LA VIE EN ROSE

Un viaggio negli accostamenti d’azzardo: architetture dal sapore antico in stile europeo inseguono i concept moderni filtrati dal vetro, mentre l’attenzione all’ambiente diventa il fulcro di un’edilizia creativa.

Era il 2003 quando la Rivoluzione delle rose scosse la Georgia.
Un movimento popolare chiedeva a gran voce un’apertura ad occidente.
Basta con il grigiume d’eredità sovietica. Si invocava un cambiamento radicale: dalle strutture alle menti.
E la svolta c’è stata, repentina e decisa. Ma non è stata una svolta distruttiva.
In totale contrapposizione con le scene d’abbattimento dei simboli del passato a cui ci hanno abituato questi anni (dal World Trade Center, ai Buddah di Bayman alla statua di Saddam) la Georgia ha modificato il suo aspetto ingentilendo e disegnando nuovi scenari a partire dal complesso delle strutture edilizie preesistenti.

Dove volano le aquile. La Georgia non è una nazione dal clima gentile. Lunghi e freddi inverni si accompagnano a stagioni decise, in cui i ghiacci si sciolgono solo temporaneamente per regalare fugaci paesaggi mozzafiato. L’edilizia tradizionale, dalle campagne alle città, ha sempre tenuto conto di queste peculiarità, tanto che, in qualunque parte del paese si vada, si trovano le consuete case ad uno o due piani, prevalentemente abbellite da arzigogolati balconcini lignei, leggeri e svettanti. I colori, quasi sempre pastello, donano quel tocco brioso che distingue le abitazioni dal bianco delle nevi invernali e rappresenta un continuum con lo stile importato dalla Russia.
Ma i sovietici importarono anche altro con la loro lunga dominazione.
Per risolvere le annose questioni edili trapiantarono nei centri cittadini, come Tbilisi, anche quelle orrende ed impersonali strutture ad alveare, composte da filari di celle identiche le une alle altre. Soluzioni abitative prive di ogni velleità individualista, incredibilmente funzionali per i modelli della coabitazione, ma di impossibile gestione sociale.
In un contesto tanto eclettico quanto misero, si è andata a posizionarsi quella rivoluzione di costumi del 2003. Il boom edilizio è stato solo uno dei sintomi della rinascita georgiana, ma con ogni probabilità il più evidente slancio verso un’occidentalizzazione del modus vivendi.

Cieli stellati sopra di me. La scelta di modernizzare il panorama cittadino è stata radicale, ma le opzioni poste in essere sono state tutt’altro che avventate. Si potrebbe pensare che a Tbilisi l’edilizia sia stata “gentile”: il Ponte della Pace è infatti un simbolo di congiunzione che lega due sponde della città. È un ponte pedonale, dall’aspetto leggiadro, che si incunea tra la piazza sovrastata dal Parlamento e gli antichi quartieri, quello ebraico e quello musulmano, dove regnano sovrane le case storiche, con i loro mattoni rossi a vista, i loro tetti colorati, i balconcini intagliati in legno bianco e le cupole dell’antico hammam adiacente la moschea, caratterizzata dal minareto. L’architetto, l’italianissimo Michele De Lucchi, ha inteso concepire il ponte come un vero e proprio monumento che rappresentasse un dialogo tra presente e futuro. Ha disegnato quindi una passerella di vetrocemento ricoperta da una struttura con profilo sinusoidale: l’intera struttura poggia su soli quattro piloni che non toccano le acque del fiume Mtkvari e che quindi conferiscono all’insieme un’idea di sospensione nel vuoto. Doppia accessibilità, con scale e passerelle; un guscio di tubi d’acciaio e elementi trapezoidali tutti diversi gli uni dagli altri; archi trasversali; un’ottica di standardizzazione ad economia di scala opposta ad un profilo longitudinale. Il ponte ha rappresentato l’inizio e il completamento di un recupero degli spazi all’insegna del dialogo e della trasparenza.
Trasparenza che è poi il leit motive di tutto il piano urbanistico del nuovo millennio. Su entrambe le sponde sono stati innestati infatti edifici o complementi architettonici che creassero un filo di corredo nel panorama cittadino. Una cupola anch’essa di vetro cemento sovrasta il palazzo del Parlamento, la Public Service Hall progettata da Massimiliano Fuksas è diventata il centro servizi governativi aperto h24 alla cittadinanza e molti edifici preesistenti, anche di epoca sovietica, sono stati reinventati grazie all’applicazione di pannelli solari o strutture in vetrocemento colorato che sono finite ad abbellire facciate e versanti dei palazzi in modo tale da creare un effetto ludico per la vista.
Un recupero degli spazi che ha investito tutta la città, ma che non ha puntato solo al mero dato estetico bensì alla creazione di nuovi spazi pubblici, luoghi d’incontro che conciliassero il dialogo tra i vari quartieri, antichi e moderni, spesso divisi da nette separazioni di genere, come nel caso del quartiere ebraico e quello musulmano, o come le zone più periferiche, oggetto dei traslochi di massa operati in epoca sovietica dalle campagne.
Un esempio encomiabile di revisione storica e di slancio verso il futuro, in un’epoca in cui i soldi portati dal ricco turismo russo stanno rifinanziando le aspettative di vita di un popolo troppo spesso sottovalutato ma fiero ed orgoglioso, che oggi reclama a gran voce il suo posto sullo scenario internazionale, anche dandosi quell’aspetto “consono” agli standard di un mondo globalizzato nei suoi costumi.

di Astrid Pannullo

Photo Credit: Astrid Pannullo

 

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