IL CARBONE. KILLER SILENZIOSO

Il carbone che fa paura. È stato pubblicato in questi giorni il nuovo report di Greenpeace sulle centrali a carbone in Europa. Lo studio, commissionato dall’organizzazione ambientalista all’Università di Stoccarda, ha messo in luce quello che forse già si sapeva ma che pochi hanno il coraggio di ammettere: il carbone uccide e lo fa in maniera subdola, silenziosa.

I dati raccolti e sviluppati dall’ateneo tedesco con un sofisticato metodo di valutazione dell’impatto delle emissioni sulla salute dei cittadini europei dice che le 300 centrali a carbone, e le 50 in costruzione, causano ogni anno migliaia di morti premature, calcolate in circa 240.000 anni di vita.

I “nemici” del nostro organismo sono gas, acidi, polveri sottili e fuliggine che, sotto forma di particolato fine, penetrano nei polmoni e nel sangue causando problemi respiratori, asma, attacchi cardiaci e malattie polmonari. In testa alla triste classifica delle centrali killer ci sono Polonia, con oltre 5.300 morti premature ogni anno, Germania, Romania, Bulgaria e Regno Unito. L’Italia si posiziona in undicesima posizione con oltre 500 morti premature e 117.000 giorni di lavoro persi per malattia.

Dati sconcertanti che per Greenpeace dovrebbero immediatamente far cambiare rotta ai Paesi europei che, nonostante i buoni propositi in materia di sviluppo delle energie rinnovabili, sembrano ancora ancorati a una fonte, quella del carbone, che tra il 1990 e il 2009 aveva in realtà visto un rallentamento consistente, con una diminuzione complessiva del 14%, e che negli ultimi anni sembra però vivere una fase di rinnovato sviluppo.

Quello che Greenpeace non si spiega è l’incapacità politica, nonostante i buoni propositi, di rispondere in maniera forte a un’esigenza comune, la salute dei cittadini, anche se in tal senso alcuni stati si stanno muovendo verso un futuro più sostenibile. In prima linea il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Canada che stanno imponendo regole severe alla creazione di nuovi impianti a carbone e la Danimarca che sta seguendo una politica di smantellamento delle centrali esistenti.

Esempio particolare quello della Germania, in prima linea nello sviluppo del settore delle rinnovabili, con un incremento del 14% dell’energia pulita negli ultimi 10 anni e con la previsione del 50% di produzione sostenibile entro il 2020, ma ancora a forte impronta “inquinante”, con una dipendenza del carbone piuttosto significativa e con in cantiere la costruzione di nuove centrali a carbone.

L’Europa e le economie mondiali più forti si trovano ora a un bivio: puntare tutto sull’energia pulita o continuare su una strada ibrida. Il futuro dei nostri Paesi dipenderà anche da questa scelta.

di Elena Roda

In copertina “Pesca su centrale a carbone” © Massimo Lupo

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