Ratti:  “Think about how different were most of the things that you have done today just 20 years ago”

He is an engineer, architect and he likes to invent the future. Carlo Ratti is the director of the Senseable City Lab at the Massachusetts Institute of the Technology. A short interview with one of the keynote speakers of the Amsterdam Smart City Event 2014.
Will the real Smart City please stand up.
There are so many definitions of the city of the future. In which smart city do you believe?
“I strongly believe in a city in which technologies are at the service of people, we prefer to call them Senseable Cities. The term Senseable has a double implication, in means sensible and “able to sense”, I think this definition is a better way of explaining our vision, which is focused on humans rather than on technology.”

As often with new – specially technical – inventions there are also opponents of this ‘new’ connected, sensored world.. What is your response to that kind of criticism?
“The idea is just another consequence of the revolutionary digitization processes that have happened over the past decades. Think about how different were most of the things that you have done today just 20 years ago, without Facebook, without iPhones, without Google Maps – without Google itself. Similar changes are now entering the urban space – we need to study them in order to be able to understand them and guide them!”

Can you tell more about the SENSEable City Lab?
“Senseable City Lab started in 2004. At the time, new technologies were promising exciting transformations in communication, transportation and fabrication. We tried to imagine how these developments could impact urban studies and how the unprecedented interaction of digital and physical would affect the way we understand, design and ultimately live in cities. The convergence of bits and atoms, which is now a reality. Our projects always focus on real city problems, from energy to traffic, from waste to water management. We know that sensors and digital-control technologies will quickly transform our cities into “computers in open air”. The information we can collect from the city around us can help us understand, design and manage it. Through these instruments, we develop strategies to improve people’s lives.”

At the Amsterdam Smart City Event 2014 people from all of the world will talk and discuss about the cities of tomorrow. What is your advice? What should they bear in mind?
“Never try to predict the future! In the year 1900, on the twenty fourth of December, the Boston Globe newspaper ran an article by Thomas F. Anderson imagining what Boston would look like in the year 2000. The article was titled “Boston at the End of the 20th Century,” and painted an elaborate vision of a city with moving sidewalks, pneumatic tube delivery of everything from food to newspapers, and airships soaring high above the city. Anderson’s predictions were sweeping and optimistic – Boston of the 21st century would be so beautiful that the word “slum” would have been eliminated from the local vernacular.
Such descriptions, in retrospect, are almost comical – notions of the future city vary widely, from H.G. Wells’ grim and dystopias to Thomas Anderson’s shining metropolitan Boston or Fritz Lang’s Metropolis. Regardless of its character, Tim Hartford, for the Financial Times, observed that “Nothing ever looks as dated as old science fiction.”

In the shadow such a sweeping graveyard of ideas, an exercise like predicting THE FUTURE OF THE CITY is confronted with an urgent question: Is it possible to escape the same fate? How can we avoid the scrap heap of urban visions? We contend that considering the future is central to the act of design: Alan Kay’s axiom rings true, that “The best way to predict the future is to invent it.”

 

In copertina: fotorismo #1 © Ghirigori Baumann

One thought on “SMART CITY EVENT: INTERVISTA A CARLO RATTI

  1. Serena Nascimben 21 aprile 2014 at 9:07 am - Reply

    L’intervista ha il pregio della pacatezza. Tuttavia è necessario sottolineare come gli enormi cambiamenti ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, grazie allo sviluppo tecnologico, non siano necessariamente positivi per la vita delle persone. Sono proprio le (caotiche) modalità di fruizione di tali strumenti ad evidenziare la necessità di una riflessione su un piano del tutto diverso: se le persone sono così scarsamente critiche di fronte a quanto viene loro offerto, forse il problema non è di mezzi, quanto piuttosto di fini individuali e collettivi. Resta vero però che una buona progettazione viene incontro alle capacità decisionali del singolo utente, senza sostituirle. In questo senso è senz’altro auspicabile lo studio approfidito delle problematiche legate alla “smart city”, a patto che non si coltivi l’illusione che ciò potrà essere sufficiente a rendere più felici le persone. Serena Nascimben

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