GEOGRAFI: PIANIFICATORI DEL MONDO

Giacomo Pettenati ha le idee chiare: la geografia è molto più che una professione. È un modo di guardare al mondo che permette di sviluppare uno spirito critico, è una disciplina che insegna a mettere in discussione anche “le verità spacciate come assolute, cercando di capire davvero come funzionano le cose, a partire da un’osservazione attenta e critica”. Consapevole del fatto che in Italia la qualifica solo raramente sia riconosciuta come un valore aggiunto, Pettenati continua a spronare i geografi, e chiunque sia incuriosito dalle molteplici competenze correlate alla disciplina, a credere nel futuro. E lo fa raccontando che basterebbe riflettere attentamente sul fatto che, già nel 1879, alla Camera dei Comuni britannica un consigliere del Ministro dell’Istruzione disse “(…) Geography invariably leads to revolution”.
Pettenati, in procinto di concludere un dottorato di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale, sottolinea poi le responsabilità, “di istituzioni e aziende, che non hanno un quadro completo delle competenze a disposizione tra i giovani laureati, ma anche degli stessi geografi, che non sono stati in grado di comunicare l’importanza della disciplina e di rivestire ruoli di primo piano nel mondo intellettuale e scientifico italiano”. Non smette, però, di provare ad avere fiducia, anche nello sviluppo delle smart cities, realizzabili al fianco dei geografi “in grado di offrire un contributo reale alla pianificazione di città e territori nei quali innovazione e sostenibilità siano due facce della stessa medaglia”.

1. Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Perché, esistono ancora i geografi? Di solito questa è la prima reazione da parte delle persone alle quali cerco di spiegare la mia particolare qualifica. A parte gli scherzi, per rispondere a questa domanda è necessario fare una distinzione. Ci sono i laureati in geografia, ovvero coloro che si sono laureati in un corso appartenente alle attuali classi di laurea L-6 e LM-80, o ai loro equivalenti pre-riforme. Purtroppo, però, solo pochi laureati possono essere geografi e mettere in pratica nella propria vita lavorativa quello che hanno studiato. Eppure nel mondo professionale sono moltissimi i campi nei quali la competenza geografica potrebbe essere spesa con successo: pianificazione e gestione del territorio, produzione ed analisi cartografica, consulenze strategiche politiche ed aziendali, analisi sociale ed economica, gestione dei conflitti, e così via. La geografia infatti è una disciplina molto variegata, che offre ad ognuno la possibilità di ritagliarsi un percorso personale, in base ai propri interessi. Quello che accomuna i diversi geografi e li distingue da altri ricercatori e professionisti, è la capacità di interpretare la realtà con una prospettiva spaziale, che metta in relazione i fenomeni sociali, economici, culturali o politici con il loro concreto manifestarsi in un dato momento e in un dato luogo, il quale si trova sempre in relazione con altri luoghi, vicini e lontani. Questa volontà di contestualizzare i fenomeni che vengono osservati, interpretandoli come parti di reti di diversa estensione e come sempre collegati con altri fenomeni ed altri luoghi, è la base dello sguardo critico del geografo. Il punto di forza della disciplina è che mette sempre in discussione le verità “spacciate” come assolute, cercando di capire davvero come funziona il mondo, a partire da un’osservazione attenta e critica. Mi ha colpito molto una frase che ho letto, pronunciata nel 1879 alla Camera dei Comuni britannica. Parlando delle discipline da insegnare nelle scuole dell’Impero, un consigliere del Ministro dell’Istruzione disse: “Geography, sir, is ruinous in its effects on the lower classes. Reading, writing, and arithmetic are comparatively safe, but geography invariably leads to revolution.”

2. Lei si rivede in questo profilo?
Io ho una laurea in geografia, sia triennale che specialistica, quindi posso dire di essere un geografo a tutti gli effetti! Inoltre ho la fortuna, almeno per ora, di poter mettere a frutto lo sguardo critico che spero di avere acquisito dalla mia formazione geografica nel mondo della ricerca e dell’insegnamento universitario.

3. Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
A differenza di quanto accade in paesi come la Francia, l’Inghilterra o gli Stati Uniti, in Italia la qualifica di geografo solo raramente viene riconosciuta come un valore aggiunto professionale. Molti concorsi pubblici che assegnano posti di lavoro assolutamente adatti alle competenze dei geografi, per esempio nelle aree protette, non contemplano nemmeno la laurea in geografia come requisito per partecipare al concorso. A mio parere le responsabilità di questa situazione vanno condivise tra istituzioni e aziende, che non hanno un quadro completo delle competenze a disposizione tra i giovani laureati, ma anche tra gli stessi geografi, che finora non sono stati in grado di comunicare l’importanza della nostra disciplina e di rivestire ruoli di primo piano nel mondo intellettuale e scientifico italiano, come avviene in altri paesi d’Europa e del mondo.

Giacomo Pettenati

Giacomo Pettenati

4. Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
I geografi possono offrire un contributo fondamentale alla pianificazione del territorio, soprattutto grazie alla capacità di osservare il territorio con uno sguardo critico, interdisciplinare e multi scalare, requisito fondamentale per impostare una pianificazione strategica realmente ancorata alle esigenze dei territori. La vicinanza tra geografia e pianificazione è dimostrata dal fatto che in molte università del mondo, tra cui il Politecnico di Torino (dove lavoro attualmente), la geografia e la pianificazione del territorio sono discipline insegnate e praticate all’interno dello stesso dipartimento. Molti piani territoriali, anche in Italia, vengono realizzati anche con il contributo dei geografi, ma sicuramente da questo punto di vista, si potrebbe fare di più. Quanto alle smart cities, credo che il compito della geografia sia quello di distaccarsi dalle facili retoriche che accompagnano il concetto oggi molto di moda, cercando di offrire un contributo reale alla pianificazione di città e territori nei quali innovazione e sostenibilità siano due facce della stessa medaglia.

5. Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
Al momento sto terminando un dottorato di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale, nell’ambito del quale mi occupo di gestione dei siti UNESCO. Sempre nell’ambito della ricerca accademica mi occupo di inoltre di sviluppo del territorio rurale e in particolare montano. Sono anche attivo nell’associazione Dislivelli, che è nata a Torino, unendo geografi, antropologi, pianificatori e giornalisti, con l’obiettivo di promuovere ricerche e progetti di comunicazione che trasmettano un’immagine delle montagne contemporanee diversa dai luoghi comuni che si trovano solitamente sui mass media.

6. Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
Al momento non sono molto ottimista. Nella società in cui viviamo, nella quale le connessioni tra luoghi, anche lontani, sono sempre più fitte, intricate e complesse, ci sarebbe davvero molto bisogno di geografi di professione. Purtroppo però, almeno in Italia, la nostra disciplina tende ad essere ancora più marginalizzata, come dimostrano i tagli alle ore di insegnamento della geografia nelle scuole. Noi però non ci arrendiamo e cerchiamo di fare capire, anche al di fuori delle università, l’importanza della geografia e dell’approccio geografico, sperando che in un futuro non troppo lontano la situazione migliori. Come disse il geografo francese Armand Fremont: “i geografi si sporcano volentieri i piedi di fango”.

7. Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
Oltre alle solite domande sulle capitali di stati assurdi, mi capita spesso che la geografia venga confusa con la geologia e che mi vengano chieste informazioni su rocce e vulcani alle quali, nonostante un esame di geografia fisica dato alla triennale, non so proprio rispondere.

8. La capitale della República de Honduras?
Ecco, appunto. Tegucigalpa. Giuro che non ho controllato su internet! Al di là delle battute, ovviamente non è importante conoscere a memoria le capitali del mondo. Lo è però avere un’idea di come sono fatti i continenti e gli stati e dove si trovano più o meno le città più importanti. Questa non è solo geografia, è un requisito fondamentale per capire come funziona il mondo.

di Monica Di Maio

In copertina: Tecucigalpa, capitale dell’Honduras © Katie Yaeger Rotramel

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