SE UN BLOG CADE NELLA FORESTA FA RUMORE?

Pubblichiamo la traduzione italiana in versione ridotta di un articolo di Arin de Hoog pubblicato su Emajmagazine il 18 marzo 2013. Una riflessione ironica sulla narrativa green.

Grande news sulla rivista Scientific American l’altro giorno. I ricercatori prospettano che entro il 2050 le barche saranno capaci di viaggiare, senza ostacoli, in cima al mondo. Il che significa, andare da Barrow, in Alaska, a Tromsø, in Norvegia, seguendo una linea retta su una di quelle lussuosissime barche che di solito si vedono nei video di musica rap. Il lato positivo è che l’artico è un posto divertente per tutta la famiglia. Il lato negativo invece è che, secondo il The Guardian, la maggior parte della famiglia sarà mangiata dai parenti in una strenua lotta per il cibo.
Comunque è improbabile che ci riusciremo entro il 2050. Gli scienziati della Oregon State University recentemente hanno fatto notare che la terra si sta scaldando più velocemente di un tredicenne a una conferenza di bikini. Perlomeno quando ci sgranocchieremo i nostri parenti saranno ben cotti!
Il quartiere in cui viviamo, poi, sarà parte di un sistema feudale creato da signorotti dell’industria finanziaria che, come notato da Bloomberg, hanno finalmente imparato a credere al cambiamento climatico. Il che è avvenuto quando hanno capito che dall’esaurimento del pianeta avrebbero potuto guadagnarci.
Tutte queste congetture si basano su 10 giorni di rassegna stampa di notizie sull’ambiente che hanno fatto emergere un dato importante: è tutta colpa tua. Qui sta il problema della narrativa ambientalista. Prima cosa: le persone che davvero hanno a cuore il problema ambientale non vogliono scherzarci sopra. Secondo: se continui a urlare “Moriremo tutti” ma nessuno muore, prima tutti ti odieranno, poi cominceranno a ignorarti. Le persone hanno normalmente memoria breve e il cambiamento climatico è invece un problema a lungo termine. E gli effetti pian piano aumentano: si alza un po’ la temperatura e il livello dell’acqua, c’è un po’ più di deserto, un po’ più di uragani devastano un po’ più di case. Ma considerando la velocità della vita, i cambiamenti climatici sono come il movimento di una duna di sabbia: difficilmente si nota.
Proprio per questo è d’aiuto aver portato rispetto a colossi mediatici come The Guardian, Le Monde, Die Welt  e The New York Times che ci hanno fornito articoli ben scritti con dati scientifici, non solamente per dirci come siamo messi male ma anche per suggerirci come possiamo attenuare la nostra pena. È così sarà, finché anche loro non elimineranno i loro blog sull’ambiente, come è successo recentemente per il Times.
Un giorno ho scritto “New York Times Green Blog” su Google. Risultato? Circa 240 milioni di pagine, soprattutto blog ambientalisti e siti di nicchia. Di solito cerco di evitare la sezione dei commenti ma per un interesse puramente giornalistico ho deciso di leggere quello che le persone scrivono. Ho iniziato a guardare i commenti di Green Blog e ho scoperto una cosa importantissima: solo le persone che hanno a cuore l’ambiente lo leggono.
Questo significa solamente una cosa: le persone che più di tutti dovrebbero leggerli non li leggono.
Questo è abbastanza ovvio ma la gente sembra spesso dimenticarsene. Abbiamo paura delle cose che fanno paura. Vogliamo avere una visione del mondo che ci conforti e allora frequentiamo solo i nostri vicini di casa. Il risultato è che quelli che davvero si prendono la questione a cuore – giornalisti, scrittori, chi commenta sui blog verdi – parlano a loro stessi e nessuno fuori dalla loro bolla sembra interessarsene.
E no, The Times con lo smantellamento del suo blog non porterà di certo avanti la sua causa ma tanto le persone, anche se pensano che per loro sarà una grossa perdita, alla fine si renderanno conto che poi, per loro, non è che cambi molto. E, giusto per la cronaca, la sezione “Ambiente” di The Times c’è ancora, è solo stata inclusa dentro la sezione “Scienza”. Questo mi fa venire in mente anche il tedesco Die Welt dove la sezione “Ambiente” è nascosta all’interno della sezione “Conoscenza”. E anche Le Monde che la chiama “Pianeta”.
Il punto è che quando si parla di ambiente non è la sezione dove sono inseriti gli articoli quella che conta, è cosa la gente ci legge dentro. In effetti si potrebbe far scivolare qualche news sull’ambiente sotto qualche altra sezione che non sia “Ambiente”, “Green” o “Sostenibilità”. Potrebbe essere che sbagliandosi e leggendo accidentalmente la notizia qualcuno potrebbe anche imparare qualcosa.

di Arin de Hoog

Nota: Arin de Hoog è un giornalista canadese/olandese, vive a Londra e collabora con Emajmagazine.

In copertina immagine tratta dalla versione originale dell’articolo pubblicato su www.emajmagazine.it

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