TERRA ARABILE VENDESI

In questo momento di crisi l’apertura della stagione dei saldi rappresenta una boccata d’aria fresca per tutti gli affezionati dello shopping da un lato, per i commercianti dall’altro. Per chi vuole acquistare merce di prima qualità ma solitamente il portafoglio non consente l’acquisto, sono momenti di grandi affari (più o meno) e di soddisfazione dei desideri. Immaginate dunque di avere a disposizione un bene raro e prezioso e di poterlo acquistare a prezzi stracciati: chi se lo lascerebbe sfuggire? Lo stesso (o quasi) avviene con la terra: la compravendita mondiale di terreni fertili è fiorente e si tratta di grossi affari, proprio come in una corsa all’ultimo 38 scontato del negozio di scarpe sotto casa.

Secondo la denuncia dell’ONG Grain (1), tra il 2006 e il 2009 da 15 a 20 milioni di ettari sono rientrati in questo giro d’affari, circa l’1% del totale delle terre coltivabili nel mondo, e le stime sono al ribasso a causa del carattere sibillino degli accordi firmati. Dal 2006 al 2009, dai dati disponibili, i contratti redatti riguardano in media estensioni che vanno dai 400,000 ai 600,000 ettari, da quattro a sei volte superiori di quelle contrattualizzate nel 19° sec. per le grandi piantagioni tropicali (2). Il fenomeno è chiamato landgrabbing, termine coniato dalla stessa Grain e che significa letteralmente: accaparramento della terra, furto di terra. In sostanza si tratta dell’acquisto o dell’affitto per lunghi periodi di terreni fertili da parte di Stati, fondi di investimento, multinazionali, allo scopo di comprare terra da coltivare in teoria per assicurarsi la sicurezza alimentare per la propria popolazione ma anche per accaparrarsi suolo su cui produrre biomasse per biocarburanti e alimentazione animale. Accanto a queste ragioni c’è anche la questione della terra come “bene di rifugio” per cui si tratta anche di investimenti sul mercato fondiario che spesso sono speculazioni finanziarie.

La questione è stata portata alla ribalta nel 2008, in concomitanza con la crisi del grano e delle materie prime che ha condotto a problemi enormi specialmente nei PVS (es. le rivolte del pane in Egitto o del riso in India), in cui si sono sommate cause naturali come siccità e avversità climatiche a cause economiche come l’aumento del prezzo del petrolio. In quell’anno DAEWOO logistics affittò 1,3 milioni di ettari in Madagascar per 99 anni con possibilità di rinnovo del contratto e la notizia fece scalpore; da quel momento diverse news dello stesso tenore vennero diffuse e, grazie ai media in tutto il mondo, emerse la questione del landgrabbing, fino a quel momento praticamente sconosciuta, e le sue potenziali conseguenze. Infatti, la compravendita di terre fertili ha precise caratteristiche, quali ad esempio il fatto che i paesi investitori sono generalmente quelli che non dispongono di risorse proprie per soddisfare i bisogni primari e che quelli venditori sono quelli le cui risorse sono poco sfruttate e ancora disponibili e, in generale, si tratta di paesi economicamente in difficoltà. Ad esempio, uno dei principali investitori nel mercato internazionale delle terre sono gli Emirati Arabi, in quanto costretti ad importare circa il 96% delle derrate alimentari di cui necessitano per il loro fabbisogno e diventati quindi grandi acquirenti, soprattutto in Pakistan e Sudan, rispettivamente con circa 900,000 e 380,000 ha acquisiti (3). Il problema principale degli Emirati Arabi, come di altri paesi investitori del Medio Oriente, non è tanto la mancanza di terra, quanto la mancanza d’acqua e la desertificazione crescente; ad esempio è difficile e costosissimo in termini di bilancio idrico produrre cereali, che andranno perciò importati.

Per cui, la strategia è quella di agire a monte della catena agroalimentare, acquistando direttamente i terreni, anche per creare riserve che possano avere peso a livello internazionale e che si possano utilizzare in caso di volatilità dei prezzi dovuta a cause non controllabili (es. ambientali).
Inoltre se, potenzialmente, un mercato di questo tipo potrebbe permettere agli Stati in difficoltà di beneficiare di questi investimenti, quello che spesso, spessissimo, accade, è che i contratti tra le parti siano poco chiari e avvengano con il coinvolgimento di funzionari statali corrotti; in aggiunta, sia l’acquisto che l’affitto della terra hanno solitamente prezzi molto bassi che abbassano fortemente il potenziale guadagno del Paese venditore. E ancora, alcune organizzazioni non governative denunciano, spesso attraverso la testimonianza degli stessi agricoltori che coltivavano le terre vendute, abusi di ogni tipo sui pastori, gli agricoltori e in generale sulla popolazione che vive su quelle terre e le utilizza da millenni per la propria sussistenza. Oltre al problema dei diritti umani occorre considerare anche quello della disponibilità reale di terra fertile del Pianeta, poichè dei 2,6 miliardi di ettari di terre ipoteticamente arabili (4) circa 1,1 ettari sono foreste, zone protette, investimenti umani e infrastrutture. Degli 1,5 ettari rimanenti, alcune zone sono considerate adatte all’agricoltura nonostante producano solo un raccolto all’anno, sono distribuite in maniera molto ineguale tra i Paesi e, in ogni caso, esistono forti restrizioni su queste terre, ad esempio la fragilità ecologica, la fertilità scarsa, la mancanza di infrastrutture (5).
Occhio ai saldi quindi…

di Chiara Mazzocchi 

In copertina: Terreni coltivati © Hop-Frog

Note:

1) Grain 
2) Centre d’analyse strategique, 2010, Les cessions d’actifs agricoles dans le s pays en développement, rapports & document n°29
3) 
Centre d’analyse strategique su dati Grain-Oxfam 2008
4) 
Centre d’analyse strategique 2010
5) Per approfondire: Cotula et al., 2009, “Land grab or development opportunity?Agricultural investment and international land deals in Africa”, Land grab politics: debating the issues, Land grabbing in Latin America e Caribbean

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