POZZANGHERA DI SCIENZA

Quello del geografo è un profilo professionale particolare. Spesso esclusivamente identificato come il modello perfetto per “insegnante di scuola” può rivelarsi prezioso anche nella pianificazione e nella progettazione urbana. Abbiamo chiesto al Professor Andrea Minidio del Liceo Angelo Frattini di Varese di parlarci del geografo di oggi e del suo ruolo nella società, lasciandoci stupire con un nuovo metodo per scoprire, o meglio origliare, il paesaggio che ci circonda.

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Domanda molto difficile, questa. Il geografo è un cultore di una materia con un antichissimo retaggio accademico, scientifico e culturale, ma dal confuso profilo. Infatti, la disciplina conduce a una preparazione assai “generalista” e pertanto poco in sintonia con le istanze della “specializzazione” che costituisce oggi il paradigma vincente tanto in campo accademico quanto in quello professionale.
Lei si rivede in questo profilo?
Certamente anch’io ricado pienamente in questo profilo “generalista”. Per usare una metafora scherzosa il buon geografo solitamente non è un profondo pozzo di scienza, ma una estesissima pozzanghera di scienza.
Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
La cultura “generalista” che privilegia la sintesi e la visione di insieme risulta poco privilegiante in un momento storico in cui si richiede la massima specializzazione in un ristretto campo di conoscenza.
Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
Parlare di pianificazione del territorio e progettazione urbana imporrebbe la capacità di leggere ed interpretare insiemi complessi. Sarebbe interessante indagare quanto i geografi possano contribuire ad una migliore gestione del territorio e del paesaggio. Vorrei portare all’attenzione del pubblico un tema di cui nella cronaca attuale si discute in modo disordinato e scomposto: la ridefinizione del quadro amministrativo del territorio. Si è parlato recentemente dell’abolizione delle Provincie e dei piccoli comuni. Sarebbe quanto mai opportuno aprire un dibattito, che va costruito su solide basi culturali, per giungere a una definizione della questione. Nel 1861 le province italiane erano 59, nel 2004 risultavano essere 110; da un semplice dato numerico emerge quanto variabile e mutevole possa essere il profilo di questo istituto amministrativo. Eppure, una riflessione sulla definizione dei confini geografici più opportuni, sul peso demografico ideale, sul valore storico e culturale delle province non può non avvalersi del contributo dei geografi. Ecco che, per l’ennesima volta, constatiamo che la prassi e la decisione politica ed amministrativa continua a prescindere dalla riflessione di ordine scientifico e culturale.
Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave della sua ricerca sul paesaggio sonoro?
Il paesaggio si conosce attraverso i sensi. Il paesaggio non coincide con una mappa geografica, né con un suddivisione amministrativa del territorio. Il paesaggio è una porzione di territorio così come noi la percepiamo. Ebbene, noi non percepiamo solo con la vista, sebbene questo sia il senso cui abitualmente concentriamo il massimo dell’attenzione (per ragioni soprattutto culturali e pedagogiche). Basterebbe quindi por mente al fatto che i non-vedenti percepiscono i paesaggi secondo una fenomenologia percettiva completamente differente da quella ritenuta “normale” per sollevare una domanda: cosa succede quando il paesaggio lo ascoltiamo? Come lo conosceremmo? Come lo interpreteremmo? Come lo valuteremmo? Come lo vorremmo? Come capiremmo? Gli studi sul paesaggio sonoro tentano di dare qualche risposta a queste e altre domande.
Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
Più di una: “Ma a cosa serve la geografia?” “Non pensavo nemmeno si insegnasse ancora all’università: non è una materia che si insegna solo alle elementari e alle medie?” “Sei anche tu triste e noioso come il geografo del piccolo principe?”
La capitale dell’Uzbekistan?
Tashkent, ovviamente. Un buon geografo coltiva una qualche nevrosi. Io fin da piccolo debbo ricordare a memoria tutte le capitali del mondo.

di Monica di Maio 

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