Maria Chiara Zerbi Università degli Studi di Milano

MISERIE E SPLENDORI DEL PAESAGGIO

Un ventaglio articolato di preparazioni di base, una ricchezza strutturale che, dall’esterno, sembra determinare una mancanza di riconoscibilità della figura del geografo. Maria Chiara Zerbi, docente presso l’Università degli Studi di Milano, Presidente del Consiglio di Coordinamento Didattico del corso di “Laurea in Scienze Umane dell’Ambiente, del Territorio e del Paesaggio” e del corso di Laurea Specialistica “Scienze e culture dell’ambiente e del paesaggio”, consapevole della poca attenzione dedicata agli sbocchi professionali dei percorsi di studio specifici, parla di una professione geografica diversa dall’insegnamento ancora da costruire. Ma non ha dubbi nel delinearne un profilo professionale di alto livello, in grado di avere un ruolo attivo nella pianificazione e nelle politiche per la sostenibilità, alle prese con il capitale ambientale: “una sfida difficile, per la quale non è sufficiente lo sforzo di un singolo ricercatore, ma è necessario uno sforzo corale, tutto da intraprendere”.

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Mi prendo la libertà di riformulare la domanda usando il plurale. Vi è infatti una varietà di preparazioni di base – lettere, ma anche economia, scienze politiche, architettura, scienze naturali, geologia… – che obbliga a farlo. Un ventaglio così articolato rappresenta una ricchezza, ma anche il principio della mancanza di riconoscibilità del geografo verso l’esterno. E anche all’interno della disciplina queste multiforme conoscenze e abilità  non si accumulano facilmente, non si stratificano e non creano un bagaglio disciplinare condiviso.  Certo, si potrebbe dire, questo valeva per il passato, mentre oggi vi sono lauree specifiche che  dovrebbero modellare la “nuova” figura del geografo. La mia esperienza al riguardo – e mi sono fortemente impegnata su questo fronte – è negativa.  Prevalgono nella maggior parte dei casi interessi corporativi nell’individuare le discipline necessarie a formare un geografo e non è certo costruendo dei curricula in cui sono presenti, in modo quasi esclusivo, insegnamenti di geografia che si costruisce tale figura. Da questo sfondo si staccano, anche nella geografia italiana, alcune personalità di spicco che di volta in volta sono in grado di “interpretare” il geografo nell’università (i capiscuola) come nell’opinione pubblica. In quest’ultimo caso la notorietà che è stata raggiunta da Eugenio Turri, come geografo, è indiscussa. Sono queste personalità che, nella maggior parte dei casi, riescono a svolgere attività diverse dal puro insegnamento o dalla ricerca accademica.

Lei si rivede in questo profilo?
Mi rivedo in una particolare declinazione di geografo tra le numerose esistenti: quella di chi si interessa all’organizzazione del territorio, delle sue trasformazioni, delle sue possibili traiettorie evolutive. E lo fa avendo scelto di usare una categoria geografica ritornata di grande attualità: quella del paesaggio.

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
Parlare di professione rimanda a uno spaccato fortemente problematico. Una quota importante di geografi si dedica all’insegnamento e questo appare ancora oggi lo “sbocco” più consolidato. Una professione geografica diversa dall’insegnamento appare in larga misura ancora da costruire. Si è dedicata troppo poca attenzione agli sbocchi professionali delle nuove lauree. Un corso di laurea in geografia, impartito nella Facoltà di Lettere, è privo – per esempio – di sbocchi professionali nella maggior parte dei settori della pubblica amministrazione in cui la figura del geografo potrebbe avere un ruolo; a meno di un particolare impegno da parte delle singole istituzioni universitarie nel far riconoscere le “specificità” della formazione impartita e nello stringere opportuni accordi.  Non sembra una strada molto seguita. Ci sono delle eccezioni, naturalmente. Vi sono personalità che emergono, che entrano in gruppi di lavoro, che si occupano di pianificazione del territorio, di valutazione di progetti e di politiche. Si tratta, però, di opportunità per “singoli” individui e che generalmente non dipendono dalla loro qualifica di geografi. Nonostante questo quadro, vanno segnalati alcuni fermenti innovativi. Ci sono esempi di giovani, spesso uniti in forme associative, che tentano la strada della professione, che cercano di far conoscere le proprie competenze, che si propongono per risolvere alcuni tipi di  problemi. Sono esperienze ancora sporadiche, ma che dovrebbero essere studiate con attenzione anche per i possibili feed-back che potrebbero derivarne sulla “formazione”.

Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e  nella progettazione delle smart cities?
La mia visione è positiva: credo che il geografo potrebbe avere un proprio ruolo nella pianificazione e, in generale, nelle politiche per la sostenibilità. Per quella parte dei geografi che condividono, nei fatti, questo tipo d’interesse, il paradigma della sostenibilità ha aperto nuove prospettive: nell’educazione alla sostenibilità, certamente, ma anche nell’analisi e valutazione dello stato e degli avanzamenti verso la sostenibilità di enti pubblici e privati. Ci si potrebbe chiedere a questo punto quali siano gli aspetti su cui i geografi si sentono maggiormente sollecitati, ma la risposta dipende, in larga misura, da quella varietà di sfaccettature nella concezione stessa di geografia che si è cercato di far intravvedere. E’ lecita una risposta personale: un tema d’interesse – con riferimento alle smart cities – è per me quello degli assets ambientali della città. Se l’idea di smart city è un compendio di ITC’s e di capitale sociale e ambientale, è su quest’ultima componente che mi sembra si possa – in modo più competente –  posare l’occhio del geografo. E’ una sfida difficile, per la quale non è sufficiente lo sforzo di un singolo ricercatore, ma è necessario uno sforzo corale, tutto da intraprendere.

Lei si occupa di un tema che ha un campo di ricerca multidisciplinare, quello del paesaggio; in relazione all’ecosistema, straordinario e ordinario, rurale. Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave delle sue ricerche in questo campo?
La scelta del paesaggio come nucleo tematico principale della mia attività è nato da una “domanda” esterna di collaborazione, per gli aspetti paesaggistici, ad un gruppo di lavoro sulla VIA, operante presso la Regione Lombardia. La necessità di considerare il paesaggio alla stregua delle altre componenti ambientali, nei dossier di impatto, mi ha impegnata nel ricercare nozioni, metodi, strumenti utilizzati dai geografi, che erano riconosciuti, almeno negli anni Ottanta, come i depositari del “sapere” paesaggistico. L’ampia ricognizione fatta in quell’occasione ha messo in rilievo “miserie e splendori” del paesaggio nella geografia e la straordinaria potenzialità di questo “concetto” così da indurmi a metterlo al centro della ricerca e della didattica. Il paesaggio è una nozione polisemica, difesa da alcuni e liquidata da altri geografi a favore di nozioni quali territorio o ambiente, difficile da maneggiare, ma particolarmente versatile.  Anche nel suo senso più corrente di “aspetto sensibile di ciò che ci circonda” rivela la sua fecondità. Fornisce informazioni, per esempio, sugli elementi che compongono il contesto di osservazione, sui reciproci rapporti di posizione, sui differenti tempi di inserimento (dalle cascine ai supermercati) e anche degli indizi sulle trasformazioni in atto. Senza alcuna difesa della “ingenuità” dell’osservare, credo che guardare al paesaggio e al modo con cui è percepito dalla popolazione possa rivelare segni imprevisti, fare scoprire tendenze, esiti inattesi,  tutti “alimenti” insostituibili nel nutrire l’interpretazione del mondo reale e del suo divenire. Ultima considerazione: il pensiero paesaggistico sembra manifestare legami sempre più stretti con la città. Certo, è un pensiero controcorrente: implica il partire dai “vuoti” invece che dal costruito, da ciò che non è rigorosamente progettabile e definibile nei suoi risultati, perché il paesaggio è fatto anche di “componenti vive”, in evoluzione che, a loro volta,  portano a re-inserire il tempo nella città, con i ritmi delle stagioni.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
La domanda più strana? Non è tanto quella relativa alle capitali o al numero di balene pescate ogni anno. Il vero problema, e penso all’insegnamento della geografia, è quello di capire che si deve fornire l’informazione – che può, però, rapidamente risultare obsoleta – ma insieme anche la/le fonti di informazione da cui prenderla ed aggiornala. Ma non è per mano dell’enciclopedismo (peraltro ormai indebolito) che verrà inferto il colpo mortale alla geografia. E sulle strategie per salvarla si può sempre dibattere.  

di Monica Di Maio

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