GEOGRAFI: ATTITUDINE ALLA FLESSIBILITA’

Sottovalutato e poco conosciuto, il geografo, professionista in un territorio di confine tra le materie umanistiche e quelle un po’ più tecniche, guidato da una forte spinta alla ricerca e sostenuto da un ventaglio multidisciplinare di competenze, non può e non deve scoraggiarsi. Nonostante le difficoltà lavorative e la scarsa conoscenza delle applicazioni della disciplina Andrea Mariani, geografo e antropologo, sa che l’essere poliedrico e l’attitudine alla flessibilità sono due grandi punti di forza del geografo. In attesa che si ridefinisca meglio il mondo universitario, in particolare rispetto alle competenze pratiche da acquisire, per conferire al geografo lo status una professione con la P maiuscola, Mariani segue la strada della fotografia e del video in stile National Geographic: “faccio crescere anche i miei interessi professionali: la passione per paesaggio urbano, l’osservazione e lo studio degli sport urbani che mi permettono di scoprire da vicino il rapporto tra spazio pubblico e trasformazioni del territorio con le relative conseguenze per le comunità, per noi, per tutti”.

Chi è il geografo oggi e cosa fa?
Una figura complessa, interdisciplinare, capace di adeguarsi a contesti professionali di diverso tipo, flessibile nell’acquisizione di nuove competenze, ma sottovalutata o totalmente sconosciuta ai più, purtroppo anche a coloro che ne avrebbero realmente bisogno.

Lei si rivede in questo profilo?
Mi rivedo certamente, anche se va detto che al termine del percorso triennale di studio in geografia ho optato per una laurea magistrale in antropologia culturale. In realtà le materie in sé non sono così distanti e ho avuto occasione di riflettere maggiormente sul metodo di ricerca. La geografia, così come mi è stata insegnata in abito accademico, tende ad allargare e dare una visione ampia delle questioni, trascurando un po’ le modalità e i metodi di approfondimento. Con l’antropologia ho capito come restringere il campo di studio, su cosa concentrarmi, pur non perdendo l’aspetto globale. Tuttavia direi che le materie sono molto complementari e le tematiche del paesaggio e la relazione uomo-ambiente hanno contraddistinto anche la mia tesi magistrale.

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
Il problema della professione non è solo della geografia, ma di tutte le materie umanistiche dedicate “alla ricerca umana”, come l’antropologia o la sociologia. Anche storici, filosofi e letterati attraversano un momento difficile e penso che alla base ci siano una serie di ragioni. La prima è un problema a livello universitario. Talvolta i percorsi specialistici, pur arricchendoti culturalmente (cosa non da poco), non sono in grado di dare, da punto di vista professionale, qualcosa di più concreto. Mancano laboratori professionalizzanti su tematiche utili al geografo o all’antropologo nel mondo attuale, tanto per fare un esempio: editoria (redazione di articoli-progettazione di riviste), multimedialità (foto-video-web), didattica della geografia, design e politiche del territorio, turismo culturale, e così via. I laboratori attuali, purtroppo, sono in molti casi solo una formalità. A questo si lega poi la difficoltà di “vendersi” sul mercato del lavoro, nel senso che se un architetto arriva con una competenza tecnica il geografo arriva decisamente meno “fornito” e questo può rappresentare un ostacolo. Comunque si può sempre imparare un lavoro, anche nuovo o diverso dalle aspettative iniziali, e indubbiamente l’essere poliedrico e la flessibilità sono punti di forza del geografo.

Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e nella progettazione delle smart cities?
Decisamente un ruolo fondamentale, anche se spesso sembra che nel concreto si faccia ben poco e che le tematiche dell’ecologia e delle città intelligenti siano considerate solo una bella vetrina per molte amministrazioni. Per la serie: mettiamo il bike sharing, ma non le piste ciclabili. Oppure: spendiamo una fortuna per i pannelli fotovoltaici ma abbiamo scuole e centri sportivi che cadono a pezzi, nonché sistemi di trasporto pubblico scadenti. Non tutta l’Italia è così, ma dobbiamo essere consapevoli della situazione e del fatto che le città cambieranno davvero solo quando chi si è preparato farà il lavoro per cui ha studiato.

Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue attività professionali?
A livello professionale ho svolto alcuni stage in realtà culturali, in un’associazione e in un museo di fotografia, ed ho avuto modo di partecipare alle attività del censimento nazionale. Poi mi sono dedicato anche a lavoretti generici, utili a conoscere altre realtà professionali, anche se lontane dagli studi fatti. Va detto poi che la situazione al momento è difficile per tutti, da artigiani a operai specializzati, figuriamoci per i geografi. In ogni caso, considero il mio background formativo davvero valido, perché applicabile a diversi contesti lavorativi. Tuttavia ritengo sia utile definire delle proprie competenze più pratiche; personalmente sto seguendo la strada della fotografia e del video, che da sempre sono miei interessi e che comunque rientrano perfettamente nel mondo della geografia (basta pensare a National Geographic, agli archivi etnografici, alle indagini fotografiche di taglio sociale in ambito urbano, alle spedizioni geografiche ed al mondo del documentario di viaggio). Ho uno spazio online  e da poco ho anche dato vita ad un website in piattaforma wordpress, anche per sperimentare un po’ le nuove tecnologie. Si chiama skatepublicspace.com ed approfondisce le questioni dello spazio pubblico e degli sport urbani, skateboard in particolare. Diciamo che con questo sito ho provato a comunicare il mio interesse per gli sport urbani con un taglio geografico cercando contributi nel mondo della fotografia, del documentario e dell’architettura. In questo modo faccio crescere anche i miei interessi professionali, che si rivolgono maggiormente alle tematiche del paesaggio, dello spazio e delle trasformazioni del territorio con le relative conseguenze per le comunità che in esso vivono. In sintesi posso dire che questo sito è un primo esperimento per riflettere sullo spazio urbano.

Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
Mi auguro prima di tutto che si ridefinisca meglio il mondo universitario, in particolare rispetto alle competenze pratiche da acquisire. Una persona formata (come già lo sono i geografi) che ha anche delle abilità pratiche da applicare subito sul mercato del lavoro, non troverà difficoltà a inserirsi in diverse realtà professionali, a seconda dei propri interessi. Poi tutti possono anche continuare a formarsi e specializzarsi, ma ritengo che sia anche compito degli enti formativi dare fin dall’inizio la possibilità di acquisire competenze professionali da “spendere” subito nel mondo del lavoro, soprattutto considerando la situazione economica e lavorativa che stiamo attraversando in questo periodo difficile. Solo in questo modo la professione del geografo diventerà una professione con la P maiuscola e la figura formata sarà ricercata in diverse realtà, dalla didattica agli enti pubblici fino alle emittenti televisive, anche per realizzare un servizio geografico davvero professionale.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
In verità rispetto alla geografia non molte. Più che altro rispetto all’antropologia, che per molti è davvero sconosciuta, a volte confusa con l’archeologia, con la quale di certo ha una certa affinità. Sono convinto che sia importante comunicare, come fate voi di Urbano Creativo, per fare conoscere bene le discipline umanistiche. Anche per l’antropologia esiste un sito simile chiamato Professione Antropologo, che riflette sulle questioni professionali della materia, mi sento di consigliarlo a chi si fosse incuriosito.

Come spiegherebbe, per esempio a un pubblico di giovani studenti della scuola media superiore, la scelta di intraprendere un percorso professionale in geografia?
È di sicuro una domanda difficile e la scelta deve essere personale. La geografia è simile ad territorio di confine tra le materie umanistiche e quelle un po’ più tecniche come l’urbanistica, l’architettura del paesaggio e le scienze ambientali – naturali. Si tratta di un percorso in cui i “pro” sono dati da una grande varietà disciplinare e una forte spinta alla ricerca, i “contro” da una carenza tecnica dei laboratori e dalle oggettive difficoltà professionali. Quindi direi di valutare bene, magari quello che i giovani cercano potrebbe esserci anche in altre materie (architettura ambientale e del paesaggio, urbanistica ecc…) e si potrebbe magari approdare alla geografia durante la laurea magistrale. Se invece è quello che attira è proprio questo ventaglio multidisciplinare, allora la geografia rimane un’ottima scelta e apre comunque buone possibilità formative. Ai giovani alle prese con le scelte sul futuro direi: se doveste avere qualche pomeriggio libero andate a seguire qualche lezione universitaria per farvi un’idea dei corsi. In ogni caso, cercate sempre di capire cosa vi interessa di più, che sia scrivere, insegnare, fotografare, lavorare a progetti culturali e ambientali, valorizzare il turismo; poi, una volta che avrete le idee più chiare, seguite dei corsi o progetti extra per professionalizzare questi interessi e fare pratica.
In bocca al lupo!

di Monica Di Maio 

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