L’ANIMA ROMANTICA DELLA GEOGRAFIA

Il collante tra due mondi, il professionista dalla doppia anima: tecnico, fine osservatore competente, e romantico, in grado di dialogare con semplicità e sensibilità. Secondo Anna Tomaselli, specializzata in comunicazione ambientale, è questo l’identikit del geografo. E proprio da professionista racconta la sua passione, che ha guidato la scelta di diventare e, soprattutto, di essere una geografa come “approccio al mondo che mi circonda, un vero e proprio modo di essere”, nel lavoro e nella vita, negli interessi e nelle innate curiosità. Lucidamente consapevole delle difficoltà – “è sempre stata una figura professionale lasciata in ombra. O al massimo è inteso come insegnante delle medie, ovviamente quello più sfigato” -ma sempre, e da sempre, convinta del suo valore – “Come un direttore d’orchestra crea armonia tra i singoli musicisti, così il geografo può porsi da tramite tra amministrazione, tecnici e società, aiutare cittadini e tecnici a comprendersi e armonizzarsi”.

1. Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Il geografo in primis è una figura curiosa, sensibile, poliedrica e multidisciplinare. È colui che analizza e interpreta le dinamiche che scaturiscono dalla relazione che l’uomo instaura con un determinato territorio. Il geografo è dotato di una preparazione scientifica e umanistica che gli permette di interpretare i fenomeni e, soprattutto, renderli fruibili ai non addetti ai lavori. È il perfetto collante tra due mondi distanti (a livello accademico), il mondo scientifico e quello umanistico. Un geografo sa dialogare con tecnici – come architetti e ingegneri – ma ha sempre la sensibilità e i mezzi per porsi da tramite con la cittadinanza, la Pubblica Amministrazione ed eventuali culture e subculture.

2. Lei si rivede in questo profilo?
Si, mi rivedo in questo profilo non tanto per le occasioni che ho avuto fino ad oggi a livello professionale ma soprattutto come modo di pormi di fronte agli ambienti e ai territori con cui interagisco. Ho un approccio sempre molto curioso e cerco di “spogliarmi” da ciò che è il mio bagaglio socioculturale per riuscire ad entrare in contatto al 100% con il luogo che sto visitando.
L’interesse che nutro nei confronti di questa disciplina lo sviluppo nel mio tempo libero, curando il mio blog, leggendo, viaggiando e partecipando a eventi, seminari e conferenze. In primis per me è una passione, è un approccio al mondo che mi circonda, è un vero e proprio “modo di essere”, spesso chi mi accompagna nei viaggi rimane stupito dalla mia temerarietà nell’assaggiare qualsiasi tipo di cibo mi si presenti! Ecco un buon esempio: il cibo, espressione culturale del territorio e dei popoli. E l’esempio che mi aiuta a confermare che questa è proprio una professione che nasce dalla passione. Perché il geografo prima di tutto è un attento osservatore del Mondo, tecnico, ma sopratutto con una componente di Romanticismo.
Nonostante la mia attuale professione in Agenzia a Milano abbia sfaccettature che riconducono al mio percorso di studi mi rendo conto di quanto in Italia non esistano delle posizioni lavorative che possano rispecchiare in pieno il vero core di questa professione.

3. Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
Questa professione non è molto diffusa in Italia perché ci sono da sempre altre figure convinte di poterne fare a meno, come architetti e ingegneri, che hanno costruito le nostre città, a volte snobbando anche la figura fondamentale dell’urbanista. Molti centri urbani si sono sviluppati senza nemmeno avere delle pianificazioni fatte in maniera coerente dagli esperti di questa disciplina, dove potrebbero trovare collocazione i geografi? In Italia esistono ancora vecchie caste che non lasceranno mai spazio, per tradizione, comodità e altro a figure come la mia. Non è da sottovalutare, poi, che molti la intendono prettamente come profilo accademico letterale.

4. Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
Il geografo può assumere lo stesso ruolo che assume il direttore d’orchestra, ovvero quello di creare armonia tra i singoli musicisti. Il geografo può porsi da tramite tra amministrazione, tecnici e società, può risolvere sindromi nimby tramite metodi innovativi, aiutare cittadini e tecnici a comprendersi utilizzando strumenti di Pianificazione Partecipata, far dialogare ed incontrare diverse culture e aiutare a pianificare lo sviluppo delle città in chiave glocal.

5. Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
L’area d’indagine della geografia è davvero vasta e quasi priva di confini, mi soffermo spesso sull’aspetto che ho approfondito nella Laurea Specialistica ovvero la comunicazione ambientale. L’ambiente è un tema fortemente trasversale e multidisciplinare che interessa ambiti differenti, dalla salute alla cronaca, dalla politica all’economia e il paesaggio. Per questa ragione la conoscenza del tema non può essere appannaggio di una nicchia di operatori tecnici, ma deve costituire un patrimonio comune per offrire ai cittadini una corretta informazione. Anche per le aziende e per le industrie è molto importante saper comunicare le buone pratiche – quello che fanno e come operano – attraverso la redazione dei Bilanci di Sostenibilità che sono ormai necessari come i Bilanci Aziendali tradizionali. Una corretta informazione e la trasparenza sono il primo passo per dare il via al dialogo tra il mondo dell’industria e dei cittadini/consumatori. La corretta informazione viene percepita solo tramite una corretta divulgazione, direttamente dipendente dalla capacità di usare il linguaggio adeguato rispetto al nostro interlocutore e all’abilità di coinvolgere tutti gli stakeholder. Questa è una delle maggiori abilità che deve sviluppare e migliorare di chi si occupa di comunicazione ambientale.

6. Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
Bella domanda! Se dovessimo parlare del nostro Paese non ci sarebbero dubbi: chi ambisce ad esercitare questa professione, intesa nell’accezione di chi ha studiato la disciplina, avrà vita dura… a meno che non si specializzi in ambiti come quello della cooperazione internazionale, l’acqua e via dicendo. All’interno della Pubblica Amministrazione, invece, penso che le chance si potrebbero presentare solo se ci si specializzasse come tecnici GIS. Indubbiamente i concorsi danno davvero pochissimo spazio al geografo: con un rapido sguardo ai bandi usciti negli ultimi quattro anni, MAI è stato annoverato il profilo del geografo. Tra le candidature per lavori “green” non esiste neanche il nostro ambito accademico e questo, oltre ogni possibile opinione personale, penso la dica davvero lunga. Il geografo è sempre stata una figura professionale accantonata e lasciata in ombra. O al massimo è inteso come l’insegnante delle medie, ovviamente quello più “sfigato” (scusate il tecnicismo).

7. Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
Da quando ho iniziato la Laurea Triennale ho sentito di tutto, domande davvero tra le più strane e imbarazzanti. La più comune è “Comunicazione ambientale? Impari a parlare con le piante”, la prima volta forse fa sorridere, la seconda, terza, decima, un po’ meno. L’altra domanda solitamente riguarda il mio presunto ruolo di Atlante vivente: l’interlocutore pensa che abbia passato cinque anni di Università ad imparare i nomi geografici e la toponomastica dei luoghi più esotici della Terra.

8. La capitale del Gabon?
Vorrei appunto sfatare la convinzione della seconda corrente di pensiero e confermare che il geografo non è un Atlante o una carta geografica (le cartine servono ad altro come diceva il mio relatore Dino Gavinelli). Non ne ho la più pallida idea, a dire il vero l’ho cercata, ma ora non vale più!

di Monica Di Maio

 

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