BISCOTTI DIETRO LE SBARRE

Parlare di lavoro nelle carceri significa affrontare un tema importante e delicato.
Il lavoro carcerario svolge una funzione normalizzatrice e correttiva garantendo ai carcerati un strumento necessario per la loro risocializzazione. Sottrarre i detenuti alle conseguenze negative dell’ozio, favorire il loro trattamento rieducativo e offrire la possibilità di ricavare un guadagno: queste sono le finalità.
Nel 2000 fu approvata la legge Smuraglia nel tentativo di portare i primi benefici in termini di rieducazione attraverso il lavoro. Infatti, prima di questo provvedimento, le misure di sostegno erano insufficienti e poco strutturate. Inoltre, a fronte di un numero crescente della popolazione detenuta, risultava complesso creare reali opportunità di occupazione.
La nuova legge ha introdotto sgravi contributivi per l’assunzione di detenuti in semilibertà o ammessi al lavoro all’esterno e un credito d’imposta mensile per ogni detenuto assunto o inserito in programmi di formazione con finalità di assunzione.
Un bell’esempio arriva dalla cooperativa Banda Biscotti, un laboratorio operativo attivo da qualche anno nel carcere di Verbania.
Abbiamo chiesto ad Annarita Biolati di raccontare a Urbano Creativo News come è nata questa iniziativa.

Quando nasce Banda Biscotti e perché?
“Il laboratorio nasce nel 2009 come “braccio operativo” della filiera formativa che Fondazione Casa di Carità arti e mestieri Onlus, sede di Verbania (ex CFPP), tiene nel carcere di Verbania e Saluzzo con percorsi di formazione al lavoro inerenti il lavoro di cucina. Nello specifico, uno degli insegnanti del corso che si tiene presso la Casa di Circondariale di Verbania, Gianluca Giromini, ha avuto l’idea di portare il lavoro dentro, non potendo i detenuti uscire a lavorare fuori, con l’idea di produrre biscotti. Oggi i laboratori sono ampiamente consolidati, da tempo ormai i prodotti sono sul mercato attraverso i canali CTM Altromercato, i punti vendita Eataly, e da quest’estate anche nella grande distribuzione nei punti vendita Ipercoop”.

Come si svolge il vostro lavoro?
“Le novità più recenti: l’autunno 2013 vede una grande ristrutturazione dei laboratori con l’acquisizione di alcune macchine che, affiancando i lavoratori, faciliteranno il lavoro potenziando la lavorazione ed aumentando la capacità produttiva dei laboratori. La necessità di introdurre una meccanizzazione (seppur piccola) accanto all’artigianalità che ci caratterizza si è resa necessaria per via della crescente richiesta che i nostri prodotti hanno sul mercato, richiesta che ormai, con una lavorazione completamente manuale non eravamo in grado di soddisfare. L’acquisto di tali macchinari comporterà di pari passo l’aumento di personale, necessario al funzionamento dei macchinari stessi, sicché non perdiamo di vista comunque la nostra mission: l’inserimento lavorativo di persone con problemi di giustizia resta, così come resta invariata la qualità dei nostri prodotti, ed è questo ciò che conta”.

Come mai il lavoro per i carcerati risulta ancora oggi essere un raro privilegio?
“I motivi sono molti e di vario genere. Innanzitutto, il mondo del carcere è un mondo molto chiuso su stesso, che tende a isolare le persone dal resto del mondo, e non a creare rete con l’esterno. Ci sono poi le difficoltà oggettiva di portare il lavoro in carcere: un esempio su tutti è l’impossibilità per i detenuti di telefonare. Figuratevi un posto di lavoro senza telefono, internet, fax e immaginate le complicazioni che ne derivano. Poi al  giorno d’oggi, con la crisi occupazionale che c’è, è ancora più difficile far capire che il lavoro è una risorsa importantissima anche e soprattutto per i detenuti. Ricerche sul settore hanno dimostrato che le persone che durante la detenzione hanno un impiego hanno l’80% in meno di recidiva rispetto a chi ha passato la pena senza lavorare”.

Cosa rappresenta per i detenuti il lavoro e perché è importante offrire occasioni di questo tipo?
“Vorrei aggiungere che il lavoro è ciò che fa la differenza per chi è fuori tanto quanto per chi è dentro. Chi lavora può mantenere o aiutare la famiglia, accantonare dei risparmi per il futuro, sentirsi utile e non di peso per la famiglia e la società.
Il lavoro è l’emancipazione della persona, il primo strumento educativo che una pena pensata per essere costruttiva e non esclusivamente punitiva può e deve adottare. Se non è così, si rischia solo di restituire alla società persone ancora peggiori di come sono entrate in carcere, alimentando un circuito che non avrà mai fine”.

In copertina © Banda Biscotti

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