AGRICOLTURA SOCIALE, DAMMI UNA MANO!

Forse frastornati dalla vita eccessivamente sedentaria che siamo abituati a condurre, o riavvicinati per colpa della crisi a cose semplici e poco costose, molti di noi si sono riappacificati con la terra che, come dice il proverbio “l’è basa” (1), e per anni è stata affidata alle pazienti braccia di anziani e pensionati. Oggi invece fare l’orto (si veda l’ottima rubrica di UC news, orto in città), è diventato di moda, trendy e quasi sexy; dal punto di vista delle tendenze hobbistiche del momento non entreremo nel merito, ma il fenomeno ci porta a considerare l’aspetto della socialità che l’agricoltura ha rappresentato in passato e rappresenta tuttora. Custode della memoria rurale e generatrice di paesaggio, l’agricoltura ha sempre avuto un ruolo di primo piano nel disegnare il territorio e dare un’impronta profonda alla cultura della popolazione che abitava il territorio agricolo.

Il valore sociale e culturale dell’attività agricola è stato confermato, indagato, studiato da molti letterati, pensatori e persino viaggiatori di tutti i tempi: non solo produttrice di beni ma di servizi per la società, l’agricoltura è stata definita “multifunzionale”, cioè produttrice di beni e servizi secondari e di varia natura congiuntamente, e in una certa misura inevitabilmente, alla produzione di prodotti destinati all’alimentazione (2). Tra queste funzioni negli ultimi anni buona importanza ha assunto la funzione “sociale” dell’agricoltura, intesa come settore produttivo in grado di integrare e promuovere il lavoro di soggetti disagiati o pratiche di innovazione sociale.

Accanto al fenomeno comunque rilevante degli orti collettivi in grado di catalizzare diverse fasce di popolazione attorno al “lavoro” dell’orticoltura per hobby, che ha generato in questi anni diverse lodevoli esperienze tra cui il Giardino degli Aromi, progetto di orto urbano all’interno dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini e Milano, o ai tanti orti collettivi di Bologna (3), avanzano realtà strutturate a volte economicamente importanti in cui l’agricoltura diventa “sociale”. Non si tratta solo di tecniche di intervento rivolte a persone con patologie o disagi particolari, ma anche a percorsi progettuali innovativi che possono coinvolgere più soggetti e in generale anche le comunità locali di un territorio (4). Gli attori sono aziende, cooperative, istituzioni distinguibili in funzione del tipo di utenza e organizzazione aziendale principalmente tra (5):

-aziende agricole e strutture co-terapeutiche, per persone con disagio psichico o mentale che attivano servizi specifici mirati, generalmente gestite tramite forme associative anche in aziende agricole;
-aziende agricole produttive e di inclusione terapeutica sociale e lavorativa, impegnate in percorsi di inclusione sociale e lavorativa per differenti tipologie di utenza (es. inclusione di detenuti o persone diversamente abili);
-aziende agricole attive nei servizi civili in aree rurali e periurbane, ad esempio per bambini (es. agriasili, attività didattiche, campi estivi) o anziani (organizzazione di strutture diurne di ricreazione e accoglienza);

Recentemente anche l’Unione Europea con un parere del Comitato Economico e Sociale Europeo sul tema «Agricoltura sociale: terapie verdi e politiche sociali e sanitarie» (6) ha riconosciuto l’importanza di queste iniziative: “Da un lato, il settore è strettamente legato al carattere multifunzionale dell’agricoltura e corrisponde perfettamente al concetto di sviluppo rurale, poiché offre agli agricoltori la possibilità di diversificare le loro fonti di reddito. Dall’altro, l’agricoltura sociale apporta benefici alla società in quanto fornisce dei servizi sociali e migliora la qualità dei servizi esistenti a vantaggio degli abitanti delle aree rurali, avvalendosi delle risorse agricole e rurali in senso lato.” Allo stesso modo il CESE sollecita la Commissione Europea ad adottare un quadro normativo adeguato e favorevole, che uniformi le regolamentazioni nazionali già esistenti e si imponga laddove non ne esistono ancora.
Siamo solo al principio, ma il cammino è iniziato.

di Chiara Mazzocchi

In copertina: © brunifia

Note:

1. “La terra è bassa”, nel senso che per lavorarla occorre piegare la schiena e fare fatica.

2. Henke, 2003, Verso il riconoscimento di una agricoltura multifunzionale, INEA, disponibile su: http://host.uniroma3.it/FACOLTA/ECONOMIA/db/materiali/insegnamenti/252_2758.pdf

3. da vedere il documentario “E’ il tempo delle zucchine”, girato da Trame Urbane, sugli orti collettivi bolognesi http://trameurbane.noblogs.org/post/2012/09/28/e-davvero-il-tempo-delle-zucchine/

4. Giaré, 2013, Introduzione, in Coltivare salute: agricoltura sociale e nuove ipotesi di welfare, INEA, Roma.

5. Di Iacovo, 2012, La governance dell’innovazione nelle aree rurali: un’analisi interpretativa del caso dell’agricoltura sociale, INEA, Roma.

6. Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Agricoltura sociale: terapie verdi e politiche sociali e sanitarie» (parere d’iniziativa) (2013/C 44/07)

 

 

 

 

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