MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA

Neogeografa di innata curiosità, Francesca Cirio, si è interessata alla geografia fisica scoprendo poi l’essenza della disciplina: sensibilità alle tematiche sociali e ambientali, forte responsabilità nel tendere al miglioramento della qualità di vita.  Convinta che solo individuando criticità e punti di forza di un territorio si possa riuscire a svelare e migliorare i meccanismi che regolano le società, Francesca è già proiettata verso la laurea magistrale. Non mancano i timori sul percorso universitario, con curricula ancora da orientare verso una geografia applicata per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro,  ma a prevalere è l’entusiasmo e la speranza nel futuro: “Perché questa professione negli anni a venire potrebbe avere un ruolo privilegiato nel tentare, a partire dal proprio piccolo ma in qualità di veri geografi, di migliorare, anche solo un po’, il nostro mondo

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
“Fino a poco tempo fa devo ammettere che non sarei stata in grado di rispondere a questa domanda, ora, per lo meno, ci provo! Provengo dal corso di laurea in Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio di Milano e da un anno frequento la magistrale interfacoltà di Geografia all’università di Torino. Durante i miei studi triennali, non sono riuscita a delineare precisamente la figura professionale che facesse riferimento a questi studi. Si studiavano le materie più disparate, da psicologia sociale ed ambientale, ad economia, da geografia urbana, a letteratura italiana e a sistemi informativi territoriali, senza un apparente filo conduttore. Tutti i miei dubbi ed interrogativi sul futuro venivano però messi da parte di fronte alla curiosità di studiare cosi tante nuove ed interessanti discipline che riguardavano i diversi campi del sapere. Proprio grazie a questa volontà di conoscere, ho proseguito i miei studi in geografia, cercando però un ambito più applicativo e indirizzandomi sul curriculum di geografia fisica. Solo durante quest’ultimo anno, immersa forse in un nuovo ambiente accademico e culturale, sono riuscita a cogliere la vera essenza dello studio della geografia. Nonostante continui a studiare materie spesso diverse tra loro, riesco finalmente a vedere le relazioni che le uniscono e a farmi un’idea sul contributo del geografo alla ricerca. Ho scelto questa disciplina e questa professione non solo per sensibilità alle tematiche sociali ed ambientali ma perché sento forte la responsabilità di impegnarmi per migliorare la nostra qualità di vita. Posso quindi dire che, secondo la mia esperienza, il geografo è uno studioso delle relazioni, positive e negative, che si vengono a creare tra lo spazio geografico in esame e le attività umane che lo attraversano. Penso che la geografia offra in primo luogo un diverso modo di approcciarsi all’oggetto di studio. Il geografo ha la capacità, all’interno di qualsiasi tipo di ricerca, da quella sociale a quella antropologica, economica o ambientale, di dare una valutazione del sistema geografico in esame (inteso come l’insieme di ambiente fisico e di strutture culturali, politiche ed economiche) e di suggerire le modalità con cui intervenire per superare e/o prevenire situazioni di squilibrio: povertà, denatalità, tensioni sociali derivanti dalla costruzione di nuove infrastrutture (TAV, expo Milano), cambiamenti climatici, problemi di inquinamento, pianificazione urbana, gestione di parchi naturali. Il geografo è quindi una figura trasversale e omnicomprensiva che, attraverso l’individuazione delle criticità e dei punti di forza di un territorio, cerca di svelare e migliorare i meccanismi che regolano le società”.

Lei si rivede in questo profilo?
“A questo punto credo di si. Ci stiamo allenando a vedere i problemi sotto vari punti di vista, spesso alternativi e ancora inesplorati, ed è questo che rende interessante il nostro lavoro, così diverso a seconda dell’oggetto della ricerca. Inoltre, lavorare su alcuni dei temi più attuali, quindi ancora in parte sconosciuti, è uno stimolo in più per provare a vedere la realtà attraverso mezzi di ricerca non convenzionali, e metodi di osservazione e analisi nuovi”.

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
“Non penso che sia un problema di diffusione, nel senso che è vero che non si sente dire spesso ”sono un geografo”, ma questo deriva principalmente dal fatto che, per un laureato in geografia, in Italia, non è facile trovare un lavoro sotto questa voce e quindi farà suo il nome di altre figure professionali. Il fatto che questa professione sia poco popolare in Italia è il riflesso dell’incapacità delle università di evolvere insieme alla nuova concezione di geografia totalmente distante da quella tradizionalmente intesa; per far ciò sarebbe quindi necessario non solo riformare i curricula orientandoli verso una geografia applicata che trovi più facilità ad entrare nel mercato del lavoro, ma rivedere anche il ruolo che hanno le istituzioni rispetto a questo complesso problema. Il fatto che si continui ad indirizzare la formazione universitaria verso uno studio più approfondito e specifico delle discipline e che quindi automaticamente il mondo del lavoro prediliga queste caratteristiche in un candidato, non aiuta sicuramente la figura del geografo, di formazione più generalista e dal carattere multidisciplinare, a trovare opportunità di lavoro sul territorio”.

