GEOGRAFIA DEL LAVORO MINORILE

Oggi è la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile.
Nel mondo sono 215 milioni i bambini e gli adolescenti che lavorano.
La redazione di UCNews prova a raccontarlo.

Lo studio 
In occasione di questa giornata l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha pubblicato uno studio con un particolare focus sul lavoro domestico, attività che spesso si trasfoma in vera e propria schiavitù.
Dei 215 milioni di bambini lavoratori, 115 milioni svolgono lavori pericolosi, comprese le forme peggiori di lavoro minorile”, e sul fenomeno del lavoro domestico aggiunge “è largamente diffuso e in costante aumento: almeno 15,5 milioni di bambini, perlopiù femmine, sono vittime di questa forma nascosta di sfruttamento, che comporta spesso anche abusi, rischi per la salute e violenze”.

Dove nel mondo 
L’Unicef segnala che il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, “in quanto sottoprodotto della povertà, che contribuisce anche a riprodurre”. Il 60% risulta impiegato nell’agricoltura, il 7% nell’industria e il 26% nei servizi.
Che sia nelle miniere cambogiane, nelle piantagioni di tè in Zimbawe o nelle fabbriche di vetro in India, la condizione di sfruttamento “invisibile” continua.
Tra le peggiori forme rientra anche il lavoro di strada. Nelle periferie delle megalopoli mondiali i bambini cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. Solo a Dakar, capitale senegalese, sono 8.000 i bambini che vivono come mendicanti. A questo si aggiunge anche lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, che coinvolge un milione di bambini ogni anno tra sud-est asiatico, america latina e est europa.

Partire dai bambini
Understanding Children’s Work (UCW). Questo il nome del progetto di ricerca condotto da UNICEF, in collaborazione con l’ILO-IPEC e la Banca Mondiale per fare un quadro il più possibile completo della realtà del lavoro minorile nei Paesi in via di sviluppo.
Ma una volta fotografata la realtà, come agire? Per affrontare il problema e cercare di risolverlo, l’idea è stata quella di ascoltare per primi i protagonisti, i bambini lavoratori. Dare voce ai bambini vittime del lavoro, ascoltandone le storie e comprendendo le loro esigenze consente alle organizzazioni internazionali di capire meglio questo fenomeno complesso e migliorare gli interventi a loro favore.
Questo approccio, anche se a piccoli passi, si sta dimostrando vincente.

La dignità del lavoro 
Tra le varie iniziative e movimenti ricordiamo quello dei NAT’s (niños y adolescentes trabajadores).
Il Movimento dei Nats nasce negli anni ’70 per affrontare la questione dei bambini lavoratori e dei loro diritti in un modo nuovo. L’obiettivo dei bambini e adolescenti che fanno parte del movimento è lavorare, ma in condizioni degne ricordando che “non è il lavoro ad essere negativo in sé ma le condizioni in cui può essere svolto”. Per questa ragione “chiedono di poter esercitare liberamente tale diritto”. L’aspetto forse più importante è il cambiamento del concetto di lavoro. Lavorare non è più solo un modo per guadagnare e aiutare la famiglia, ma un vero e proprio strumento per “costruirsi un’identità sociale e individuale”.
Sulla base dell’organizzazione democratica e con il sostegno di altre associazioni e enti, il movimento costruisce anche servizi di supporto: sono nate così mense, biblioteche, scuole con orari flessibili e che consentono di praticare l’alternanza tra scuola e lavoro, case di accoglienza, assistenza e servizi sanitari, microimprese, percorsi di formazione per adulti e ragazzi e laboratori produttivi.

Il caso italiano
Non dobbiamo dimenticare che il lavoro minorile riguarda anche i paesi industrializzati.
Se consideriamo il nostro Paese, la ricerca condotta da Associazione Trentin e Save The Children ci dice che i lavoratori under 16 sono tanti, circa 260.000.
Si comincia a lavorare perché si smette di andare a scuola (l’Italia ha un tasso di abbandono scolastico pari al 18% contro una media europea del 12%) o per aiutare in famiglia. Ma in che settori? Principalmente nella ristorazione, come venditori ambulanti, commessi o in più in generale inserendosi nelle attività micro-familiari.
Non manca però chi fa un lavoro pericoloso: in cantiere. Sottopagato, con orari pesantissimi e gravi rischi per la salute.

Per il futuro sarà certamente importante cercare di implementare in maniera capillare programmi e direttive delle grandi organizzazioni mondiali ma forse la sfida più grande sarà quella come ha sottolineato oggi Giacomo Guerrera, Presidente dell’Unicef, di “intervenire per spezzare il circolo vizioso povertà-lavoro minorile-ignoranza-povertà”.
Bambini senza istruzione saranno quasi certamente anche lavoratori sottopagati e incapaci di far valere i propri diritti.
È arrivato proprio il momento di spezzare le catene dello sfruttamento.

di Stefania Mancuso

In copertina: un bambino a Louangphabang, in Laos © duhangst

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