Mappa del territorio. Cartina

PAROLA D’ORDINE: PIANIFICARE

Un occhio attento e uno distratto, per guardare cose ad altri nascoste.  Questo è uno dei tratti distintivi del geografo, una figura impossibile da “cartografare”, dalla formazione pluridisciplinare perfetta per chi “desidera avvicinarsi all’uomo e alla natura studiando le interazioni tra le attività antropiche e i molteplici fenomeni fisici che contraddistinguono il pianeta terra”. Così Gabrio Baldi, specialista in pianificazione di percorsi per il traffico lento, con diversi progetti a livello territoriale e ambientale all’attivo, delinea l’identikit di una professione che potrebbe coordinare tutte le attività umane che hanno un impatto sul territorio.

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
“Così di primo acchito penso sia un personaggio un po’ bizzarro che guarda le tematiche legate al territorio con un occhio attento e uno distratto. Ciò gli permette di vedere cose ad altri nascoste, talmente nascoste che poi i geografi finiscono per parlare, o addirittura capirsi solamente tra di loro. A parte gli scherzi, non riesco a farmi un’idea precisa della figura del geografo oggi. Non amo particolarmente “cartografare” le persone sulla base dei loro studi. In ogni caso ritengo che il geografo, come molti altri, abbia potuto beneficiare di una formazione pluridisciplinare fantastica, almeno dal mio punto di vista, e che consiglio vivamente a chi desidera avvicinarsi all’uomo e alla natura studiando le interazioni che intercorrono tra le attività antropiche e i molteplici fenomeni fisici (naturali, climatici, morfologici, ..) che contraddistinguono il pianeta terra. Oggi il geografo fa un po’ di tutto, si è adeguato all’evoluzione della tecnica che ha coinvolto tutti gli ambiti di studio del territorio. Un tempo contribuiva alla scoperta del mondo, era allo stesso tempo biologo, botanico, naturalista ed esploratore. Oggi invece opera nel campo dell’urbanismo, della pianificazione, della geomatica, della tecnica del traffico ed in altri ancora. In fondo non esiste più la professione di geografo, esistono però numerosi ambiti in cui questa figura trova una sua collocazione adeguata”.

Gabrio Baldi

Lei si rivede in questo profilo?
“Certamente. Ad esempio una buona parte dei compiti che svolgo nell’ambito del mio attuale impiego non facevano nemmeno parte del cursus universitario che ho seguito. Mi sono adattato, cercando di mantenere un contatto con gli ambienti della ricerca. Ho dedicato del tempo allo studio e al perfezionamento delle conoscenze pratiche acquisite tramite le passate esperienze lavorative. Ho pensato fosse giusto fare così. Soprattutto quando mi sono accorto di aver scelto una formazione come questa che per quanto mi riguarda fornisce ottime basi teoriche, le quali però da sole non bastano per entrare nel mondo del lavoro”.

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
“In realtà a volte mi stupisco di quanti geografi operino in incognito in numerosi campi affini al mio. Tra i miei compagni di università un buon 80% ha trovato un impiego che può essere considerato “adatto” ad un laureato in geografia: uno si occupa di pianificazione del territorio, un altro ha trovato un impiego quale cartografo/geomatico, un altro ancora quale guardia ambientale, numerosi sono entrati a far parte di ditte che esercitano in ambiti ingegneristici, altri fanno gli insegnanti e altri infine eseguono ricerche statistiche per compito di organi pubblici. Mi fermo qui, ma potrei elencare altri esempi. Pertanto penso che a poco a poco saremo ovunque, anche se non lo saprà quasi nessuno”.

Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e  nella progettazione delle smart cities?
“Può uscire da quella che definirei la malsana politica dei progetti isolati e fini a sé stessi cercando di coordinare tra loro tutte le attività umane che hanno un impatto sul territorio, mediando attivamente tra coloro che si contendono ogni briciola di terra edificabile. Queste politiche tendono a relativizzare gli impatti a scala regionale. Si continua a consumare territorio senza ritegno, senza pensare alle conseguenze che il nostro agire può portare anche solo a 20 km o 50 km di distanza. In sostanza si tratta di comunicare e far comunicare fra di loro gli organi decisionali e tutti gli attori coinvolti in progetti infrastrutturali che hanno un impatto importante sulla viabilità e più in generale sulle dinamiche dei nostri agglomerati urbani. In modo provocatorio aggiungo che il geografo potrebbe fungere da collante tra ingegneri ed architetti, due cerchie di esperti che a causa della lotta per la supremazia nella creazione di nuove forme e materiali si dimenticano spesso di approfondire aspetti importanti come la funzionalità, l’accessibilità e il costo da prevedere per la manutenzione delle infrastrutture”.

Lei si occupa di infrastrutture e trasporti, ha all’attivo diversi progetti a livello territoriale e ambientale. Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave delle sue attività professionali in questo campo?
“Il mio ufficio ha in sostanza il compito di tradurre in progetti gli intenti della pianificazione in materia di mobilità. Personalmente mi occupo in particolare della pianificazione di percorsi per il traffico lento/dolce. Lavorare nel ramo della mobilità lenta (anche se questo termine non rende giustizia ad una modalità di trasporto che fornisce ottime performance soprattutto su  distanze porta a porta in ambito urbano) consiste nel creare le premesse necessarie in materia di sicurezza e accessibilità a favore di chi si muove a piedi, in bicicletta o con altri mezzi come pattini a rotelle o skateboard. Svolgo anche un lavoro di coordinazione in questo ambito, cercando costantemente di promuovere la mobilità lenta al rango d’elemento fondamentale della mobilità quotidiana, al pari di quella individuale motorizzata e del trasporto pubblico”.

Qual è il suo parere in merito ai recenti avvenimenti sul tema del disastro climatico ecologico?
“Non sono un esperto in materia. Credo in ogni caso che quanto successo di recente, e parlo in particolare della catastrofe di Genova, sia frutto di politiche pubbliche scellerate e di una pianificazione del territorio sconsiderata che non ha tenuto conto degli insegnamenti del passato e non ha voluto analizzare coscienziosamente i potenziali rischi di un’edificazione massiccia e scriteriata in zone palesemente sensibili dal profilo ambientale”.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
“Domande non so. Un collega una volta disse: Adesso che abbiamo un geografo nel team sarà impossibile perderci”.

La capitale del Paraguay?
“La domanda sulle capitali è un classico, un luogo comune. Quante volte mi sono sentito dire la stessa cosa: “Hai studiato geografia, ah si? Allora qual è la capitale del Canada?” Poi la gente si rende conto che sarebbe inutile conoscere il nome di tutte le capitali del mondo e allora ci ripensa e ti chiede: “Ma cosa centra la geografia con il lavoro che fai?” Di solito a questo punto getto la spugna e affermo che dopo gli studi mi sono accorto che non ero portato per l’insegnamento”.

di Monica Di Maio

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