LO SGUARDO SISTEMICO DEI GEOGRAFI

Una disciplina che apre la mente, stravolge la percezione, cambia il modo di guardare al mondo. Il geografo, “colui che tira le somme di quanto accade, può essere il collante necessario a produrre soluzioni che sappiano tener conto della complessità della realtà con cui dobbiamo confrontarci”. La geografia, secondo Vincenzo De Cesare è una sorta di “intelligenza sistemica” che permette di vedere il quadro complessivo avendo solo le tessere del puzzle: “la formazione allena il geografo a leggere le connessioni, a decifrare il territorio e coglierne una complessità che non può essere rintracciata da altre specializzazioni”.  De Cesare, attualmente impegnato a suscitare la curiosità degli studenti, è consapevole di essere visto come “quello strano” ma sa che la disciplina può aprire gli occhi ai ragazzi, uomini e donne del futuro: “la realtà non è fatta di compartimenti stagni, non ci si può limitare a far ciascuno il proprio compitino. La geografia è in grado di sottolineare quanto il mondo sia molto distante dall’idea che ne abbiamo, semplificata a nostro uso e consumo”.

1. Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Il geografo oggi, grazie alla complessità raggiunta dalla disciplina, è colui che tira le somme di quanto accade nello spazio vissuto dall’uomo. Lo può fare perché la formazione geografica è di ampio respiro ed allena il geografo a leggere le connessioni, a decifrare il territorio in chiave sistemica e coglierne una complessità che non può essere rintracciata da altre discipline cosiddette specialistiche. Che pur servono, perché ci forniscono le tessere del puzzle, ma solo con l’intelligenza tipicamente “geografica” è possibile ricostruire lo schema complessivo.

2. Lei si rivede in questo profilo?
Decisamente sì. Per quanto sia impossibile padroneggiare con la stessa disinvoltura qualsiasi ambito dello scibile umano, la geografia ti apre la mente, cambia il modo di vedere la realtà e stravolge la percezione di fatti che sono sempre stati sotto i nostri occhi, ma che prima non sapevamo riconoscere. Io ho studiato a Milano facendo il pendolare e il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino, a un certo punto, quando ho imparato come guardarlo, ha cominciato a raccontarmi molte cose.

3. Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
Probabilmente perché quell’approccio sistemico non è ancora sufficientemente diffuso. Ci si accontenta di sapere tutto il possibile riguardo ad un ambito specifico, senza badare alle connessioni o alle influenze con altri fenomeni, però la realtà non è fatta di compartimenti stagni. Credo che la maggior parte degli squilibri sociali, ambientali, politici ed economici che il mondo si trova ad affrontare derivi da quest’ottica, dalla convinzione di potersi limitare a far ciascuno il proprio compitino. Magari è fatto benissimo, ma non basta.foto-articolo

4. Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
Il ruolo dovrebbe essere primario. Solitamente ci paragoniamo al “direttore d’orchestra” e credo che sia, in effetti, un esempio appropriato. Ovviamente il geografo non è né uno sciamano, né un indovino, ma nei limiti del possibile è formato alla complessità più di altri. Le smart cities dovrebbero servire a implementare la qualità della vita delle persone che le abitano, un compito certo non facile e che costringe a tenere in considerazione un insieme molto variegato e complesso di fenomeni e dinamiche urbane.

5. Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
Credo sia difficile dare una spiegazione che possa andar bene universalmente. Per come la vedo io, in ogni campo di applicazione della sua figura professionale, il geografo dovrebbe essere il soggetto in grado di parlare con gli specialisti e mettere nel migliore dei modi gli specialisti nelle condizioni di poter comunicare fra loro. Essere il collante, all’interno di un gruppo di lavoro, necessario a produrre soluzioni che sappiano tener conto, nel maggior grado possibile, della complessità della realtà con cui dobbiamo confrontarci.

6. Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
Nel futuro dovremo confrontarci con problemi sempre più complessi, imposti da un mondo globalizzato non solo economicamente. Gli specialisti avranno sempre un ruolo fondamentale, ma ci sarà anche un bisogno sempre maggiore di un approccio sistemico. La speranza è che questo spinga a cercare figure che sappiano rispondere a queste complessità e che la geografia esca dall’ambito accademico, per “sporcarsi” un po’ di più le mani.

7. Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
Domande strane non me ne vengono in mente. Per ora ho lavorato soprattutto in ambito scolastico e forse quelli strani, per gli studenti, siamo io e la materia che insegno. Solitamente anche le discipline scolastiche vengono insegnate a compartimenti stagni, mentre la geografia, per naturale vocazione, costruisce relazioni . Questo può spiazzare. E spesso sottolinea quanto il mondo, proprio in virtù di questa complessità, sia molto distante dall’idea che mediamente ne abbiamo, semplificata a nostro uso e consumo.

8. La capitale della Corea del Nord?
P’yongyang. Però questa è facile, chi vuole fregarmi a questo giochino deve andare a cercare qualche isoletta caraibica o qualche atollo del sud-Pacifico dell’estensione della Lombardia, altrimenti la vedo dura.

di Monica Di Maio

In copertina: Pieces of the World © Sarah Richter

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