GEOGRAFIA: SCIENZA DELLA COMPLESSITÀ

Silvia Aru è una professionista della “Scienza della complessità”, come la definisce lei stessa: “la geografia permette, grazie all’analisi della complessità territoriale, di cogliere e integrare elementi che spesso altri specialisti indagano nella loro singolarità, tutto grazie alla capacità di integrare nozioni e competenze”. Laureata in Geografia umana e organizzazione del territorio all’Università di Firenze, dopo il dottorato ha continuato con la ricerca senza trascurare opportunità di lavoro come consulente per alcuni enti. Ed è proprio grazie a queste esperienze che Silvia Aru può dirsi sempre più convinta del ruolo fondamentale del geografo nell’ambito della pianificazione territoriale e urbana. Ben consapevole che in un mondo in cui alla disciplina viene attribuito il compito di localizzare i fenomeni nello spazio basta la diffusione di google earth e degli smartphone per decretare la morte della disciplina e dell’utilità del professionista in materia, Silvia non demorde e sottolinea i punti di forza del suo lavoro:“ho fatto ricorso all’indagine empirica (quantitativa e qualitativa) e all’elaborazione elettronica dei dati ma, non mi stanco mai di ribadirlo, il primo punto di forza risiede sempre nella capacità di adottare un approccio territorialista, da vero geografo”.

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
La prima cosa che mi viene in mente è un estratto del geografo-esploratore del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry:

«Che cos’ è un geografo?»
«È un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti».
… «È molto bello il vostro pianeta. Ci sono degli oceani?».
«Non lo posso sapere», disse il geografo.
«Ah! (il Piccolo Principe fu deluso) E delle montagne?»
«Non lo posso sapere», disse il geografo. «E delle città, fiumi e deserti?»
«Non lo posso sapere», disse il geografo.
«Ma siete un geografo!»

Silvia Aru, geografa

Silvia Aru, geografa

A differenza sua, però, un geografo è prima di tutto uno scienziato sociale che studia i processi fisici, economici, sociali e culturali, senza tralasciare le loro implicazioni e ricadute territoriali. Il geografo, guardando al dove, non parla semplicemente della localizzazione degli oggetti e dei fenomeni nello spazio. Partendo dal dove, si spinge subito verso i “perché?” e gli “in che modo?” interrogandosi sul ruolo da essi giocato nella creazione di specifiche territorialità (rapporto uomo/ambiente). Scienza della complessità, dunque, più che della sintesi, la geografia è una disciplina che indaga i fenomeni nelle loro connessioni multi scalari. L’analisi della complessità territoriale permette ai geografi di cogliere e integrare nell’osservazione elementi che spesso altri specialisti indagano nella loro singolarità. La “scatola degli attrezzi” – le conoscenze geografiche – permettono di spendere le proprie competenze in vari ambiti (anche in base alle specializzazioni post-laurea scelte dal singolo). Nello specifico nell’ambito della consulenza ad enti locali, pubbliche amministrazioni ecc. per l’elaborazione e la realizzazione di specifici progetti di sviluppo, progetti di gestione ambientale e paesaggistica, della consulenza nel campo della gestione e fruizione dei beni culturali territoriali, nella produzione cartografica tradizionale e GIS, ma anche nell’ambito della ricerca accademica o della didattica.

Lei si rivede in questo profilo?
Certamente. Sono laureata in Geografia umana e organizzazione del territorio all’Università di Firenze. E gli obiettivi formativi sono proprio le competenze che ho ricordato poco fa. Dopo il dottorato (sempre in geografia) ho continuato con la ricerca accademica e ho avuto la possibilità di lavorare come consulente per alcuni enti.
Ad una prima occhiata sembra che scegliendo di continuare con le specializzazioni e la ricerca io non abbia mostrato “molta originalità” rispetto alle statistiche.

Mi riferisco ai risultati di uno studio condotto da alcuni colleghi di Roma dell’Associazione Geografica per l’Ambiente e il Territorio-AGAT (vedi il sito), nell’ambito dell’Osservatorio delle Professioni Geografiche (OPG) da loro creato. Secondo i risultati dell’OPG (2012) terminata la laurea specialistica in geografia, il 61% dei laureati non ha mai svolto un lavoro attinente al corso di laurea e dichiarano di essere alla ricerca di un’occupazione geografica, il 22% ha svolto, o sta svolgendo, un lavoro geografico con un contratto/assegno a tempo determinato (da uno a 12 mesi) e soltanto il 17% dei laureati ha trovato un’ “occupazione geografica” a tempo indeterminato. Insomma, attualmente faccio parte del 22% e spero di andare a rimpolpare presto il 17% rappresentato dagli occupati stabili in professioni rivolte all’analisi territoriale.

