UNA PROFESSIONISTA POLIEDRICA

“La scienza che studia il rapporto tra uomo e ambiente deve essere considerata, a tutti gli effetti, indispensabile per il miglioramento della qualità di vita”. Laura Sinagra Brisca è fermamente convinta della sua scelta e del suo percorso formativo: diventare, e soprattutto essere, una geografa; professionista poliedrica, curiosa, eclettica, capace di individuare nello spazio/territorio i caratteri e le modalità di relazione tra uomo e ambiente. Nonostante la natura indefinita della disciplina – che sia umana, culturale, politico economica, la geografia non può avere un netto campo d’indagine con competenze esclusive – e la consapevolezza della scarsa fiducia che gli organi statali ripongono nei geografi, Laura Sinagra è convinta dell’apporto insostituibile del proprio profilo professionale. Il geografo, capace di dialogare con architetti, ingegneri, urbanisti, politici, legislatori, economisti, antropologi e sociologi, è l’interlocutore privilegiato, il professionista che, senza perdere d’occhio né la visione di insieme né l’obiettivo di rendere le nostre città dei luoghi quanto più possibile in sintonia con l’ambiente, può rendere la nostra vita sempre più ecologicamente sostenibile.

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Indubbiamente si tratta di una persona d’ampie vedute, in grado di cogliere molteplici aspetti della realtà che lo circonda. Nella mia concezione il geografo è un individuo poliedrico, capace di individuare nello spazio/territorio i caratteri e le modalità di relazione tra uomo e ambiente. La natura “olistica” della disciplina gli permette di osservare il territorio da varie prospettive. Analizza e rielabora i rapporti che intercorrono sia tra ambiente e società sia tra le diverse società territorializzate in un’ottica transcalare che non trascuri né il locale né il globale.

Lei si rivede in questo profilo?
Si, devo dire che mi rivedo in questa definizione. Sono una persona molto curiosa, eclettica e forse per questo ho scelto di avvicinarmi alla Geografia ed appassionarmici così tanto. Ho iniziato specializzandomi in Cooperazione allo Sviluppo, poi ho scoperto la passione per la geografia. Dopo alcune esperienze di in Africa mi sono appassionata con curiosità alla disciplina seguendo, nel “Parco Naturale di Mangrovie del fiume Cacheu” in Guinea Bissau, un progetto di gestione delle risorse ambientali. Credevo e credo che la geografia fornisca dei metodi di analisi di contesto utili ad evitare i fallimenti o le famose “cattedrali nel deserto” create da progetti poco attenti alle peculiarità del territorio dove vengono implementati.

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
Sono consapevole di aver fatto una scelta poco “professionalizzante”. Purtroppo in Italia l’apporto che la disciplina può offrire – ad esempio nell’amministrazione pubblica, nella gestione territoriale e paesaggistica, nelle politiche territoriali, in cooperazione internazionale – non è né considerato né tanto meno richiesto. Penso che la geografia, nell’era del tecnicismo e della specializzazione, si trovi in svantaggio per sua natura: che sia umana, culturale, politico-economica la nostra professione non può definire, o non ha mai voluto veramente definire, un netto campo d’indagine o stabilire dei campi di esclusiva competenza. Penso anche che ci sia anche la responsabilità della comunità scientifica italiana che non è riuscita a far capire alla società civile quale apporto i geografi possano dare al miglioramento della qualità della vita, di tutti.


Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
Ritengo che il geografo possa ricoprire un ruolo importante nella pianificazione territoriale. Può fungere da coordinatore e collante tra le varie figure specialistiche. Il geografo per la sua preparazione multidisciplinare è in grado di dialogare con gli specialisti – architetti, ingegneri, urbanisti, politici, legislatori, economisti, antropologi e sociologi – senza perdere d’occhio né la visione di insieme né l’obiettivo di rendere le nostre città dei luoghi quanto più possibile in sintonia con l’ambiente e quanto più virtuose da un punto di vista energetico in armonia con l’ambizione di essere sempre più ecologicamente sostenibili.
Essendo la scienza che studia il rapporto tra uomo e ambiente la geografia deve essere considerata, a tutti gli effetti, indispensabile per il miglioramento della qualità di vita, nei centri urbani e non solo.

Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
Ai “non addetti ai lavori” vorrei far capire che il campo d’interesse di chi studia o s’interessa di geografia è così vasto da non poter essere delimitato da confini netti. Per esempio, recentemente mi sto interessando al tema dell’acqua e alle modalità di gestione integrata e della sua natura di bene comune. Eppure ho iniziato con un’attività di lavoro e ricerca in Africa, poi mi sono dedicata al “Parco Naturale di Mangrovie del fiume Cacheu” in Guinea Bissau, lavoro che mi ha permesso di vedere da vicino come vengono gestite risorse ambientali nell’ottica di garantire la mediazione dei conflitti ambientali esistenti nell’area protetta. Con la massima fiducia negli strumenti che la disciplina mi ha messo a disposizione, ho scelto di specializzarmi in Geografia per la cooperazione internazionale iscrivendomi alla Laurea Magistrale dell’Università degli Studi di Torino, dove a Luglio 2012 mi sono laureata.
Al momento le mie esperienze professionali sono ancora poche e mi auguro di trovare una concreta opportunità per applicare le conoscenze acquisite in questi anni. Ciò nonostante sono varie le esperienze di ricerca applicata che ho già intrapreso: geografia culturale, umana e politica economica. Nel 2010 ho portato avanti ricerche nel campo dell’agricoltura biologica, della filiera corta e della agro-ecologia in Italia. Nel 2011 ho compiuto una ricerca in Senegal. Grazie a fondi di ricerca CISAO (Centro Studi Interdisciplinari sull’Africa Occidentale) e l’ONG Cisv ho studiato e analizzato, da un punto di vista sia geografico ma anche politologico, l’integrazione tra medicina tradizionale africana e medicina convenzionale (occidentale). In particolare ho osservato gli itinerari terapeutici delle popolazioni locali e la propensione da parte degli operatori sanitari (ufficiali e tradizionali) alla collaborazione.

Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
Mi piacerebbe poter constatare un cambiamento alla base. Spero che l’amministrazione pubblica italiana, a tutti i livelli di scale territoriali, impari a riconoscere il ruolo della geografia nella pianificazione e nella governance territoriale. Mi piacerebbe che si ritenesse la professione del geografo utile sia allo Stato sia, e soprattutto, alla società civile e alle aziende. Confido che in futuro la geografia venga rivalutata e valorizzata nei curriculum scolastici e non denigrata e quasi “spazzata via” come succede attualmente.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
Devo ammettere che ormai sono io ad anticipare le domande imbarazzanti. Appena mi chiedono in cosa io sia laureata, esordisco dicendo: “studio una materia in via d’estinzione: si chiama geografia”. Ormai dopo anni che affronto la questione non mi sorprende più sapere quanta scarsa conoscenza ci sia sulla geografia e quali siano i suoi campi di interesse e applicazione.

La capitale dell’Oman?
Non lo so. Ed evito di chiedere a Google. So che lui, di “geografia”, sà tutto.

di Monica Di Maio 

In copertina: Turisti per caso-Guinea Bissau – http://is.gd/peR5AB, nell’articolo: Laura Sinagra Brisca (c) Ludovica Basso

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