LA GEOGRAFIA? UNA QUESTIONE DI SGUARDI

Una “questione di sguardi”, questa è la geografia per Alfio Sironi, insegnante appassionato che tenta di accompagnare gli studenti a comprendere cos’è e come si adotta uno sguardo geografico, dando loro stimoli e strumenti per imparare a non accontentarsi delle spiegazioni facili. Anche solo leggendo le sue parole si “sente” l’importanza di “una disciplina del dialogo, tra saperi e punti di vista diversi, la continua ricerca di punti di vista da connettere e confrontare. Il vecchio e il nuovo, il lontano e il vicino, uno sguardo capace di cogliere la complessità del presente e di farci capire perché le cose vanno in un certo senso”. Sironi, geografo consapevole del reale valore della disciplina, sottolinea e contestualizza il suo potere rivoluzionario: “ridare la possibilità di guardare il mondo al di fuori della prospettiva totalizzante del mercato, in un mondo che riconosce la diversità come possibile fonte di valori altri”. Pur sapendo che nel periodo contemporaneo, che si accontenta dei cliché, l’esigenza di interrogasi sui cambiamenti del presente e sul perché di queste trasformazioni non viene avvertita, continua a credere – e a insegnare – giorno dopo giorno, nella necessità dell’imparare a guardare con gli occhi del geografo perché per “capire come muoverci in questo mondo, dobbiamo capire cosa succede attorno a noi”.

1. Chi è il geografo oggi e cosa fa?
La materia è vasta e gli itinerari di ricerca sono sterminati. Difficile dire chi sia o cosa faccia il geografo. Personalmente, prima che un mestiere, penso sia una “questione di sguardi”, citando Paola Turci (impropriamente). Lo sguardo geografico ricerca continuamente punti di vista da connettere e confrontare. Il vecchio e il nuovo, il lontano e il vicino, uno sguardo capace di cogliere la complessità del presente e di farci capire perché le cose vanno in un certo senso. Si tratta di una disciplina del dialogo, tra saperi e punti di vista diversi. Sapere da che parte si è orientati significa sapere da dove si viene e dove si è diretti. Quando la direzione ci è nota possiamo scegliere se è quella che fa per noi o possiamo rinunciarvi e cambiare strada. Oggi credo che il compito della geografia sia rivoluzionario, quello di evidenziare i guasti del modello socioeconomico presente (guasti che si vedono meglio con uno sguardo ampio sul mondo). Un modello che ha prodotto disparità incredibili e omologazione di pensiero, ormai schiacciato verso la banalizzazione di ogni categoria. La geografia, insieme alle altre grandi discipline umanistiche, può ridare la possibilità di guardare il mondo al di fuori della prospettiva totalizzante del mercato. Come qualcuno disse alla House of Commons di Londra nel 1879: lo studio della geografia porta invariabilmente alla rivoluzione.

2. Lei si rivede in questo profilo?
Io faccio l’insegnante, tento di accompagnare ogni giorno i miei studenti a comprendere cos’è e come si adotta uno sguardo geografico. Cerco di dare loro stimoli e strumenti per portarli a non accontentarsi delle spiegazioni facili, fissare alcuni principi: contestualizzare, confrontare, cambiare punto di vista, rivedere criticamente i fenomeni del presente, andare a verificare coi propri occhi. Queste sono le competenze che dovrebbe sviluppare l’insegnamento della geografia. La scelta di marginalizzare la materia all’interno della scuola secondaria di secondo grado è indicativo di un’idea di scuola che desidera il pensiero unico. Io credo che la scuola che prepara alla società (o peggio al mondo del lavoro) non sia di per sé un bene, specie quando il modello sociale produce ineguagliabili disparità, si regge sull’uso insostenibile delle risorse, sull’annacquamento delle diversità culturali o su un loro uso strumentale. Le prerogative del mondo del lavoro e quelle della scuola sono diverse, devono essere diverse, altrimenti non avanzeremo mai, neanche di un passo. La scuola deve educare a ripensare criticamente il presente e quindi a fare ipotesi di società diversa. La geografia in tal senso potrebbe avere un ruolo importante. Il fatto di affidarla ai colleghi senza competenze specifiche (oggi, ad esempio, la geografia economica può essere insegnata da colleghi di biologia!) e di spostarla alle prime classi della scuola superiore è un silenzioso tentativo di ridurre il portato critico della materia. La parte più importante e, soprattutto, quella che fa meno comodo.

3. Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
La geografia serve a un mondo che riconosce la diversità come possibile fonte di valori altri, che coglie i cambiamenti del presente e si chiede il perché di queste trasformazioni. Se questa esigenza non viene avvertita, se la curiosità è azzerata, se ci si accontenta dei cliché – che in fondo sono comodi per tutti – dei geografi non si sa che cosa farsene.
Faccio due esempi. Quando parto oggi per un viaggio, in Africa, in Asia, i miei studenti spesso mi dicono “che figata, chissà che storia!”. Con un’esaltazione cialtronesca che non è colpa loro, ma è figlia di una visione turistica e banalizzante: l’idea occidentale del “Luna Park globale”. Altrove è sempre meglio di qui. Si finisce per essere barche senza porto e senza punti di riferimento. Andare tanto per andare, senza capire alcunché. Andare in Africa come fare un safari a Gardaland. Non c’è l’idea del viaggio come strumento di scoperta, una scoperta che può essere anche angosciante e dolorosa, quando ci si dirige nelle “periferie” del mondo. Ecco quindi che nell’epoca dell’annullamento delle distanze fisiche, grazie alla tecnologia, subentrano distanze culturali, diseducazione ai luoghi e all’altro che creano steccati fisici e soprattutto mentali.
Secondo esempio. In piazza a Milano ho visto striscioni con scritto “stop invasione”. Se i manifestanti avessero letto un qualsiasi rapporto sulle migrazioni negli ultimi anni saprebbero che non c’è nessuna emergenza. Ci troviamo davanti a un fenomeno quarantennale, da quando nel 1974 l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione in Paese di immigrazione. L’unica emergenza è la costante impreparazione davanti a questo inevitabile fenomeno sociale. Questa mancata assunzione di responsabilità, insieme all’assenza di una politica europea unitaria, ha finito per rendere flussi non diversi da quelli di altri Paesi situazioni emergenziali. Il nostro territorio è da sempre crocevia di popoli lontani e diversi, è un Paese che in un secolo ha prodotto la migrazione di 29 milioni di persone (metà della nostra popolazione attuale), è una penisola che, citando Erri de Luca, si stende come un braccio teso in mezzo al Mediterraneo, e solo ignorando la storia e la geografia continua a garantire 13.000 posti per l’accoglienza, quando, secondo i dati, ne servirebbero 200.000. In questo clima culturale faccio fatica a vedere una richiesta di geografi e geografia. Si preferisce non guardare. Proprio nel momento, tra l’altro, in cui ne avremmo più bisogno.

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Alfio Sironi

4. Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
La visione ampia, olistica, integrata, dialogica. Siamo nell’era della mitizzazione delle competenze tecniche. Ma i progetti che facciamo sono sempre progetti non fini a sé stessi, sono progetti per le persone e le comunità. La geografia, che dovrebbe essere parte del corredo umanistico di ogni gruppo dirigente, dovrebbe servire a legare sempre insieme persone e luoghi, a contestualizzare.
In questi anni, ad esempio, tanti amici impegnati nella cooperazione internazionale mi raccontano di progetti di sostegno allo sviluppo nelle periferie del mondo, nei paesi più poveri, che non solo sono poco utili, ma che – senza comprendere il contesto, senza avere alle spalle un solido studio della situazione, non solo in termini di fattibilità tecnico economica, ma anche socioculturale – finiscono per risultare dannosi. Senza arrivare agli ippopotami dello Zambia raccontati da Sirolli. Questo succede perché non ci sono strumenti culturali e nemmeno tempi e spazi di riflessione e confronto per valutare – in termini non occidentali – le effettive ricadute positive delle iniziative che si vogliono intraprendere.

5. Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
Oltre all’insegnamento che, nonostante i limiti del sistema, tento di portare avanti con lo spirito di cui ho parlato sopra, credo sia ora di uscire dalle scuole e dalle università e riprendere quel lavoro culturale diffuso che è l’unica arma che abbiamo per ricostruire cittadinanza. In Italia, terra di bellezze tra le più alte e diverse, in particolare abbiamo bisogno di tornare a guardare il nostro paesaggio con consapevolezza. Serve un grande lavoro per ripensare al nostro modo di vivere il tempo, lo spazio e quindi le relazioni.
Questo è il cuore di ogni attività. Dobbiamo ricominciare dalla dimensione del vicino, nelle associazioni, nella politica locale, dove la nostra azione personale può contare qualcosa, senza perdere di vista l’orizzonte lontano, quel che avviene nel mondo. In questo momento non si può prescindere dai contesti più ampi, perché impattano, che noi lo si voglia o no, anche sulle nostre vite. Per capire come muoverci oggi in questo posto dobbiamo capire cosa succede attorno a noi.

6. Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
I tempi cambiano sempre più velocemente, le relazioni, i confini. Le categorie sono in discussione, tutte. Ci sono grandi tensioni generate dai movimenti delle grandi potenze sulla scena internazionale. Io credo che ci si potrà accontentare ancora per poco delle categorie semplicistiche, di stereotipi. Oggi l’Italia e tanti altri paesi nel mondo vedono cambiare il loro status e infatti la parola geografia viene invocata sempre più spesso (basti pensare alle tracce proposte dal Ministero negli esami di maturità degli ultimi anni). Forse sarà la discesa lungo cui apriremo gli occhi. Allora vedremo largo l’orizzonte e avremo un gran bisogno di strumenti per orientarci, vorremo capirci qualcosa. Speriamo non sia troppo tardi.

7. Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
Ad un collegio docenti di inizio anno, un paio di anni fa, una collega di scienze a cui erano state affidate anche diverse ore di geografia con tono schifato mi chiese: “ma a cosa serve questa materia qui? Mi sembra tutto molto superficiale”. Ovviamente, ci sono tanti colleghi di scienze che hanno saputo comprendere la materia e proporre programmi di geografia di tutta dignità. Certo è che confondere una disciplina ampia e dialogica con una disciplina superficiale non è colpa della materia, ma dell’assenza degli strumenti culturali utili ad insegnarla. L’ultima cosa di cui hanno bisogno i ragazzi è qualcuno che gli legga acriticamente le pagine di un qualsiasi testo di geografia, e così di storia, di diritto, ecc… La pagina è lettera morta se non viene continuamente collocata dentro ad un orizzonte di senso, se non vengono ricondotti i concetti alla realtà, alla realtà che impatta sulle nostre vite.

8. La capitale del Suriname?
Paramaribo. Purtroppo quella localizzativa è ancora la dimensione a cui la geografia viene associata e ridotta più spesso. Del resto cresciuti a pane e quiz non si può pretendere molto di più. Un buon lavoro didattico deve partire e non può prescindere dagli aspetti localizzativi, sono prerequisiti per il resto del percorso, certo, ma deve mirare ad altro, possibilmente in alto.

 di Monica Di Maio 

In copertina: Suriname © IG inK

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