Gabon

Gabon

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
I motivi sono vari, ma tutti in qualche modo riconducibili allo scarso valore troppo spesso assegnato alla disciplina geografica e alla sua, altrettanto scarsa, visibilità rispetto ad altri saperi. In un mondo in cui viene spesso attribuito alla geografia il compito primo di localizzare i fenomeni nello spazio basta la diffusione di google earth e degli smartphone per decretare la morte della disciplina e dell’utilità del geografo. Ipoteticamente tutti, attraverso questi strumenti, possono essere geografi.
Meglio ancora, grazie a certi strumenti non è più necessario imparare un sapere che si ritiene a portata di click. Per lungo tempo, almeno in Italia e nelle scuole dell’obbligo, la disciplina ha coinciso infatti con uno studio di tipo mnemonico (alla stregua di quanto ci ricorda il dialogo del Piccolo Principe), non sempre accompagnato dalla problematizzazione dei fenomeni. A mio parere si tratta di un cane che si morde la coda, di una situazione in cui è difficile capire – tra lo scarso valore assegnato e la scarsa visibilità della disciplina e della professione geografiche – quale sia la causa e quale la conseguenza. Probabilmente si tratta di concause all’interno del processo di “scomparsa” della disciplina e dunque della professione.

Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?

La domanda giunge “a pennello” visto che il progetto di ricerca su cui lavoro è proprio sul tema smart city. Quindi cercherò di partire da qui, da quello che come geografi stiamo facendo a riguardo. L’assegno è parte di un progetto più ampio portato avanti dal centro interdisciplinare EU-POLIS (del Politecnico di Torino), costituito in buona parte da geografi. Nel caso specifico di questa ricerca si è analizzato (anche criticamente) il “modello” della smart city, la relazione tra il diffondersi di questo modello di “policy urbana” e la crisi che stiamo attraversando, cercando di valutare, contemporaneamente, alcune possibili ricadute territoriali delle scelte pianificatorie targate smart. Il rapporto di ricerca – per chi volesse capire ancora meglio quale ruolo geografi e scienziati sociali possano avere nella pianificazione e nella progettazione della Smart City – è disponibile sul sito web di EU-POLIS.
Naturalmente, in termini più generali, posso rispondere riallacciandomi a quanto detto prima: il geografo può avere un ruolo fondamentale nell’ambito della pianificazione territoriale (e dunque anche urbana) proprio grazie alla sua capacità di integrare nozioni e competenze che troppo spesso vengono scorporate in più figure professionali.

Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
A livello metodologico direi che tra i punti di forza dei miei lavori c’è il fatto di aver (quasi) sempre fatto ricorso all’indagine empirica (quantitativa e qualitativa) e (quando utile) all’elaborazione elettronica dei dati. A livello analitico, non mi stanco mai di ribadirlo, il primo punto di forza dei nostri lavori risiede proprio nella capacità di adottare un approccio territorialista.

Gabon

Gabon

Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
Aspettative tante, proprio per le potenzialità disciplinari, speranze, putroppo qualcuna meno. In un contesto in cui la fanno da padroni i tagli dei finanziamenti alla scuola e alla ricerca, si sta profilando una vera e propria “lotta disciplinare e professionale” per l’accaparramento delle scarse risorse disponibili. Emerge il problema della forza di alcune lobby professionali e i geografi risultano spesso molto deboli. Qualcuno, tempo fa, ha parlato dell’ipotesi di creare un albo dei geografi. Personalmente abolirei la maggior parte degli albi esistenti, quindi non so se ne creerei altri ex novo. Ciò che mi auguro è che sia il lavoro dei geografi e delle geografe a fornire e garantire nel tempo maggiore visibilità e valore alla geografia, piuttosto che un albo strutturato e pensato come tale.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
La capitale del Gabon?…scherzo!No, me ne hanno fatto una più strana. Mi hanno chiesto se il “Geografo umano” fosse un laureato in medicina con una qualche particolare specializzazione (che, evidentemente, sfuggiva al mio interlocutore). Credevo che la domanda fosse ironica invece ho dovuto constatare che, ahimè, era seria.

La capitale del Gabon?
Libreville. Ammetto di aver controllato per sicurezza. Odio deludere i miei interlocutori sul mio “profilo geografico” scolasticamente inteso!

di Monica Di Maio

In copertina e nel testo: immagini del Gabon © Huguesn

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