Che  prospettive ha, secondo lei, questa scelta professionale?
“Soprattutto qualche anno fa ero particolarmente scettica sulle opportunità di lavoro che avrei avuto una volta finiti gli studi. Ora lo sono un po’meno, situazione politico-economica a parte. Proprio forse in questi ultimi anni l’importanza che ha assunto il concetto di Ambiente e tutti i temi con esso connessi hanno dato alla disciplina opportunità di reinventarsi e farsi conoscere come valido strumento di analisi. Non solo nuovi oggetti di ricerca, ma anche nuove metodologie applicate a vecchi campi di indagine stanno rivalutando questa figura professionale. In ogni caso, tutto sta nella capacità del singolo di trovare una sua dimensione lavorativa, magari sviluppando nuove metodologie di indagine oppure dando indicazioni su come risolvere una situazione problematica”.

Che aspettative ha sulla futura applicazione dei suoi studi professionali? Perché ha scelto questo percorso e in cosa crede potrà specializzarsi ulteriormente?
“Partendo dal presupposto che l’Ambiente sia sempre più entrato nel dibattito sociale e politico e nel linguaggio comune, penso che il lavoro del geografo possa svolgere negli anni a venire un ruolo privilegiato. Non mancano infatti riflessioni, sia a livello nazionale, che internazionale sui temi ambientali e sulle problematiche ad essi connesse, ed è per me diventata un priorità contribuire a questo dibattito,  tentando, nel mio piccolo, e in qualità di geografa, di migliorare un po’ il mondo. Ho scelto di approfondire le conoscenze su vari temi a me cari poiché credo fortemente che questa figura professionale abbia molteplici potenzialità, anche e soprattutto sotto l’aspetto applicativo. Questo percorso mi da la possibilità, non solo di approfondire le problematiche a livello mondiale e, allo stesso tempo, comprendere i problemi che riguardano più da vicino il nostro territorio, ma, insegna anche a sviluppare quel senso critico indispensabile per condurre un lavoro di ricerca.  Migliorare la qualità della vita delle persone è per me un ambito interessante e per questo la mia idea per uno stage è focalizzata sul concetto di smart cities, e per ora la città di Torino si è candidata”.

Che ruolo può assumere, a suo parere, un geografo nella pianificazione del territorio e  nella progettazione delle smart cities?
“Il geografo, attento conoscitore delle relazioni uomo-ambiente si identifica come figura chiave nell’ambito della pianificazione del territorio. Potrebbe assumere il ruolo di coordinatore tra i vari esperti che intervengono nella progettazione del territorio grazie alla capacità di suggerire nuovi spunti di riflessione in grado di offrire una visione più approfondita della realtà. Progettare smart cities, quindi città intelligenti in grado di minimizzare gli impatti ambientali, spero diventi la professione del futuro e il geografo potrebbe davvero fare la differenza anche in questo campo più applicativo”.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
“Praticamente ogni qualvolta qualcuno mi chiede che cosa studio, ho già in mente le possibili domande che mi vengono rivolte: ad esempio mi chiedono sconcertati: “geografia?!? Non sapevo si studiasse geografia all’università! Quindi sai tutte le capitali a memoria?” oppure “andrai a fare l’insegnante?” E io, con pazienza provo a spiegarglielo, ma non è cosi facile farlo capire e, la maggior parte delle volte mi vengono rivolti sguardi conditi da un’aria stranita. In maniera particolare sono la seconda e la terza domanda a creare più sgomento in me: tutti sono convinti che un geografo debba sapere tutte le capitali a memoria, questo fa subito capire che in Italia c’è bisogno di una profonda riforma in campo accademico. Il  fatto, poi, che associno subito un percorso universitario alla figura dell’insegnante non è di per se una cosa del tutto sbagliata, ma fa subito ritornare in mente che la nuova riforma Moratti ha abolito l’insegnamento della geografia negli istituti professionali e nei tecnici ad indirizzo tecnologico. Oltre ad aver attuato un vero ridimensionamento dell’insegnamento anche nei licei, nella maggior parte dei casi i futuri insegnanti di geografia saranno i laureati che hanno sostenuto solamente due esami della materia e che spesso non conoscono la vera applicazione della geografia”.

La capitale del Tajikistan?
“Devo ammetterlo e riconfermarlo: non so tutte le capitali a memoria! Comunque, per conoscenza è Dušanbe, una delle capitali centroasiatiche più belle, cosi dicono!”

di Monica Di Maio

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